Thunder Boxing Genova

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La boxe significa uguaglianza. Sul ring il colore, l’età e la ricchezza non contano nulla.⚡

19/03/2026

Nell’estate del 2009, Miguel Cotto trasferì il suo campo di allenamento da Puerto Rico a Tampa, in Florida, scegliendo il Fight Factory di Spruce Street per allenarsi lontano da ogni distrazione. La routine era ferrea: corse all’alba, si allenava in palestra nel pomeriggio, riceveva massaggi martedì e venerdì e si concedeva riposo completo la domenica.
Joe Santiago, nuovo allenatore dopo la separazione dallo zio Evangelista, coordinava ogni dettaglio, mentre il preparatore Phil Landman curava forza e condizione con esercizi pliometrici e a corpo libero. Un tocco innovativo era l’allenamento sott’acqua, che aumentava la potenza dei colpi senza affaticare le articolazioni.
I risultati furono immediati... se contro Joshua Clottey Cotto lanciava 45 pugni a round, durante la preparazione per il match con Pacquiao raggiunse i 65, con 10-15 round di sparring al giorno insieme ai partner di sempre.
Il 29 ottobre 2009, giorno del suo ventinovesimo compleanno, accolse i giornalisti per un incontro con i media al Fight Factory senza interrompere l’allenamento: corse, colpì il sacco e fece sparring. La sera uscì solo per festeggiare, senza altre distrazioni. Quando Bob Arum disse che Pacquiao si allenava il doppio di lui, Cotto replicò: “Non mi interessa chi lavora di più. La chiave è essere preparati al 100%”.
Dopo nove settimane di preparazione, arrivò a Las Vegas in anticipo con la sua squadra.

Il 14 novembre 2009, al MGM Grand Garden Arena, salì sul ring con un peso di 145 libbre (65,7 kg), il più basso della sua carriera da welter. Di fronte si trovò Manny Pacquiao, campione dei pesi leggeri salito di due categorie per sfidarlo. Il filippino pesò 144 libbre (65,3 kg), ma portava con sé una velocità che Cotto non aveva mai affrontato...
Dal primo round, Pacquiao si rivelò un avversario imprevedibile: muoveva bene la testa, sfuggiva ai jab e rispondeva con combinazioni rapidissime. Cotto tentò di imporre il suo ritmo, colpendo al corpo e controllando la distanza, ma spesso non trovava il bersaglio.
Al terzo round, un gancio destro di Pacquiao lo mandò al tappeto per la prima volta nella sua carriera da welter. Si rialzò subito e continuò. Il quarto round fu l’ultimo momento di equilibrio: un gancio sinistro mise Pacquiao in difficoltà, ma nello stesso round il filippino piazzò un montante sinistro che mandò Cotto al tappeto. Da quel momento accelerò in modo inarrestabile. Dal quinto round in poi, Cotto subì colpi continui: 336 totali, 276 potenti, con il volto devastato dal sangue e gonfiore. Dopo il nono round, la moglie Melissa non riuscì a guardare oltre e lasciò le tribune.
All’undicesimo round, provò ancora a reagire, ma Pacquiao lo colpì con una raffica che lo costrinse ad aggrapparsi alle corde. Santiago tentò di fermare l’incontro nella pausa, ma Cotto rifiutò. Nel dodicesimo round, barcollante e incapace di reagire, l’arbitro Kenny Bayless interruppe il match a 55 secondi dall’inizio.

Nelle settimane successive, Cotto analizzò quella sconfitta con lucidità. Riconobbe la superiorità di Pacquiao, ma non si pentì della preparazione. Uscì dal ring a testa alta, consapevole di aver dato tutto.
Tornò a Tampa nel 2010, riprendendo la stessa routine e lavorando anche sull’aspetto mentale. Quando riconquistò il titolo mondiale contro Yuri Foreman e, negli anni successivi, divenne il primo pugile portoricano a vincere titoli in quattro categorie diverse — conquistando i superwelter contro Foreman e i medi contro Sergio Martínez nel 2014 — portò con sé la lezione di quella notte al MGM Grand.
La sconfitta contro Pacquiao fu decisa dall’arbitro per KO tecnico, così come quella subita il 26 luglio 2008 contro Antonio Margarito: furono le uniche sconfitte della sua carriera arrivate prima del limite. Nonostante queste battute d’arresto, Cotto non le considerò mai il punto più basso del suo percorso. “Quella notte uscii dal ring a testa alta”, ricordò. “Sapevo di aver dato tutto. A volte dare tutto vale più della vittoria stessa.”

13/01/2026

Buona la prima
Siamo partiti 💪 !! Grazie a chi ci ha dato la possibilità e ci ha spinto a partire
Grazie a , proprietario della palestra, per la fiducia e per la palestra strepitosa Infine grazie a tutte le persone che ci sostengond sempre

08/01/2026

Ciao amici vi aspettiamo per una prova martedi 13 gennaio 💪⚡️🥊
Per qualsiasi info scrivetemi ⚡️

04/10/2025

👏🏻👏🏻👏🏻

04/10/2025

Il nostro vince e diventa Campione Ligure under 15

04/10/2025

Il nostro Alessandro Viganego continua la sua striscia di vittorie.

04/10/2025

Il nostro simone decillis riesce a vincere il suo 3 incontro.

04/10/2025

Il nostro Marco Demontis vince al 5 round
Prestazione straordinaria

23/09/2025

Questo meraviglioso impianto di Las Vegas, il secondo stadio più costoso della storia, quasi due miliardi di dollari, ospiterà il mondiale dei supermedi tra Canelo Alvarez, da sei anni dominatore della categoria, e Terence Crawford, arrivato alle 168 libbre con un lungo salto dai pesi superwelter.

Si tratta di uno dei più attesi match della storia.
Non per me, che nella mia lunga carriera di appassionato ho vissuto attese spasmodiche per entrambi i Tyson-Holyfield, per i grandi match di Erik Morales, per il primo Wilder-Fury e, ancor più di tutti gli altri, incontro e rivincita tra Bivol e Beterbiev al pari di Hagler-Leonard, quando ero un grosso capellone sedicenne che si apprestava ad entrare in una palestra di boxe per la prima volta.

Parimenti, non vedo l'ora di gustarmi il grande match di Las Vegas, in una riunione che si potrà seguire su NETFLIX e che vedrà la main card cominciare alle 3 del mattino di domenica. Il grande evento dovrebbe aver luogo all'incirca alle 5.

Canelo è il pugile che tutti conosciamo, potente e con una mascella d'acciaio.
Crawford, di tre anni più vecchio, è il pugilato fatto persona, con un poderoso allungo che sfrutta con tempismo e precisa boxe d'incontro.
È inutile che io faccia una disamina tecnica: sono pugili che tutti noi tifosi conosciamo.
Nessuno dei due è mai andato al tappeto.
Canelo nel 2005, contro José Cotto, fratello meno famoso di Miguel, fu contato dopo esser crollato sulle corde, ma senza andar giù. ...e poi, diamine, aveva solo diciannove anni.
Crawford non è nemmeno mai stato contato, pur nella controversia di un pugno subito da Gamboa, tanti anni fa.

Fare un pronostico è sicuramente difficile, anche se i favori rimangono per il campione in carica e supermedio dal peso ormai consolidato.
Se Crawford finirà col mettere un ginocchio a terra, sotto la pressione del potente avversario, per lui questo match potrebbe trasformarsi in una reale agonia.
Se Canelo si fiderà troppo delle proprie qualità e, come un toro nell'arena, non troverà spesso il talentuoso avversario, anzi sarà toccato d'incontro, perderà alla distanza.

Sono semplici ragionamenti a voce alta.
Con questi due autentici fuoriclasse tutto sarà possibile e, per una volta, data la trasmissione universale, chiunque potrà godersi lo spettacolo.

23/09/2025

❤️

Ricky Hatton era nato nel 1978 e cresciuto nel gigantesco hinterland di Manchester, in una classica famiglia operaia dei sobborghi.
È morto stamane, in quello che è un probabile atto suicidario.

Diviso tra i successi giovanili di calcio e pugilato, a quattrodici anni aveva deciso che lo divertiva più tirar pugni all’avversario che calci ad un pallone.
La carriera amatoriale era stata breve per la distanza eccessiva dalle successive olimpiadi quindi, a soli diciannove anni d’età, Hatton aveva esordito nei welter junior con un KO ai danni di Collie McAuly, un mestierante suo compatriota.
Tre mesi dopo aveva vinto ancora, al Madison Square Garden, nell’undercard di Naseem Hamed – Kelley.

Tre anni più tardi aveva unito i titoli intercontinentali sbaragliando le difese del nostro ottimo Giuseppe Lauri, per poi prendere il titolo WBU e difenderlo per quindici volte, fino al 2004.
La 39sima vittoria consecutiva era stato un traguardo di grande portata nella sua carriera, avendo costretto al ritiro un atleta di valore assoluto come l’australiano Kostya Tszyu.
Tante vittorie avevano fatto crescere attorno al suo scranno di imbattuto una tifoseria allegra e numerosa, dall’indole e dal trasporto tipicamente britannici.
Ricky era l’eroe del popolo operaio dell’area più operaia d’Europa.
Aveva messo le mani su altre sigle mondiali, battendo pugili di grande spessore come Collazo, Urango e Castillo.
L’8 dicembre del 2007, arrivato al vertice di una carriera arrembante, Ricky si era trovato a guardare - all’altro angolo - un Floyd Mayweather jr trentenne: un ostacolo insormontabile.
Tanto tifo di britannici in trasferta e tanta fiducia nei propri mezzi da parte di Hatton, a nulla erano valsi contro il Pretty Boy del Colorado, il quale aveva servito una lezione da ricordare e un sinistro d’incontro a spegnere le velleità dell’inglese.
Le ottime vittorie su Lazcano e Malignaggi avevano subito rilanciato Hatton il quale, il 2 maggio del 2009, aveva sfidato per il titolo IBF un proprio coetaneo filippino, Manny Pacquiao che, al tempo, era al massimo della forma.
Manny non aveva avuto bisogno che di due riprese, poiché tra i due vi era un immenso divario in termini di velocità, potenza e classe.

Da quel giorno, la vita di Ricky Hatton aveva preso una piega da lui inattesa, ma abbastanza preventivabile per chi lo aveva osservato con occhi attenti.
La costante difficoltà di Ricky a stare nel peso aveva ragioni difficilmente ascrivibili ad altro se non ad un sostanziale abuso di alcol, perdurante sin dai primi anni dell’adolescenza.
Nella sua attività di pugile professionista di valore mondiale, amato e adorato dalla propria gente, ad un’età in cui anche i sassi vengono metabolizzati, Ricky The Hitman Hatton riusciva a gestire qualche bevuta di troppo ed i demoni che gli si stavano per annidare nel cervello.
Quando, però, i pugni non suonavano più, quando non vi erano più cinture tenute alte dai secondi, quando la gente non lo fermava più per strada chiedendogli una foto o una chiacchiera, Ricky si era sentito schiacciare dal peso lasciato dalla propria ombra di campione sul viale del tramonto.
Aveva litigato e rotto ogni rapporto con il proprio coach di sempre, con i propri familiari e con la fidanzata storica, la quale lo aveva reso padre di un bimbo di nome Campbell.
Tutte persone alle quali aveva sempre voluto bene e senza le quali si sentiva perduto.
Eppure, quante volte la rabbia e l’orgoglio ci serrano in una capsula di stupidità dalla quale fatichiamo ad uscire, pur patendo le pene dell’inferno?
Ricky Hatton avava cominciato a passare non più solo alcune serate al pub, ma ci andava ogni giorno. Da mattina a sera e da sera a mattina.
Tornava a casa - in nottata o in pieno giorno - si sedeva al buio con un coltello in una mano che premeva sulle vene del polso dell’altro braccio, ridendo istericamente, spingendo sempre più a fondo.
Quando si era accorto che l’alcol non leniva più la sua inquietudine, era passato alla cocaina, aumentando la propria depressione appena la botta passava.
Vivere o morire, per lui non faceva più alcuna differenza.

Era sempre circondato da tante persone: però non erano amici, ma compagni di sballo. Era solo nella tempesta, come a tanti di noi succede quando le cose sfuggono totalmente al nostro controllo.
Una volta toccato il fondo, o quello che si reputa tale, le strade di un uomo sono solo due: sprofondare o risalire. Vivere o morire.

Ricky Hatton, anni fa, aveva avuto il coraggio di chiedere aiuto, di saltare le barriere che egli stesso aveva costruito, di fare il primo passo verso la riconciliazione, in virtù dell’arrivo di due splendide bambine avute da una nuova compagna.
Riabbracciati il padre e la madre, dopo anni di fraintendimenti e di reciproche accuse, Hatton aveva avuto la particolare gioia di diventare nonno a soli trentanove anni, quando il figlio diciasettenne Campbell aveva avuto una bimba dalla fidanzatina sedicenne.
Superati i quarant’anni, Ricky Hatton aveva ritrovato - nelle gioie familiari - quell’equilibrio sottrattogli da un incipiente stato depressivo.

Un grande pugile che ha combattuto grandi battaglie sui ring di due continenti e, nella vita di tutti i giorni, contro l’ombra ispida del suo stesso essere.
Come tanti pugili professionisti che hanno raggiunto vette importanti in carriera, Ricky sentiva ancora scandire il suo nome e la folla urlare e osannarne le gesta.
Questo può essere un ricordo che riempie di orgoglio, ma anche un momento di grande nostalgia per un successo planetario che non c’è più: è quindi sempre basilare trovare un punto di bilanciamento tra passato e presente.

Ricky Hatton, membro dell’Eccellentissimo Ordine dell'Impero Britannico per volere di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra, pareva esser giunto a distinguere il senso delle fasi della propria vita, godendo di quel che era da ex pugile, ma in funzione del campione che era stato sul ring.

..ma forse, così non era.
I motivi della sua morte di oggi, 14 settembre 2025, non sono stati ancora comunicati, ma aleggia tra le righe di ogni articolo quella parola che nessuno scrive, quel terribile atto che rappresenta la disperazione più difficile da arginare: il suicidio.
Sia quel che sia, Ricky Hatton non c'è più e la sua morte ha colto impreparati anche i più tagliati di noi.
Quando ho letto il messaggio del gentile lettore Vincenzo, ne sono stato sconvolto.
Ero fuori dal ristorante, con la birra in mano, a seguire i bambini che giocavano nel parchetto.
Mia figlia di nove anni mi ha chiesto, stupita, se piangessi, dato che avevo gli occhi rossi.
Sì, le ho detto. Piango per un mio vecchio amico. Che non c'è più.

[Marco]

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Thunder Boxing Genova

La Thunder Boxing Genova nasce dalla mia passione per questo sport.
Una passione segnata negli anni da tanti sacrifici, incontri, gioie e dolori che mi hanno portato a volerla trasmettere ad altri e ad insegnare tutto ciò che ho imparato e sto ancora imparando.


"Amavo combattere..Mi dava l'opportunità di mettermi alla prova, di alzarmi e dire: io sono il migliore, io conto, io esisto" (Smokin' Joe Frazier).


Questa citazione di uno dei più grandi pugili della storia rispecchia appieno ciò che vogliamo trasmettere ai ragazzi: a prescindere dal diventare campioni o meno, quello che ci importa è che una persona si metta in gioco e punti a migliorarsi e diventare più forte sia di testa sia in corpo; perché se non si è forti di testa non si è forti da nessuna parte.
La boxe insegna proprio questo: ti mette alla prova, ti pone davanti a sfide e ti fa comprendere che la calma ed il controllo governano quasi sempre il vincente.
L' obiettivo della Thunder, quindi, è quello di valorizzare ogni singolo atleta e di farlo sentire parte di un gruppo in cui i valori di rispetto, volontà, determinazione e divertimento sono quelli fondamentali. Per riuscire al meglio in questo siamo riusciti a creare un team unito, forte e completo.


"I campioni non si costruiscono in palestra. Si costruiscono dall'interno, partendo da qualcosa che hanno nel profondo: un desiderio, un sogno, una visione. Devono avere l'abilità e la volontà. Ma la volontà deve essere più forte dell'abilità".
(The Great Muhammad Ali)

Ubicazione

Indirizzo

Via ORISTANO 3-5R
Genova
16100