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Ma quanto dura un chilometro?All’apparenza questa domanda può sembrare superficiale, sembra una di quelle domande poste ...
20/04/2026

Ma quanto dura un chilometro?
All’apparenza questa domanda può sembrare superficiale, sembra una di quelle domande poste dai bambini curiosi ma anche petulanti nel chiedere il perché di tutto, reclamando insistentemente spiegazioni che all’orecchio di un adulto possono sembrare banalissime, “quanto è grande il mare? Quanto è blu l’azzurro? Quanto dura un chilometro?” Un chilometro dura mille metri…certo.
Riflettendo meglio, bisogna valutare come effettivamente si presenta questo chilometro, se per esempio è in pianura, oppure in discesa o peggio ancora in salita, e occorre anche vedere a che velocità lo si percorre questo chilometro e in quali condizioni atmosferiche; quindi, la domanda non è così puerile come sembra.
Nel ciclismo il mito dell’ultimo chilometro è vecchio tanto quanto lo sport che lo ha reso celebre.
Sono talmente famigerati gli ultimi mille metri delle corse che spesso vengono identificati da una bandierina rossa che penzola sinuosa giù da un arco gonfiabile e che indica al gruppo lanciato a gran velocità l’ingresso nel segmento finale di corsa, oppure una sorte d’incitamento al fatto che ormai manca poco, un segnale di allerta che invita ad affilare le armi in vista dell’inizio della vera battaglia, o più semplicemente un modo per identificare una distanza da un traguardo posto in un luogo poco conosciuto, dove le corse in bici passano una volta ogni tanto, e che smontato l’arrivo, torna ad essere un chilometro come tanti altri.
Esistono poi ultimi chilometri che non hanno bisogno di triangoli rossi per essere identificati, talmente famosi che basta solo il nome per essere riconosciuti e persino temuti.
In questo ristrettissimo gruppo di ultimi mille celeberrimi metri, forse nessuno vanta una fama pari a quella del Mur de Huy, l’ultimo terribile chilometro della Freccia Vallone....
Il muro come arrivo finale esiste "solo" dal 1985 , quando gli organizzatori decisero quarantuno anni fa, di fare arrivare la corsa proprio su quella rampa posta sul lato sud della Mosa, dove il territorio si fa stranamente acuminato e tortuoso.
Il Mur de Huy ha cambiato per sempre la percezione della Freccia Vallone, perché da quel giorno, questa strada stretta, con la pendenza media del 9,3 per cento, risulta forse più di ogni altro nel programma delle classiche, il punto dove davvero si fa la gara.
Le squadre dei favoriti tendono a tenere la corsa chiusa fino all’ultimo chilometro, per poi lasciare che gli scattisti si giochino la vittoria sul Mur, altri invece, lo considerano talmente duro da non richiedere tattica o capacità di comprendere quale sia il momento esatto per scattare, conta semplicemente chi, in quel mercoledì di aprile ha la gamba meno imballata e maggiore capacità di soffrire…tanto.
“Un’ascesa bestiale”, diceva Adriano De Zan durante le telecronache, espressione che ripeteva con puntualità svizzera quando i primi ciclisti lasciavano l’Avenue de Condroz per girare in Rue du Marché ed apprestarsi ad affrontare i primi metri del mur.
“Semplicemente troppo duro”, è invece il pensiero di Paolo Bettini, che non è mai riuscito ad alzare le braccia sul traguardo di Huy.
L’inizio del Mur de Huy, è un inganno, con un tratto al sette per cento e la strada che poi addirittura brevemente tende a spianare.
Dei suoi 1300 metri totali, infatti, sono solo gli ultimi ottocento ad essere ritenuti il vero muro, quello che gli abitanti del posto chiamano le Chemin des Chapelles (il sentiero delle cappelle).
Ce ne sono sei disseminate lungo l’ascesa, più una in cima, dedicata a Notre-Dame de la Sarte, protettrice del borgo che nel 1656, anno di poca grazia e pochissima pioggia, accolse le preghiere dei devoti locali che finalmente sentirono cadere sui loro volti imploranti, delle salvifiche gocce d’acqua dal cielo.
Ogni sette anni per commemorare il miracolo, la statua di Notre-Dame de la Sarte, viene portata in processione lungo il muro dai pellegrini, i quali durante l’ascesa possono trovare conforto ossigenante in una delle altre sei cappelle.
I corridori invece il muro lo devono scalare ogni anno e forse delle cappelle non si accorgono nemmeno, eppure fermarsi per una preghiera o anche solo per prendere fiato, farebbe loro comodo; tuttavia, non hanno né il tempo né la possibilità, tanto sono impegnati a sbuffare e ancheggiare sui pedali, in più se ti fermi sul Mur de Huy, l’unica soluzione percorribile è proseguire a piedi, spingendo la bici.
Durante l’ascesa qualcuno suggerisce di non guardare neppure davanti, ma di tenere la testa bassa in atto quasi penitente, facendo finta quasi che la strada sia da un’altra parte, in un altro luogo, e invece le grandi scritte bianche che si ripetono sull’asfalto, recitano una cantilena che non permette evasioni spazio temporali “Huy, Huy, Huy, Huy”, con l’H maiuscola in grassetto, una scritta che si ripete ogni due pedalate, emergendo da un asfalto che sembra addentare le ruote, anche visivamente dal muro di Huy non si può sfuggire.
All’inizio del vero Mur, c’è un cartello che recita diciannove per cento come pendenza massima, ma anche questo è falso, nel punto più duro, infatti, la strada s’impenna fino al ventisei per cento, è la temibile S, quaranta metri di cruenta sofferenza, è lì che il folto pubblico belga si raccoglie, dietro a delle semplici corde di canapa, uno spettacolo paragonabile ad un concerto rock, o a una partita di calcio, racconta a Mario Aerts che s’impose nel 2002.
Sempre in quella curva, i corridori più di ogni altra cosa, agognano una spinta.
Kim Kirchen, vincitore della Freccia nel 2008, ha sempre dichiarato che chiunque giungendo a quella S, si fosse trovato fuori dalle prime quindici posizioni, sarebbe stato definitivamente tagliato fuori da qualsivoglia possibilità di vittoria.
L’ultima ca****la è l’unica che i corridori ricordano, indica la fine dell’agonia.
Una volta che il vincitore ha tagliato il traguardo, le telecamere indugiano sulla linea d’arrivo per dare lustro anche ai corridori che arrivano dietro e che a poco a poco emergono dalla gola del Mur, zigzagando sulla strada, con la testa bassa, curvi sul manubrio, scomposti.
L’unico ad aver domato il muro di Huy, senza perdere la sua eleganza, è probabilmente Aleandro Valverde che in cima al muro ha vinto cinque volte, contribuendo in gran parte alla dominazione sp****la, iniziata nel 2012 con Purito Rodriguez, e interrottasi nel 2018, quando a vincere è stato Julian Alaphilippe.
Il francese, giunto boccheggiante in cima al Mur, ai numerosi giornalisti riuscì a dire una cosa soltanto ed era una domanda…”ma ho vinto?”.
Forse è proprio questo che ti lascia il Mur de Huy, un dubbio, un’altra domanda infantile dettata dall’incredulità derivante dell’essere riusciti a giungere primi al termine di un ultimo chilometro che evidentemente ha una durata molto diversa rispetto a tutti gli altri ultimi chilometri, percorsi da una corsa in bicicletta.
La Freccia Vallone, insomma, da quel 1985 è diventata una competizione per fachiri, una scalata a denti stretti, al massimo a lingua in fuori, sopportazione di quell’ acido lattico che inonda e rattrappisce i muscoli; e così, da allora il Muro di Huy è divenuto il crocevia di qualsiasi speranza e ambizione ed il primo ad imporsi su quel muro infame fu Claude Criquielion.

I NOSTRI FIGLI NON HANNO MAI VISTO L’ITALIA AI MONDIALIÈ vero, per la terza volta consecutiva la nazionale italiana non ...
02/04/2026

I NOSTRI FIGLI NON HANNO MAI VISTO L’ITALIA AI MONDIALI

È vero, per la terza volta consecutiva la nazionale italiana non parteciperà alla coppa del mondo, e noi saremo costretti a stare fuori a guardare gli altri, come quando non ci volevano al campetto perché qualcuno diceva “il pallone è mio e gioca chi voglio io”.
Il problema è che l’occasione di entrare in quel campetto ce l’abbiamo sempre avuta ma non ce la
siamo guadagnata, perché in questo caso parliamo di professionisti, bisogna guadagnarsi la
possibilità di giocare. E noi? Le abbiamo buttate via ancora prima di scendere in campo.
Le abbiamo buttate via esultando per una simulazione ben fatta e per essere riusciti nella bravata,
piuttosto che per aver salvato un pallone sulla linea, oppure ridendo del fatto che, come avversario, abbiamo trovato la Bosnia, con la strafottenza di avere la qualificazione in tasca, piuttosto che per aver segnato un gol contro il Brasile. Forse siamo stati un po’ immaturi e, del resto, siamo stati bocciati all’esame di maturità.
I nostri figli non hanno mai visto l’Italia ai mondiali, è vero, ma se anche l’avessero vista? Forse
avranno un esempio migliore guardando giocare gli altri fuori dal campetto, quelli col pallone.
Che poi, chi ci gioca più a pallone? Vediamo sempre più campetti trasformati in parcheggi, ragazzi
sovraccaricati di attività extrascolastiche da non avere più il tempo né la possibilità di ritrovarsi a
giocare.
Perché lo sport dovrebbe essere, prima di tutto, un divertimento, un passatempo per distrarsi dalla routine e dalle scadenze frenetiche della vita quotidiana, dove certe skills, che oggi stanno sempre di più perdendosi, si sviluppano quasi come un automatismo, che non comprendono solamente l’ambito tecnico, ma anche aspetti come il rispetto dell’avversario, il condividere un obiettivo lavorando di squadra, prendere spunto dai più grandi per migliorarsi, in un contesto lontano da genitori pressanti e da procuratori e manager sempre più presenti.
Come possiamo pensare che i ragazzi oggi pensino allo sport come un divertimento, quando le
società sportive lo stanno svuotando della sua parte umana? Prendiamo ad esempio uno sport come il ciclismo: i ragazzi, già dalla categoria juniores dispongono di uno staff tecnico degno del mondo dei professionisti: non rilasciano interviste all’emittente televisiva locale senza la presenza del proprio procuratore, che pesa ogni sillaba e decide cosa può essere e non essere dichiarato, seguono un rigido regime alimentare stilato dal nutrizionista della squadra per tenere sotto controllo la percentuale di grasso corporeo e la corretta alimentazione prima, durante e dopo la prestazione, vengono monitorati con la radiolina dall’ammiraglia che ne pilota tutte le azioni in gara, senza dare spazio alle sensazioni personali e alla voglia di metterci del proprio, vengono prelevati dal settore giovanile direttamente nella categoria élite saltando il passaggio agli under 23, cercando magari qualche sponsorizzazione personale nei vari brand di occhiali, scarpe, caschi o vestiario.
Tutto ciò sta robotizzando lo sport, sta togliendo ai ragazzi il gusto di praticare attività sportiva
semplicemente per passione, ed è il modo migliore per rovinare l’esperienza a chi sta crescendo e può formare la nuova generazione di atleti, quanti ragazzi lasciano lo sport non appena ne hanno la possibilità se nessuno ha mai insegnato loro a viverlo come dovrebbe essere vissuto come un
divertimento.
La riflessione sulla crisi dello sport italiano dovrebbe partire da qui, perché non provare a fare un
passo indietro? Perché non pensarci un attimo prima di colare asfalto sul tempo dei nostri ragazzi?
Non tutti avremo il prossimo campione del mondo in casa, ma almeno insegneremo loro cosa si prova a prendere la bici senza ascoltare la radiolina, ad ascoltare il proprio istinto e partire all’attacco, o a tentare una giocata usando la fantasia. E di certo, se il cambiamento andasse a colpire la mentalità della generazione e si tornasse a fare sport per passione e per il puro gusto di divertirsi, si scoprirebbero dei nuovi talenti, e i ragazzi stessi scoprirebbero le loro potenzialità. E se non diventeranno campioni? Pazienza, nessuno li escluderà dalle società sportive perché poco prestanti o non spendibili sul mercato, e soprattutto non saranno nauseati dal fare sport.
Saranno liberi di provare, liberi di sbagliare e liberi di riprovare. Ed è lì che nasce il talento.
Enrico Berti

28/11/2023

Ma lo sapevate che in Italia esiste un concorso letterario dedicato esclusivamente alla bicicletta e il suo mondo?
“Il Bicicletterario – Parole in bicicletta” nasce proprio per dare la possibilità a chiunque di
esprimere in versi l’amore e la passione verso la bicicletta, anche senza pedalare, ma liberando le briglie della fantasia.
Quella organizzata dal Co.S.Mo.S. – Comitato Spontaneo Mobilità Sostenibile ODV con sede a
Minturno Scauri (LT) – è una manifestazione unica nel suo genere. Nato nel 2014, l’evento ha
registrato una crescita continua raggiungendo ogni angolo d’Italia e riuscendo a superare anche i
confini del Bel Paese più volte.
Lo spirito su cui è costruito “Il Bicicletterario” è quello della condivisione di esperienze, puntando
più alla valorizzazione della partecipazione rispetto alla competizione. Ovviamente, una giuria
qualificata giudicherà imparzialmente l’opera letteraria giudicata più bella. Ma al centro c’è sempre
la bici che affratella tutti; che rende la partecipazione principalmente uno scambio.
Anche la totale gratuità della partecipazione
Avete tempo fino al 15 febbraio 2024 per inviare le vostre opere inedite.
Per Info potete consultare il nostro sito:
https://bicicletterario.blogspot.com/
Per consultare e scaricare il bando di partecipazione:
https://bicicletterario.blogspot.com/.../il-bando...
Per qualsiasi altra informazione potete contattare la segreteria al numero 3716746920

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https://biciclettedepoca.net/news/bicicultura/galeotta-fu-la-miss/?fbclid=IwAR0_bZLFAZDZGJmPlfQ5g_93Q6tLJ4vC8KrP9QAVA0YhBrd2EWl54krr75U

Di ciclisti belli e rubacuori ce ne sono stati tanti. Si racconta che già Raffaele Di Paco, prima di sposare una ricca ereditiera parigina, facesse strage di fanciulle. Anche il grande Gepin Olmo vantava un successo strepitoso con le donne, tanto da non passare inosservato alla stampa dell’epoca,...

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Vieni qui con noi a bere un'aranciata
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Giovanni Gerbi, primo vincitore del Giro di Lombardia: era il 12 novembre 1905, 55 partenti, 12 arrivati.

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Eberardo Pavesi era il più intelligente tra i pionieri del ciclismo, fine stratega, regista di grande talento in tutte le squadre in cui ha militato nei primi anni del Novecento fino al 1919, quando terminò l'attività. Fu lui a vincere la prima edizione del Giro dell'Emilia, corsa storica del calendario italiano che si disputa questo week end. Pavesi vinse precedendo allo sprint il suo compagno di fuga Brambilla. A 26 minuti, il terzo classificato fu Luigi Ganna. La prima edizione del Giro dell'Emilia si svolse con partenza e arrivo da Bologna, su un tracciato di ben 340 chilometri.

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Si avvicina l'Eroica, felice connubio tra vino e bicicletta, come il cavatappi Campagnolo, oggetto di culto di generazioni di appassionati.

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29/09/2022

Il Casola era un ciclista che non assomigliava a un ciclista. “Son fatti così quelli del Giro d’Italia? El par al Rodolfo Valentino”, lo giudicavano i puristi, persino un po' invidiosi perché piaceva alle ragazze. Era un artista del pedale Luigi Casola, potente, estroso, dotato di uno spunto veloce e grande classe. Aveva un debole, che evitiamo di approfondire, sapeva godersi la vita, ma in bici era capace di grandi exploit. Era di Busto Arsizio, ma aveva radici a Ispra, sul Lago Maggiore, dove spesso si allenava e trascorreva le rare pause di riposo estivo.
Luigi Casola fu il primo vincitore della Coppa Agostoni, nel 1946: s'impose in volata davanti al ligure Antonio Covolo e all'idolo brianzolo Salvatore Crippa.

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