Parole d'aSPORTo

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Parole d'aSPORTo. Perché lo sport senza il racconto rimane solo sport.

19/03/2023

Chapeau, Mathieu

Gli altri pensano, studiano tattiche, fanno programmi, interrogano parametri. Lui se ne frega, fa e vince. Telecomandato da una forma purissima di istinto e talento, risponde in maniera perfetta alla legge del ciclismo per la quale non è sufficiente vincere ma, per i tifosi quelli puri, è fondamentale come lo si fa. E lui, Mathieu, è il torrente gonfio di pioggia che rompe gli argini, non primeggia, esonda. Perché nell'epoca che fa del ciclismo una scienza quasi esatta dimostra che è ancora possibile trattare la disciplina come farebbe un bambino alle prime pedalate, con illogico entusiasmo. Quello che sul Poggio gli fa decidere di stampare uno scatto atomico sulla faccia di Pogacar e van Aert, uno solo ma fatto bene, di quelli che lasciano pietrificati sui pedali i malcapitati che hanno la sfortuna di subirlo. Lo scatto, appunto, esercizio dinamico che sta al ciclismo come il dritto di Juan Martin del Potro sta al tennis e il gancio di Roberto Duran, la mano di pietra, sta alla boxe. O l'attacco solare, quello del Daitarn 3, sta alla fantasia dei più piccoli. Risolutore.

Che van der Poel fosse un predestinato epocale non era cosa difficile da intuire. Per come ha vinto, giovanissimo, l'Amstel Gold Race, per esempio, con una volata lunga come una fuga, che può sembrare una contraddizione in termini ma l'ha fatto davvero. Oppure per come si è confermato cacciatore di corse Monumento con la doppietta al Fiandre, l'università dei muri, o come si è preso la maglia gialla al Tour e la rosa al Giro, impreziosendo con inesausta fantasia tappe per solito governate dall'attitudine sparagnina.
Mathieu, non più tardi di un mese fa a Hoogerheide faceva suo il mondiale di ciclocross.
Ieri, dopo un intermezzo antipatico che come spesso gli accade ha interessato la sua schiena di cristallo, nemmeno fosse la cosa più naturale al mondo ha messo il sigillo sulla Classicissima di primavera, di fatto un altro sport. Pareva imballato le scorse settimane, lontano dai primi nelle gare preparatorie, con i sedicenti addetti ai lavori già pronti a decretare l'avvicinamento fallimentare alla stagione delle classiche. Tutto sotto controllo: un fenomeno di tale risma circoletta di rosso l'appuntamento, entra in modalità killer solo quando conta, fiuta l'odore del sangue e si avventa sulla preda. La differenza ontologica che passa tra un gigante di quelli che saprebbero primeggiare in qualunque disciplina ludica se solo lo volessero e un grande corridore.

Grandi successi presuppongono grandi avversari, tanto per scomodare de la Palice. Quelli messi in riga ieri sul lungomare di Sanremo, con un Filippo Ganna meraviglioso secondo e che un giorno, con un pizzico di intraprendenza in più, potrebbe essere lui ad alzare le mani sotto lo striscione. I trecento chilometri che portano da Milano alla città dei fiori possono apparire troppi, eccessivi dunque noiosi. Al pari delle sette ore in sella, infarcite di inevitabile tatticismo. Ma la mezz'ora finale di una corsa che conta cento e più edizioni alle sp***e è poesia, un quadro di Mondrian, un assolo di Mark Knopfler. Il Poggio è silenzio e frastuono, tripudio di wattaggi, fosforo e quadricipiti fumanti; la sua discesa è un cavatappi impazzito disegnato da Mordillo, quindi tecnica sopraffina oltre che uno schiaffo alla paura. Poche cose al mondo ripagano le attese come sa fare il Poggio, infatti a prendersi la scena sono solo i migliori interpreti. Poulidor, per dirne uno. L'eterno secondo sull'asfalto ma il più amato per distacco dai sempre esigenti francesi, capaci di preferirlo financo ad un mito come Anquetil, che a Sanremo nell'ormai lontano 1961 si scoprì capace anche di imprese vittoriose, oltre che di emozioni. Poupou, che ci ha lasciato da poco, aveva, anzi ha, un nipote: Mathieu van der Poel, proprio lui. Che belle storie racconta il ciclismo, eh?

L'insegnamento, ammesso se ne sentisse l'esigenza, dell'abbacinante prova di forza impartita dal neerlandese è inequivocabile. Quando si appiccica il numero sulla schiena, il rischio per gli avversari che si debba correre per la piazza d'onore è drammaticamente molto alto. Se talento, cuore e fantasia si incontrano e si mettono al servizio della bicicletta, il ciclismo non solo diventa qualcosa di meraviglioso ma ha per definizione un lieto fine: per i robot non c'è mai scampo.

01/03/2023

I sessant'anni del Diablo

Il Diablo sapeva fin troppo bene che, probabilmente, quella corsa non l'avrebbe mai vinta, ma sapeva altrettanto bene che ci sono due soli modi per perderla e che lui, tra le opzioni sul tavolo, avrebbe sempre scelto quello buono per fare saltare i tifosi sul divano e per sfiancarsi senza riserve i quadricipiti.
Claudio Chiappucci da Uboldo, terra di instancabili pedalatori, era fatto così, tutto o niente e anche se il più delle volte al traguardo ci è arrivato con un pugno di mosche in mano, l'Unesco, se solo si occupasse anche di ciclismo, lo includerebbe tra i patrimoni dell'umanità al pari delle vette che ha glorificato con sudore e coraggio nell'arco di una carriera intera. Perché ultimo baluardo di un ciclismo che fu epica e sensazioni ma che proprio in quel tempo aveva intrapreso la strada senza ritorno che lo avrebbe portato troppo in fretta a essere una noiosa scienza esatta.

Per quello i cugini francesi, molto prima dei suoi connazionali, lo hanno visceralmente amato. Claudió, con l'accento finale che i transalpini proprio non riuscivano a non mettere, sulle strade arroventate dal sole estivo che subliminano il colore giallo Grand Bouclé godeva di una venerazione quasi religiosa proprio perché artefice di uno spettacolo che è ossigeno per chi fa dello sport più una questione di cuore che di almanacchi. E al di là delle Alpi, quale bizzarra eccezione di un campanilismo talvolta insopportabile, ciò non è mai passato inosservato e, a distanza di anni, il Chiappucci è ancora l'unità di misura delle imprese, come il Newton quantifica la forza. È il ciclismo pancia a terra di chi non ha paura di gettare sull'asfalto anche l'ultima goccia di energia, di chi predilige l'istinto e molto meno la tattica, di chi coltiva sogni dove tutti pensano non possa crescere nemmeno la sterpaglia. In altre parole, il ciclismo di chi finisce per non vincere mai, vittima di scelte perennemente dissennate e generosità suicida, ma che ti fa sentire parte di una famiglia allargata e coesa.

Siamo certi che se Miguel de Cervantes avesse condiviso la stessa epoca, il celebre Don Chisciotte avrebbe potuto assumere le sgraziate sembianze del Diablo per motivi che i romantici adoratori dell'immenso scrittore madrileno non faticheranno a comprendere. Il suo mulino a vento aveva le granitiche sembianze di uno che, al contrario, gli almanacchi li ha marchiati col fuoco, Miguel Indurain, contro il quale, in un ciclismo strutturato su misura per quelli robotici come lui, non c'era davvero nulla da fare. Chiappucci - campione sì ma senza una particolare forma di talento purissima come invece poteva vantare Gianni Bugno, la sua nemesi nostrana - ha provato in ogni modo a scompaginare i piani egemonici di Indurain e il merito fu quello di impreziosire i successi del tiranno navarro proprio perché ottenuti al termine di battaglie rese possibili esclusivamente dalla sua commovente tenacia. Le meravigliose battaglie p***e di cui sopra.

Però al Sestriere, il Diablo ci arrivò tutto solo, trasfigurato dalla fatica ma in perfetta solitudine. In uno dei pomeriggi più incredibili che il ciclismo abbia saputo regalare agli aficionados nella sua inesausta storia, Chiappucci ha reso terreno il concetto di miracolo percorrendo in compagnia di sé stesso e dei suoi demoni una fuga lunga duecento chilometri per provare a ribaltare il solito andazzo precostituito del Tour de France. Col de Saisies, Cormet de Roselend, Iseran, Moncenisio, Sestriere è la filastrocca indimenticabile di una giornata che ha il merito di aver spedito la classe operaia in paradiso, su in cima, a guardare per una volta la nobiltà dall'alto. Sospinto da due ali di folla in estasi, Claudió trionfava in quello che resta l'acme nonché cifra stilistica di una vita sportiva intera e per la quale il motto "meglio un giorno da Diablo che cento da Indurain" è follia solo per gli aridi di cuore. Non serve aggiungere che quel Tour finirà per perderlo, ma a noi che importa?
Il varesino getterà alle ortiche anche un mondiale, anzi due, nei quali pedalava fortissimo. Ad Agrigento, soprattutto, con un titolo iridato che vestì le sp***e di Leblanc nel giorno in cui si infilò malauguratamente nella tenaglia tutta francese poi rivelatasi letale. Rientrò in Italia con l'argento al collo e il sorriso di chi il bicchiere ha il pregio di vederlo sempre mezzo pieno. Alla Chiappucci, insomma.

Il ciclismo, contrariamente ad altre discipline, ha una peculiarità inviolabile. Vincere, per dirla alla Boniperti, sarà anche l'unica cosa che conta per alcuni ma è il come si vince a fare la differenza per tutti. A Chiappucci il popolo del pedale, infatti, chiedeva di farlo attraverso la fatica, mordendo l'anima a ogni scalciata assestata alla pedivella. Anche a Sanremo, dove quelli come lui al massimo possono animare un po' la corsa e poi applaudire il vincitore. Ma sulla strada che porta alla città dei fiori, quella volta il cielo riservava tempesta, con il nastro d'asfalto che pareva essere un torrente in piena. Quando al traguardo mancava un'eternità, perché il Turchino dista dal traguardo più di cento chilometri, Chiappucci dopo aver scrutato le nuvole si lanciò in discesa portandosi appresso qualcuno pazzo quasi quanto lui. Sui capi, le asperità, che unicizzano la Classicissima, Bull - come lo chiamava Bugno per via di quel suo collo inesistente - costruì, innestando i rapporti più duri, il suo capolavoro scrollandosi dalla ruota posteriore tutti quanti. Inzuppato fradicio e dopo non essersi mai voltato una sola volta per tutta la fuga, si riscoprì tutto solo alla passaggio sotto la fiamma rossa dell'ultimo chilometro, preludio di un trionfo che odora tutt'oggi di incredulità. Nessuno, al solito, gli dava credito ma lui si fece riprendere solo dopo aver tagliato il traguardo, questione di incoscienza, fantasia e garra.

Una Classica di San Sebastian, un paio di edizioni del Giro del Piemonte, una manciata di tappe tra Giro e Tour e stop, gli hurrà praticamente finiscono qui, selezionati e mai banali. Pochi o tanti che siano, con l'annoso dilemma che resta un dettaglio insignificante, Chiappucci ha appena compiuto sessant'anni e l'occasione è propizia per fargli recapitare il nostro grazie. Chi ha avuto il privilegio di esserne tifoso ha potuto fare tesoro di un insegnamento prezioso. L'amore e il rispetto della gente si conquistano solamente fornendo di noi, in ogni frangente, la migliore versione possibile. Il Diablo, in tal senso, ha plasticamente incarnato la speranza comune di poter realizzare i desideri, anche armati solo di un'incrollabile forma di volontà e senza una particolare benevolenza di Madre Natura. È per questo motivo che i Chiappucci del mondo, per definizione, non perdono mai.

20/02/2023

Camporese chiama, Sinner non risponde

Rotterdam, per chi si nutre di tennis azzurro, più che la città di un torneo che è appuntamento fisso della stagione invernale è, insieme, il ricordo dolce di un pomeriggio indimenticabile e il rimpianto per ciò che, invece, non ha avuto un seguito altrettanto luminoso. La città dal più grande porto d'Europa, ormai trentadue anni fa, raccontava il momento apicale di un giocatore che, se solo lo avesse desiderato di più, avrebbe potuto far valere in pianta stabile mezzi tecnici da primo della classe. Siamo certi che a Omar Camporese da Bologna, ascoltando le lodi al comunque eccellente dritto di Matteo Berrettini, un sorriso sotto i baffi scappi ogni volta. Perché il suo colpo migliore nonché marchio di fabbrica, appunto il dritto, era per il tennis la pedata mancina di Gigi Riva, un rombo di tuono, e un montante di Roberto Duran, pugile poco raccomandabile con la mano di pietra. Una sentenza. Se lo ricorda molto bene Ivan Lendl che in quel pomeriggio del 1991 per lui nefasto dovette cedergli il passo oltre che un pezzo di fegato. Camporese conquistò così a Rotterdam il primo dei suoi due (soli) titoli della carriera - vincerà anche Milano qualche tempo dopo, neutralizzando un altro fenomeno come Goran Ivanisevic - posizionandosi tra i migliori venti giocatori al mondo. Prima di perdersi, salvo riapparire con esaltante casualità per lasciare traccia indelebile e fugace del suo immenso talento. Fiammate estemporanee di un campione mancato ma non per questo dimenticato.

Jannik Sinner, al contrario, di voglia da spendere tra allenamenti e tornei ne ha da vendere e, non a caso, il suo palmarès non è già nemmeno paragonabile a quello costruito da Camporese in una carriera intera, nonostante i suoi vent'anni e poco più. Nel più classico dei ricorsi storici che esaltano lo sport, l'altoatesino è stato chiamato a rinverdire, proprio a Rotterdam, i fasti del passato azzurro. A valle di due settimane pressochè perfette, condite da nove successi in fila impreziositi dal titolo a Montpellier e finalmente dallo scalpo di un top player come Tsitsipas, la finale disputata ieri sapeva tanto di prova di maturità perché ad attenderlo al di là della rete c'era Daniil Medvedev, l'orso (e l'orco) russo. Uno antipatico come una cartella esattoriale ma capace di spegnere i sogni di Grande Slam a Djokovic, con il suo gioco da Playstation e la diagonale rovescia letale come arsenico. Per la verità Daniil non stava vivendo esattamente il suo periodo migliore. Scivolato nello sconforto psicofisico a causa dell'incredibile sconfitta patita per mano di Nadal agli Australian Open del 2022, quando gettò alle ortiche una partita già in ghiaccio, ci ha messo diversi mesi prima di ritrovare la fiducia che lo ha portato non troppi mesi fa in vetta al ranking mondiale e solo da qualche settimana è tornato a fare intravedere il suo valore. Ragion per cui il compito di Sinner, ieri, era di quelli tosti: la scalata del Mortirolo con la racchetta in mano.

Se c'è un aspetto che non si può rimproverare a Jannik è quello di lasciare qualcosa di intentato per presentarsi in campo al meglio delle sue possibilità; uno di quei secchioni che a scuola non facevano mai copiare il compito pronti a sacrificare ogni centimetro della gioventù sull'altare della carriera. Morale, se il talento non è minimamente paragonabile a quello di un Kyrgios, ma neanche a quello di Camporese, in compenso la dedizione certosina alla causa è quella buona per stare in alto, soprattutto in un periodo tennistico che non si può certo definire florido. Tuttavia, per ba***re la (quasi) migliore versione di Medvedev non è sufficiente, almeno non ancora. Davanti ad un ex numero uno come fu a suo tempo Lendl per Camporese, Sinner, uscendo dai blocchi come un centometrista, ha messo in campo un'ora di grandissimo livello riuscendo a rimanere francobollato ad un avversario che, purtroppo per lui, aveva il piglio del maratoneta che va inesorabilmente in crescendo. Così, mentre l'azzurro sparava tutte le sue cartucce in avvio, il russo innalzava l'asticella punto dopo punto fino a stazionare su traiettorie non più transitabili da un Sinner che ha finito per essere sgretolato, pezzo a pezzo, dal metronomo moscovita. Pensare di batterlo sul piano del ritmo è da malati mentali, infatti il corretto piano di gioco dell'italiano prevedeva la massima aggressività e la volontà di prendersi il punto in fretta senza farsi invischiare nei lunghissimi scambi da flipper che fanno di Medvedev un incubo. Ciò, sfruttando la formidabile penetrazione dei suoi colpi di rimbalzo. Facile da dirsi ma molto meno da farsi perché le doti difensive e di transizione dalla fase passiva a quella offensiva del russo sono state la sabbia mobile che ha inghiottito i propositi di un Sinner che, suo malgrado, ha plasticamente dimostrato l'importanza nel tennis di saper fare tante cose e, ancora di più, di poter cambiare in corso d'opera una strategia che si dimostra inefficace. Quelli che sono in questo momento i suoi limiti più evidenti, oltre a una manualità a rete deficitaria.

C'era tanta attesa per verificare lo stato dell'arte in casa Sinner ma la tommasiana prova del nove ha tradito almeno in parte le attese, se non altro perché non si è mai avuta l'impressione che potesse vincere la partita, nemmeno con un set di vantaggio e una certa fiducia in poppa. Jannik, in ogni caso, resta una straordinaria benedizione per il movimento di casa nostra e, sfruttando le occasioni che gli si presenteranno davanti più la necessaria dose di fortuna, potrà comunque ambire a qualcosa di importante perché, con il lavoro, aggiungerà ancora qualche freccia al proprio arco. Le notizie buone sono quindi due. Per il tennis, tout court, è di aver constatato che l'orso è uscito dal lungo letargo, se n'è sentita la mancanza. Per l'azzurro, invece, la consapevolezza di aver ceduto il passo solo a uno che oggi è decisamente più forte di lui e che gli ha sbattuto in faccia senza sconti il cammino tortuoso che lo attende. In altri termini, uno scivolone pedagogico. Per concludere, abbiamo assistito ad un bel pomeriggio di tennis ma, con tutto il rispetto per gli attuali protagonisti, com'era più bello veder giocare Camporese?

17/02/2023

I primi sessantaquattro anni del genio

Se dici 1984, pensi sostanzialmente a due cose, accomunate da una peculiarità che è una benedizione: non conoscono le leggi del tempo e non invecchiano mai. La prima è l'omonimo romanzo di George Orwell, dispotico e, appunto, di plastica attualità. Una pietra miliare per chi, soprattutto oggi, ha il coraggio di comprendere ciò che ci circonda. La seconda, invece, è la stagione d'oro tennistica di un altro genio, anzi il Genio, che risponde al nome di John McEnroe. Annata che, da qualsiasi parte la si guardi, sprizza bellezza da tutti i pori e la cui importanza capitale che riveste per il mondo dello sport tout court è quella di aver preso la fantasia e di averla messa al potere dopo aver scacciato la noia senza troppi fronzoli. Una tirannia aristotelica senza precedenti, la sua, che fa di quei dodici mesi di brutale dominio uno spartiacque che renderà riconoscibile un prima ingrigito, al quale SuperMac ha messo fine con la spacconeria di chi dà del tu al talento, e un dopo, se possibile, ancora peggiore. In mezzo, la presa del Palazzo d'inverno a colpi di fioretto; evento epocale che fa di una parentesi apparentemente piccola, all'interno dell'Era Open del tennis, la sublimazione di una disciplina che così bella nemmeno si sperava potesse tornare ad essere, perché capace di rinverdire nelle gestualità i fasti eleganti dei pionieristici albori. In un contesto, però, convintamente antinobiliare, poco rispettoso degli ingessati protocolli, chiassoso e non governabile.

Supe Brat, come lo etichettava l'establishment bacchettona, è, per il tennis, il discolo che beve una birra durante una funzione religiosa o che a scuola lancia aeroplanini al professore durante la lezione di matematica, salvo poi risolvere equazioni complicatissime di puro istinto e senza mai aver aperto il libro. Contro avversari che, con rispetto parlando, avevano una caratura diversa dagli scalcagnati campioni odierni, McEnroe vince tra gennaio e dicembre qualcosa come ottantatré partite perdendo solo in tre circostanze, è un rullo compressore. Tuttavia, tanto per non essere convenzionale in niente, uno di questi tre inciampi avviene proprio nel giorno in cui, per almeno due ore, la sua mano sinistra disegna il miglior tennis di sempre. Una qualità che non c'è Federer che tenga; così abbacinante da fare della conta dei punti un esercizio statistico privo di qualsiasi importanza, con buona pace degli aridi di cuore che vivono di soli almanacchi e palmares.

Il 10 giugno, infatti, in Bois de Boulogne è il momento della finale dello slam parigino, l'università del mattone tritato che si rifiuta di concedere a John il titolo honoris causa. La superficie non è tipicamente quella che si sposa alla perfezione con i suoi propositi arrembanti, considerato che, a complicare ulteriormente i suoi piani, al di là della rete si alternano già i primi famigerati arrotini, tutti gambe, polmoni e pallate ad effetto. L'ultimo e decisivo atto lo vede fronteggiare Lendl, atleta formidabile e grande conoscitore della terra battuta, che proprio in quel frangente cambierà il suo status da tacchino perdente - parafrasando Connors - a campione di razza. McEnroe è in stato di grazia: il cecoslovacco gioca un gran tennis, lui fa tutto un altro sport. Per due set nessuno è in grado di capirci nulla, come se la gravità si fosse messa d'incanto a spingere le masse verso il cielo. Si assiste, in estasi, alla più entusiasmante esibizione di tennis mai mandata in onda, con la stessa predisposizione d'animo che si riserva ad uno spettacolo teatrale. L'esercizio del serve-and-volley trova la sua definizione enciclopedica nel contesto teoricamente più ostile, con la mano sinistra del diavolo a disegnare traiettorie euclidee che fanno della geometria più un attacco d'arte che una scienza esatta.

Il resto è storia. John, quella partita, per uno strano scherzo del destino finirà per perderla, più incredulo che incazzato, senza più riuscire, negli anni a ve**re, a farsene una ragione. L'asticella del gioco, però, in quel pomeriggio di tarda primavera schizzò alle stelle, una performance che diviene ben presto l'unità di misura per la quantificazione della qualità espressa da un tennista. Un metro di giudizio. Da lì a qualche settimana, John trionferà ancora sui prati di Wimbledon, poi sul cemento degli Open degli Stati Uniti e, infine, al Masters - si chiamava così la manifestazione che ancora di questi tempi vede contendersi dai migliori otto giocatori al mondo il titolo, appunto, di maestro - proprio ai danni di Lendl, la sua antitesi in bianco e nero.

Oggi, trentanove anni più tardi, l'uomo dal quale avremmo voluto essere accarezzati con la stessa dolcezza da lui riservata alla volée di rovescio, spegne sessantaquattro candeline. Onestamente, viene difficile aggiungere altro che non sia già stato detto, perché la personalità esondante dell'uomo ha propiziato negli anni la voglia di scrittura di una moltitudine inesausta di cronisti. Forse è saggio limitarsi ad un grazie. Tornando ad Orwell, infine, lo scrittore dice che non si stabilisce una dittatura nell'intento di salvaguardare una rivoluzione, ma si fa una rivoluzione nell'intento di stabilire una dittatura. Quella imbastita con irriverenza scomposta e iraconda da John McEnroe esemplifica il pensiero: rivoluzionario nel mezzo e tiranno nell'attuazione. Tutto rigorosamente nel nome di Afrodite, della sua bellezza e della forza dell'eros.

Tanti auguri, Genius.

fb.me 14/02/2023

Noi e il Pantadattilo, diciannove anni dopo.

Si può anche morire a San Valentino in un residence che di nome fa Le Rose. La vita non preclude niente, nemmeno di orribile. Marco, però, la vita l'aveva già ripudiata da un sacco di tempo e da alleata di pomeriggi meravigliosi destinati all'eternità della memoria collettiva ne fece una nemica che risulterà invincibile e spietata. Ciò, ben prima del giorno in cui, ormai diciannove anni fa, mentre gli innamorati erano intenti a scambiarsi gli auguri, lui consumava gli ultimi attimi, epilogo amaro di una storia d'amore che ci ha visto crescere e umanamente soffrire come poche altre volte.

Marco ha pagato ad un prezzo salato due peculiarità che in mondo normale sarebbero invece tributate come una benedizione. Troppo forte in bicicletta, troppo sensibile dentro: una combinazione letale nella società del consumo che ti consuma. In salita, quello che per lo scriba Gianni Mura fu 'Pantadattilo' in quanto campione di una genia in via di estinzione al pari dei dinosauri, diceva di andare il più in fretta possibile per abbreviare l'agonia. Perché tutti, anche lui, in salita fanno una fatica del diavolo e arrivare in cima, peraltro mica solo nel ciclismo, è sempre una liberazione. E poi, giù di sella quante belle cose si possono fare? Marco, in ogni caso, non andava semplicemente forte, era il più forte di questo o eventuali altri universi possibili. Madre Natura, infatti, lo aveva omaggiato della virtù dello scatto, esercizio antico che seppe reinventare alla stregua di una danza, introducendo il concetto di eleganza in un frangente che trasfigura corpo e spirito. Forse è per questo motivo che, seduti in poltrona, abbiamo cominciato egoisticamente a pensare che scalciare sui pedali per divorare tornanti che si inerpicano verso il cielo fosse qualcosa di divertente, una festa. Invece, finché possibile, fu semplicemente l'antidoto di Marco alla vita, il suo modo di esorcizzare le paure di un ragazzo, appunto, dall'umanità spiccata.

Poi fu disarcionato. Successe a Madonna di Campiglio, nell'anno 1999, quando lo sport che aveva traghettato su livelli di popolarità mai esplorati prima di allora gli si rivoltò contro con inaudita ferocia, uccidendolo dentro. Quel vile tradimento, Marco, non riuscirà mai a perdonarlo, un'amarezza mista a impotenza che nel travagliato lustro successivo gli resterà appiccicata alla pelle, anticamera del male oscuro che trova sempre terreno fertile nelle anime più fragili, come la sua. Purtroppo non servì a nulla rimettersi in sella. Sfidare e sconfiggere l'Americano - così chiamava con il disprezzo che si rivelerà doveroso Lance Armstrong - nel suo apice di carriera e nonostante una condizione psicofisica che a definire compromessa si sbaglia per difetto. Nemmeno ritrovare, immutato, il calore della sua gente a bordo strada e quello di una famiglia presente. Perché era lui a non esserlo, benché, tra conoscenze maledette e uno spirito divenuto autodistruttivo, tentasse inutilmente di nasconderlo. Probabilmente lo ammazzarono, questa volta nel fisico, ma che differenza può fare? Non si può uccidere chi sente di non aver più nulla da perdere, semmai lo si può cercare di salvare. Ma non siamo stati capaci.

Quel 14 febbraio fu realmente un giorno di m***a, sporcato dal dolore che si riserva usualmente per la dipartita delle persone più care. Sembra ieri, anche se il calendario questa mattina segna quasi due decadi in più. Se avesse una qualche utilità ripassare gli almanacchi, ma non ce l'ha, oggi saremmo qui a ricordare che Marco è stato l'ultimo atleta capace di mettere in fila Giro e Tour nella stessa stagione. Che ha sgretolato Indurain sul Mortirolo, Ullrich sul Galibier, Tonkov sulla Marmolada e Armstrong a Courchevel. Insomma, non ne ha risparmiato nessuno. Invece, ciò che è infinitamente più importante, è il pensiero di ciò che Marco, vittorie e sconfitte a parte, ha rappresentato per chi del ciclismo fa un insostituibile paradigma di vita. Lo sguardo triste, al traguardo, anche con le braccia alzate al cielo in segno di vittoria; il getto della bandana quale rituale preparatorio all'infuriare della battaglia; le mani che si abbassano ad afferrare le corna del manubrio prima di uno scatto che i più romantici definirono perpetuo; la sagoma ondeggiante - en danseuse, per dirla come i francesi - che diventa un puntino colorato sempre più piccolo e sparisce all'orizzonte. È questo il palmares che conta.

Marco, in un'epoca che ha sospinto il ciclismo ad avvicinarsi alla scienza esatta, ha incarnato la rivincita dell'uomo sui robot, dell'improvvisazione sul copione, delle sensazioni sulla programmazione. Cuore, innanzitutto, poi testa e gambe. Una macchina del tempo a ritroso, perché capace di restituire a una disciplina dalle emozioni con pochi uguali la magia dei pioneristici albori e non può esistere merito più grande. Per quanto ci riguarda, aver condiviso con il Pirata i suoi anni migliori (e pure i nostri) è un privilegio che non possiamo permetterci di dimenticare. Uno sfacciato colpo di fortuna, anni circolettati di rosso sul libro dello sport come il 1984 griffato McEnroe o il 1986 mondiale di Maradona, sempre a proposito di genialità senza tempo.

Ciao Marco, ovunque tu sia. Sole, vento, pioggia e neve, non scendere mai dalla tua bicicletta. Perché, se smetti tu, smettiamo anche noi.

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13/02/2023

Cressy, la fedeltà alla linea dell'uomo chiamato volée

Hey Max, chi sono i tuoi idoli? Edberg, Sampras e Rafter. L'intervista a Maxime Cressy, venticinquenne francese mai troppo considerato in patria e scappato negli USA per fare del tennis una professione, si potrebbe chiudere qui. Senza vantare di essere novelli Gianni Clerici, infatti, si è già capito tutto di lui. Cressy è quanto di più demodé e anticonvenzionale possa capitare di veder frequentare un playground nel 2023, perché la sua cifra stilistica sta al fu gioco della fu pallacorda come il dialetto sta alla lingua italiana della generazione Z: dimenticato. Al pari del leggendario triumvirato di cui sopra, la sua parola d'ordine è verticalità, un'ossessione senza sconti. A beneficio dei meno avvezzi, significa che ogni suo punto nasce a fondocampo - con il servizio o con la risposta - e prevede di finire a rete il prima possibile. Ciò in un'epoca che, al contrario, racconta di forsennate e inesauste rincorse orizzontali lungo la linea che sta nel punto più lontano dalla rete stessa, quest'ultima più che mai entità sconosciuta a giovanotti che la approcciano solo per stringere la mano all'avversario.

La presa della rete, nel tennis, è lo sbarco in terra straniera di una guerra. Rischio massimo, coraggio al limite dell'incoscienza, elmetto calato sul capo e perenne vita da trincea. Specialmente oggi che l'evoluzione esasperata nella tecnologia degli attrezzi, il rallentamento delle superfici di gioco e la pesantezza newtoniana delle p***e ha di fatto sconsigliato ai più sani di mente di esporsi al probabile massacro del fuoco nemico, il famigerato colpo passante. Perché, purtroppo è routine, se gli attacchi all'arma bianca fanno vendere i biglietti con il loro carico di spettacolarità intrinseca, è però la difesa a oltranza che fa sollevare i trofei. Insomma, organizzare un colpo di sbarramento contro l'uomo appollaiato sul nastro è, in questo momento storico, assai più redditizio che mettere in difficoltà il passatore con una volée, pur ben giocata che sia. Mediamente, perché poi, ogni morte di Papa, spunta all'orizzonte un Cressy del circus a mandare il ragionamento a gambe all'aria.

L'americano d'adozione ha metabolizzato un concetto fondamentale: la destabilizzazione. In una disciplina edificata sul ritmo e sulla ripetitività del gesto, compiuto uguale a quello che l'ha immediatamente preceduto per migliaia di volte in un match, la novità di un piano di gioco inusuale e imprevisto da far fronteggiare all'avversario, scientificamente abituato ad un solo tipo di frangente tattico, può essere il granello di sabbia che inceppa il meccanismo collaudato. Questa variabile impazzita, Cressy non solo l'ha capita ma l'ha eletta a stella polare, grazie a una fiducia incrollabile nei propri mezzi tecnici e atletici e ad una forma di autostima tendente alla presunzione come solo le personalità più geniali sanno palesare. È l'eccezione che conferma la regola, la negazione del corri-e-tira come unica strada percorribile verso il successo, la memoria storica di uno sport che intriso d'eleganza, in un tempo lontano, lo fu davvero.

In sintesi: due metri di altezza, leve esagerate, un'apertura alare che gli consente, allargando le braccia, di coprire tutta la larghezza del campo, un servizio che non si prende e un prima volée, in uscita da quest'ultimo, giocata da califfo. Fargli toccare la palla prima del rimbalzo sul suo lato destro significa una buona probabilità di perdere il punto. Eventualità che diventa quasi una certezza se chiamato a esibirsi sul suo lato migliore, quello del rovescio, dove il gioco di volo si eleva a specialità della casa: è morte certa, sentenza di esondante bellezza ed efficacia. Se Cressy arriva sulla palla, e nei giorni migliori gli riesce spesso, è quindi una pessima gatta da pelare per chiunque. Nonostante i fondamentali di rimbalzo, il dritto soprattutto, siano colpi un po' ballerini sotto pressione e, in generale, quando invischiato dagli strateghi più sagaci in piani di gioco canonici e sfiancanti palesa difficoltà ancora parzialmente irrisolte. Lacune che Cressy ha però in mente di colmare alla svelta, convinto, così com'è, di potersi permettere di guardare con il suo tennis d'antan tutti dall'alto, proposito bellicoso che Maxime ripete spesso.

La sua, pertanto, è una duplice missione. Scalare la prima posizione del ranking mondiale riportando al contempo l'arte del serve-and-volley ai fasti di un passato che l'ha vista luminescente ed egemone insieme. Saremmo ovviamente felici di essere smentiti ma con buona probabilità tutto ciò non accadrà. Tuttavia, nelle corde del giocatore ripudiato dall'establishment transalpino perché tatticamente disallineato dal pensiero unico, non mancano gli strumenti che gli consentiranno di levarsi più di qualche soddisfazione. Intanto, dopo una leggera flessione, è tornato a mettere i piedi tra i primi quaranta giocatori più forti al mondo. Nell'estate del 2022, inoltre, ha rotto il ghiaccio vincendo sull'erba di Newport il suo primo titolo ATP mentre l'attualità più stretta significa la finale persa di misura a Montpellier contro Sinner a valle di una settimana quasi perfetta che lo ha visto ba***re, tra l'altro, un Top 10 come il fenomenale Rune e cedere un solo turno di battuta nell'arco di cinque partite, a testimonianza delle difficoltà oggettive che incontrano gli avversari nel disinnescare il suo asfissiante piano di gioco.

Cressy, risultati e almanacchi a parte che al solito interessano il giusto quindi poco, è una benedizione. Perché antidoto alla noia di un tennis stereotipato e dalla qualità asintoticamente tendente verso il basso, un film del quale si conoscono in anticipo trama e finale, e perché cocciutamente disconosce le tonalità dei grigi privilegiando tinte sgargianti. È l'all-in del poker, un incrocio attraversato a semaforo rosso, la nuotata in un mare di squali. È adrenalina pura.
Pertanto, la cosa più saggia da fare, per chi ancora non si è arreso alla radicata contingenza, è di tenerselo stretto. Sperando che, con immutata fedeltà alla linea, Maxime non si stufi mai di essere Cressy.

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