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HAMILTON KHAKI FIELD: DUE MODI DI VIVERE IL TEMPOAutomatico o manuale? A confronto le referenze H70455533 e H69439931: s...
29/10/2026

HAMILTON KHAKI FIELD: DUE MODI DI VIVERE IL TEMPO

Automatico o manuale? A confronto le referenze H70455533 e H69439931: stessa ispirazione militare, due personalità da scoprire.

Di Michele De Maio — HASHTAG

Al mattino c’è chi allaccia l’orologio e comincia la giornata. E c’è chi si concede qualche istante in più, gira la corona e sente tra le dita la resistenza della molla che si carica. Due gesti diversi, due modi di entrare in rapporto con il tempo.

La scelta tra Hamilton Khaki Field Auto H70455533 e Khaki Field Mechanical H69439931 comincia proprio da qui. Entrambi appartengono alla famiglia Khaki Field, ma interpretano la sua identità attraverso abitudini, proporzioni e dettagli differenti.

Una tradizione che arriva al polso

Il Mechanical guarda direttamente al passato: Hamilton lo presenta come una riproduzione fedele del suo predecessore degli anni Sessanta. La cassa opaca, il quadrante nero e il cinturino in tessuto NATO restituiscono un’estetica essenziale, legata alla tradizione degli orologi militari.

È una scelta stilistica che conserva una forza particolare. Il quadrante senza datario lascia spazio alla lettura dell’ora, mentre il cinturino contribuisce a un aspetto informale, adatto a chi ama gli oggetti dal carattere concreto.

L’Auto H70455533 propone un’interpretazione più versatile. Il quadrante nero con datario e il cinturino in pelle permettono di immaginarlo tanto con un abbigliamento casual quanto sotto il polsino di una camicia. La sua eleganza rimane discreta, con un’impronta sportiva.

Automatico: la comodità del movimento

Il Khaki Field Auto utilizza il calibro H-10, che si ricarica attraverso i movimenti del polso. La riserva di carica dichiarata è di 80 ore: un’autonomia utile anche quando si alternano più orologi.

Per chi cerca un compagno quotidiano, il vantaggio è immediato. Indossandolo con regolarità e muovendosi a sufficienza, la carica viene mantenuta senza un intervento abituale sulla corona. Se rimane fermo abbastanza a lungo da esaurirla, occorre rimetterlo in funzione e regolare le indicazioni.

È un rapporto semplice e spontaneo: l’orologio riceve energia dalla giornata di chi lo porta.

Manuale: il piacere di un gesto

Nel Mechanical H69439931 lavora invece il calibro H-50 a carica manuale, anch’esso con 80 ore di autonomia dichiarata. L’energia si accumula ruotando la corona; il movimento del polso non provvede alla ricarica.

Qui entra in gioco il gusto personale. Per qualcuno caricare un orologio è un impegno da ricordare; per altri rappresenta una parte essenziale del piacere di possederlo. È un gesto breve che rende percepibile la natura meccanica dell’oggetto.

Il manuale invita a un’attenzione diversa. Si sceglie anche per questo contatto diretto, per quella piccola abitudine capace di trasformare un accessorio in un compagno personale.

Stesso diametro, sensazioni diverse

Entrambe le referenze hanno una cassa da 38 millimetri, ma lo spessore cambia: 11 millimetri per l’Auto e 9,5 per il Mechanical. L’impermeabilità dichiarata è rispettivamente di 10 bar e 5 bar; entrambi adottano un vetro zaffiro. Sono differenze da considerare insieme alla vestibilità e all’uso previsto.

Il Mechanical può conquistare chi apprezza una cassa più sottile e un’estetica militare essenziale. L’Auto offre una dotazione pratica convincente per l’uso quotidiano, con il datario e una maggiore impermeabilità dichiarata.

Provarli al polso resta un passaggio prezioso: il diametro racconta soltanto una parte della comodità, mentre cinturino, proporzioni e sensazioni completano la scelta.

Quale scegliere?

Per chi desidera un Hamilton da indossare con continuità, il mio consiglio è il Khaki Field Auto H70455533: pratico, versatile e facile da inserire nelle abitudini quotidiane.

Il Khaki Field Mechanical H69439931 è invece la scelta che suggerirei a chi cerca soprattutto il carattere storico della collezione e apprezza il rituale della carica manuale.

La preferenza nasce dal modo in cui si vuole vivere l’orologio. C’è chi ama affidargli il ritmo delle proprie giornate e chi desidera fermarsi un momento per dargli energia. In entrambi i casi, il Khaki Field offre una ragione per tornare a guardare il polso.

TUDOR NORTH FLAG: IL CORAGGIO DI SEGUIRE LA PROPRIA ROTTADall’ispirazione delle spedizioni polari alla svolta dei calibr...
29/10/2026

TUDOR NORTH FLAG: IL CORAGGIO DI SEGUIRE LA PROPRIA ROTTA

Dall’ispirazione delle spedizioni polari alla svolta dei calibri di manifattura: un orologio che racconta una pagina decisiva della storia Tudor.

Di Michele De Maio — HASHTAG

Ci sono orologi che attirano per la loro eleganza e altri che incuriosiscono per la storia che portano al polso. Il Tudor North Flag mette insieme questi due mondi attraverso un carattere preciso: linee nette, un quadrante essenziale e dettagli gialli che interrompono il nero come segnali su una mappa.

È un’estetica tecnica, immediatamente riconoscibile. Ma per comprendere questo modello bisogna andare oltre il suo aspetto e tornare a un luogo dove misurare il tempo aveva un significato molto concreto: la Groenlandia.

Una storia che nasce tra i ghiacci

Nel 1952, alcuni Tudor Oyster Prince accompagnarono i membri della British North Greenland Expedition. In un ambiente estremo, gli orologi erano strumenti da utilizzare durante il lavoro scientifico e la vita della spedizione. Affidabilità e precisione dovevano trovare conferma nell’esperienza quotidiana, lontano dalle vetrine.

È a quello spirito che si richiama il North Flag. Il collegamento con l’esplorazione appartiene alla sua identità: suggerisce un’idea di orologeria concreta, nella quale ogni elemento deve avere una ragione per esserci.

Il 2015 e una nuova direzione

Presentato nel 2015, il North Flag occupa un posto significativo nell’evoluzione del marchio. In quell’anno, insieme al Pelagos, introdusse nella gamma Tudor movimenti sviluppati e prodotti dalla casa: una tappa fondamentale nel percorso verso una maggiore indipendenza industriale. Il calibro del North Flag è l’MT5621, automatico e certificato cronometro dal COSC, con un’autonomia di circa 70 ore.

Dietro questi dati c’è un vantaggio semplice da comprendere: a piena carica, l’orologio può attraversare un fine settimana lontano dal polso continuando a funzionare. La tecnica entra così nella vita di chi lo indossa, senza chiedere di essere un esperto per apprezzarla.

Un design che si fa ricordare

La cassa in acciaio da 40 millimetri, la lunetta che combina acciaio e ceramica nera opaca, il quadrante scuro e gli elementi luminescenti definiscono un insieme dal forte carattere strumentale. La lancetta dei secondi gialla aggiunge energia; l’indicatore della riserva di carica rende visibile l’autonomia residua. L’impermeabilità dichiarata è di 100 metri.

Il risultato è un equilibrio particolare. Il North Flag ha una presenza decisa, ma conserva ordine e leggibilità. Il giallo ne diventa la firma: basta un dettaglio per riconoscerlo e distinguerlo.

Anche il fondello trasparente contribuisce al racconto, lasciando osservare il movimento attraverso il vetro zaffiro. È un invito a girare l’orologio, a soffermarsi su ciò che normalmente rimane nascosto.

Il fascino di una scelta personale

Il North Flag può parlare a chi cerca nell’orologeria una personalità precisa. Il suo interesse sta nell’incontro tra una memoria di esplorazione, una svolta meccanica e un linguaggio estetico coerente.

Indossarlo significa scegliere un oggetto che offre più di un colpo d’occhio: una storia da conoscere, una costruzione da osservare e piccoli dettagli da riscoprire con il tempo.

Forse è proprio questo il suo tratto più riuscito. Come una bussola, il Tudor North Flag suggerisce una direzione. Poi lascia a chi lo porta al polso il piacere di scegliere la propria.

GIORGIA ED EMANUEL LO, IL SÌ C’È GIÀ. LE NOZZE POSSONO ASPETTARELa cantante torna a parlare della proposta ricevuta anni...
28/10/2026

GIORGIA ED EMANUEL LO, IL SÌ C’È GIÀ. LE NOZZE POSSONO ASPETTARE

La cantante torna a parlare della proposta ricevuta anni fa: tra impegni e quotidianità, il matrimonio è rimasto un progetto. E il racconto conquista per la sua ironia.

Di Michele de Maio
Per il periodico Hashtag

Nel mondo dello spettacolo, dove un anello può trasformarsi in una notizia e una fotografia alimentare settimane di indiscrezioni, Giorgia offre un racconto sentimentale dal tono decisamente diverso. La proposta di matrimonio di Emanuel Lo c’è stata, accompagnata dall’anello e dall’emozione. Lei ha risposto di sì. Poi, però, nessuno dei due ha organizzato le nozze.

La cantante è tornata sull’argomento durante la recente partecipazione a “Che tempo che fa”, spiegando con ironia come il progetto sia rimasto in sospeso fra gli impegni di entrambi. Un racconto ripreso dalla stampa negli ultimi giorni, che riporta l’attenzione su una delle coppie più conosciute della musica e della televisione italiana.

Un anello, un progetto e tante cose da fare

Il dettaglio che incuriosisce è proprio questo: dopo il momento romantico della proposta, è arrivata la vita quotidiana. Lavoro, famiglia e altri impegni hanno occupato lo spazio che avrebbe potuto essere dedicato ai preparativi.

Giorgia aveva già raccontato la proposta anche in passato, ricordando l’anello e la commozione di entrambi. La novità di queste settimane è il ritorno pubblico sull’argomento, affrontato ancora una volta con leggerezza.

È facile riconoscersi in questa distanza fra un progetto importante e il momento in cui ci si decide a realizzarlo. Persino per due protagonisti dello spettacolo, scegliere una data e avviare i preparativi può continuare a scivolare in fondo all’agenda.

La curiosità del pubblico

Per chi segue la coppia, la domanda resta inevitabile: arriveranno prima o poi i fiori d’arancio? Al momento, dalle dichiarazioni riportate, non emerge una data annunciata. Giorgia lascia aperta la possibilità, senza presentare il matrimonio come un appuntamento imminente.

È questo il punto da tenere fermo, anche nel gossip: una proposta raccontata pubblicamente non equivale all’annuncio di una cerimonia. La curiosità può accompagnare la storia, ma il calendario appartiene ai diretti interessati.

Il fascino della normalità

Al di là delle possibili nozze, a rendere piacevole questo racconto è il tono con cui Giorgia parla della propria vita. L’ironia permette di avvicinare il pubblico senza trasformare ogni dettaglio in una rivelazione clamorosa.

Sul palco la conosciamo per la voce e per l’intensità delle interpretazioni. In questi aneddoti emerge invece una quotidianità nella quale anche un progetto romantico deve fare i conti con il tempo, gli impegni e la voglia di occuparsi dell’organizzazione.

Forse è proprio questa familiarità ad attirare l’attenzione. Fra tante storie raccontate attraverso annunci spettacolari, quella di un matrimonio ancora da organizzare conserva una semplicità capace di far sorridere.

Il prossimo capitolo resta aperto

Giorgia ed Emanuel Lo continueranno a suscitare curiosità, soprattutto se torneranno a parlare di quel sì. Per ora, però, la notizia è nelle parole della cantante e nella naturalezza con cui le ha condivise.

L’anello è arrivato. La risposta anche. Per inviti, preparativi e data da segnare sul calendario, il pubblico dovrà ancora aspettare.

PINO DANIELE, IL BLUES DI NAPOLI TORNA AL CINEMA“Je so’ pazzo” racconta le radici e l’ascesa del cantautore: un viaggio ...
28/10/2026

PINO DANIELE, IL BLUES DI NAPOLI TORNA AL CINEMA

“Je so’ pazzo” racconta le radici e l’ascesa del cantautore: un viaggio tra musica, fragilità e appartenenza.

Di Michele de Maio
Per il periodico Hashtag

Ci sono voci che diventano parte della nostra vita. Le riconosciamo dalle prime note, le associamo a una strada, a una persona, a un momento che credevamo dimenticato. La voce di Pino Daniele appartiene a questa memoria collettiva: custodisce qualcosa di profondamente napoletano e, insieme, capace di parlare a chiunque.

È a quell’uomo e alla nascita del suo universo musicale che si avvicina “Je so’ pazzo”, il film diretto da Nicola Prosatore, nelle sale italiane dal 15 ottobre 2026. A interpretare il cantautore è Massimiliano Caiazzo, protagonista di un racconto biografico che porta sul grande schermo il percorso di un artista diventato un riferimento per generazioni di ascoltatori.

Dai vicoli a una voce propria

La storia segue gli anni della formazione e dell’affermazione di Pino, fino al grande concerto del 1981, davanti a circa duecentomila persone. Un percorso nel quale la conquista del pubblico si intreccia con le difficoltà familiari e con la ricerca di una propria identità.

Prima del nome sui manifesti, prima delle canzoni affidate alla memoria di tutti, c’è un ragazzo che cerca il proprio modo di stare al mondo. È una prospettiva che rende significativo il ritorno di Pino al cinema: permette di avvicinare la figura pubblica attraverso le domande, i desideri e le inquietudini che precedono il successo.

La musica, in questo percorso, diventa uno spazio di libertà. Un luogo nel quale trovare le parole, anche quando parlare di sé è difficile.

Napoli, radice e orizzonte

Pensare a Pino Daniele significa incontrare Napoli. Una città presente nella lingua, nel ritmo e nella sensibilità delle sue canzoni, ma anche nella capacità di tenere insieme tenerezza e rabbia, ironia e malinconia.

La sua originalità nasce dal dialogo fra mondi musicali: il blues, il jazz e la tradizione partenopea si incontrano in un linguaggio personale, immediatamente riconoscibile. È questa fusione a costituire uno dei nuclei del ritratto proposto dal film.

Nella sua musica, appartenere a un luogo può diventare il punto di partenza per incontrarne altri. Il dialetto conserva la propria forza espressiva e attraversa confini, raggiungendo ascoltatori con storie e provenienze diverse.

Dietro il musicista, l’uomo

La vicenda cinematografica affianca all’ascesa artistica i rapporti familiari, gli amori e le fragilità personali. Il legame con le proprie origini e il bisogno di riconciliazione accompagnano il protagonista lungo il racconto.

È un terreno delicato, perché portare al cinema un artista tanto amato significa confrontarsi con un’immagine che ciascuno spettatore custodisce già. Ognuno ha il proprio Pino: quello ascoltato in famiglia, quello scoperto da adolescente, quello ritrovato in una canzone arrivata al momento giusto.

Un racconto biografico può aprire uno spazio di curiosità intorno a questa familiarità, invitando a conoscere il cammino umano da cui è nata una voce così riconoscibile.

Un incontro fra generazioni

L’arrivo di “Je so’ pazzo” offre anche ai più giovani un’occasione per avvicinarsi a Pino Daniele attraverso il cinema e tornare poi alla sua musica. Per chi lo ascolta da sempre, può diventare invece uno stimolo a ripercorrere le origini di un legame personale.

Perché l’eredità di un musicista continua a vivere quando le sue canzoni entrano in nuove vite, trovano nuovi ascoltatori e suggeriscono nuove domande.

Il grande schermo riporta l’attenzione sul percorso di Pino. Le sue canzoni continuano il viaggio, ogni volta che qualcuno preme “play” e scopre che quella voce ha ancora qualcosa da dirgli.

Agenzia WOW e il valore della comunicazione seriaDal cartellone stradale alle soluzioni digitali e mobili, un progetto c...
26/10/2026

Agenzia WOW e il valore della comunicazione seria

Dal cartellone stradale alle soluzioni digitali e mobili, un progetto che mette al centro l’identità delle imprese e la conoscenza del territorio.

Di Michele de Maio

Ogni mattina una serranda che si alza rimette in movimento una storia. Dietro quella vetrina ci sono persone, investimenti, competenze e giornate di lavoro. C’è chi prepara il primo caffè, chi sistema la sala prima del servizio, chi riordina un laboratorio o aspetta un cliente per presentargli il proprio prodotto. Tutte queste attività hanno qualcosa da raccontare. Dare forma a quel racconto, e portarlo alle persone giuste, è il compito di una comunicazione fatta con serietà.

Quando penso alla pubblicità, parto proprio da qui: dal rispetto per il lavoro di chi si affida a noi. Un’impresa mette nelle mani di un progetto di comunicazione una parte della propria reputazione. Per questo ogni scelta merita attenzione, dalle parole di un manifesto alla posizione in cui verrà esposto. La fiducia comincia molto prima della stampa.

Il primo lavoro è ascoltare. Capire cosa rende riconoscibile un’attività, a chi desidera parlare, quale obiettivo vuole raggiungere e quali risorse può dedicare alla propria promozione. Una nuova apertura, un servizio da far conoscere e un marchio già presente sul territorio richiedono percorsi differenti. Una proposta seria deve saper spiegare le ragioni delle sue scelte, con chiarezza.

È questa l’idea che voglio raccontare attraverso il progetto Agenzia WOW: costruire una presenza coerente, nella quale l’immagine di un’attività accompagni il pubblico nei luoghi della vita quotidiana. Il catalogo degli impianti e dei servizi dà forma concreta a questa visione. Riunisce postazioni nell’Irpinia e nel Salernitano, ciascuna presentata con fotografia, numero identificativo, misura e collegamento alla posizione. Informazioni che aiutano l’imprenditore a conoscere gli spazi e a scegliere con maggiore consapevolezza.

La conoscenza del territorio conta. Una strada d’ingresso al paese, un collegamento verso l’autostrada, una zona industriale e un’area commerciale hanno contesti diversi. Anche il messaggio deve tenerne conto. Sul cartellone stradale servono una gerarchia chiara, poche parole leggibili e un’identità riconoscibile. La creatività trova forza quando incontra le condizioni reali in cui verrà osservata.

Accanto ai cartelloni, il progetto comprende LEDWALL e vetrine pubblicitarie, con soluzioni dedicate anche alla comunicazione presso le attività. I servizi mobili, dalle vele alle bici pubblicitarie, permettono di pensare campagne legate a luoghi e percorsi. La personalizzazione delle auto aziendali porta il marchio nei normali spostamenti di lavoro. Ogni mezzo va scelto per il contributo che può dare all’obiettivo della campagna.

La stessa attenzione può entrare nei gesti più semplici. Una bustina di zucchero, un tovagliolo, una confezione di cioccolato o un cartone della pizza personalizzato diventano punti di contatto con il cliente. Il marchio accompagna una pausa, una consegna, un momento di convivialità. Quando grafica e messaggio sono coerenti, anche questi piccoli supporti partecipano al racconto dell’impresa.

È nella continuità che una presenza acquista valore. Lo stesso nome, gli stessi colori e un linguaggio riconoscibile aiutano le persone a collegare ciò che vedono per strada con ciò che incontrano in un’attività. Per questo considero essenziale curare l’intero percorso: progettazione, qualità degli esecutivi, leggibilità dei contatti e verifica dei materiali. Sono dettagli che richiedono tempo e che incidono sul risultato del lavoro.

La serietà si riconosce anche nel rapporto con il cliente. Significa definire obiettivi realistici, condividere tempi e costi, controllare ciò che viene realizzato e distinguere i risultati osservabili dalle aspettative. Ogni promessa pubblicitaria deve trovare riscontro nell’esperienza che l’attività offre alle persone. È lì che la comunicazione incontra la sua prova più importante.

Credo in una pubblicità capace di dare dignità alle storie delle imprese e di rendere visibile il loro impegno. È il senso del percorso che voglio esprimere con WOW: mettere le idee al servizio di un’identità, scegliere con cura dove farle vivere e accompagnarle con un lavoro preciso. Perché essere ricordati diventa davvero prezioso quando quel ricordo porta con sé fiducia.

Osteria del Borgo, la tradizione che continua a vivere a tavolaLa cucina della memoria e la passione della chef Gerarda ...
25/10/2026

Osteria del Borgo, la tradizione che continua a vivere a tavola

La cucina della memoria e la passione della chef Gerarda Orvieto

Di Michele De Maio — per HASHTAG

Ci sono profumi che sanno riportarci a casa. Il ragù che cuoce lentamente, la pasta e patate appena servita, il pane con cui raccogliere l’ultimo sugo nel piatto. Sono piccoli gesti che appartengono alla nostra storia e che, ancora oggi, raccontano il significato più autentico dell’ospitalità.

È da questo legame tra cucina e memoria che prende forma l’identità dell’Osteria del Borgo: portare a tavola i sapori della tradizione campana e irpina, custodendo quel senso di familiarità che rende speciale un pranzo condiviso.

La cucina di nonna, un patrimonio da custodire

“La cucina di nonna” è un’espressione che racchiude un mondo. Significa ricordare le domeniche in famiglia, le pentole sul fuoco fin dal mattino, i piatti che arrivavano al centro della tavola e passavano di mano in mano.

All’Osteria del Borgo, questa idea diventa un modo di accogliere. L’intento è ritrovare il piacere di sedersi insieme, concedersi il tempo di una conversazione e riconoscere in una pietanza qualcosa che ci appartiene.

La storia che l’osteria vuole raccontare è quella di una cucina popolare ricca di ingegno: ricette nate nelle case, ingredienti semplici valorizzati con attenzione, preparazioni capaci di attraversare le generazioni. Una tradizione che continua a vivere ogni volta che qualcuno sceglie di cucinarla e condividerla.

Gerarda Orvieto, la passione prende forma in cucina

A dare voce a questa proposta è la chef Gerarda Orvieto. Il suo ruolo è interpretare lo spirito dell’osteria attraverso una cucina riconoscibile, legata al territorio e al piacere della buona tavola.

Preparare un piatto della tradizione richiede sensibilità. Bisogna trovare l’equilibrio dei sapori, rispettare le cotture, dare il giusto valore a ogni ingrediente. Anche una ricetta familiare, proprio perché tutti ne custodiscono un ricordo, merita grande cura.

È in questa attenzione che la passione diventa concreta: nel lavoro quotidiano, nella preparazione di ogni portata, nel desiderio di far arrivare all’ospite un piatto capace di lasciare una sensazione piacevole e un motivo per tornare.

Il territorio dentro il piatto

Pasta e patate, carne al ragù, mallone, preparazioni con zucca, castagne e porcini: il linguaggio dell’Osteria del Borgo trova le sue parole nei sapori della nostra terra.

Sono piatti che evocano stagioni, abitudini e ricordi. Raccontano una cultura gastronomica in cui la cucina era anche un modo per prendersi cura degli altri. Portarli a tavola oggi significa riconoscere il valore di quel patrimonio e permettere anche alle nuove generazioni di incontrarlo.

Il valore di sentirsi accolti

Per me, raccontare l’Osteria del Borgo significa parlare di un’idea di convivialità alla quale tengo: una tavola attorno alla quale ritrovarsi, mangiare con piacere e sentirsi a proprio agio.

La passione della chef Gerarda Orvieto e l’identità della cucina di nonna si incontrano qui, nel desiderio di dare continuità a sapori che meritano ancora spazio nella nostra vita.

Perché ci sono ricette che conservano una memoria collettiva. E ogni volta che tornano a tavola, quella storia continua.

Michele De Maio

Il tempo buono della Tenuta del ReTre impasti, tre lievitazioni e la passione per una specialità da condividereDi Michel...
25/10/2026

Il tempo buono della Tenuta del Re

Tre impasti, tre lievitazioni e la passione per una specialità da condividere

Di Michele De Maio — per il periodico HASHTAG

Ci sono profumi capaci di fermare una conversazione. Il pane caldo, la crosta che si apre, un impasto appena uscito dal forno: bastano pochi istanti per riportarci a una tavola di famiglia, a un gesto semplice, al piacere di mangiare insieme.

È da questa sensazione che voglio partire per raccontare i lievitati della Tenuta del Re, a Borgo di Montoro. Prima dei tempi di lavorazione, prima delle farciture e delle ricette, viene il desiderio di portare a tavola qualcosa che lasci un ricordo.

Per me la cucina comincia proprio qui: nell’attenzione che dedichiamo a chi verrà a trovarci.

Una passione che prende forma

Un impasto sembra una cosa semplice. Farina, acqua, lievito. Eppure, tra quegli ingredienti e il momento dell’assaggio, si apre un mondo fatto di scelte, sensibilità e pazienza.

Bisogna osservare, aspettare, capire quando intervenire e quando lasciare che il tempo faccia il suo lavoro. Ogni fase richiede cura: dalla lavorazione alla lievitazione, dalla farcitura alla cottura.

Alla Tenuta del Re questa ricerca prende forma insieme allo chef Lazzaro Spena, nel lavoro dedicato a tre specialità che esprimono caratteri diversi, unite dalla stessa attenzione all’impasto e al gusto.

L’obiettivo è preciso: ottenere un equilibrio tra la croccantezza esterna e la morbidezza interna, valorizzando ogni preparazione nella sua identità.

Tre impasti, tre lievitazioni, tre eccellenze

Il nostro percorso comincia dal Panuozzo Reale, con 48 ore di lievitazione. Generoso, conviviale, invita alla condivisione fin dal primo sguardo. Il pane e la farcitura devono accompagnarsi: ogni morso deve raccontare entrambi, senza che uno copra l’altra.

Si prosegue con la Pizza nel Rutiello, con 60 ore di lievitazione. Il suo nome richiama il linguaggio delle nostre cucine e quel legame familiare con il ruoto, con il forno, con le preparazioni che arrivano a tavola ancora fumanti. È una specialità nella quale cerchiamo il piacere della crosta e la morbidezza dell’impasto, insieme alla ricchezza del condimento.

Infine, la Schiacciata Reale, con 72 ore di lievitazione. Completa il percorso con una personalità propria, offrendo un altro incontro tra consistenze e farciture.

Quarantotto, sessanta e settantadue ore scandiscono tre lavorazioni distinte. Sono tempi ai quali affidiamo parte del risultato, insieme alla scelta degli ingredienti e alla cura della cottura. La qualità nasce dall’insieme di questi gesti.

Il sapore della condivisione

Quando immagino i nostri lievitati a tavola, penso a qualcuno che ne porge un pezzo a un amico. A chi assaggia una preparazione e poi vuole confrontarla con l’altra. A una conversazione che continua tra un boccone e il successivo.

Per questo abbiamo pensato alla degustazione come a un’esperienza da vivere insieme: un percorso attraverso i tre impasti, per scoprirne le differenze e trovare il proprio preferito.

Può essere l’occasione per una serata tra amici, un compleanno o una piccola festa. Il cibo diventa il centro della tavola e, intorno, ciascuno porta la propria storia.

La nostra idea di eccellenza

La parola “eccellenza” comporta un impegno. Significa cercare costanza, prestare attenzione ai dettagli e continuare a migliorare anche ciò che già ci soddisfa.

È questo lo spirito con cui vogliamo raccontare il lavoro della Tenuta del Re e dello chef Lazzaro Spena: attraverso preparazioni da conoscere con gli occhi, con il profumo e, soprattutto, con l’assaggio.

Tre impasti, tre lievitazioni, tre eccellenze.

Il nostro invito parte da qui, da una tavola apparecchiata a Borgo di Montoro e dal desiderio di farvi stare bene.

Al resto dedichiamo tutto il tempo che serve.

      di: Michele De MaioPrada Galleria non è un nuovo negozio, è un mondoPrada torna dove tutto è cominciato e trasform...
15/09/2026


di: Michele De Maio
Prada Galleria non è un nuovo negozio, è un mondo
Prada torna dove tutto è cominciato e trasforma la Galleria Vittorio Emanuele II in un viaggio dentro la propria storia, tra archivio, moda, arte e nuove forme di ospitalità
Non chiamatelo ampliamento della boutique donna. Non chiamatelo nuovo spazio casa o beauty. E nemmeno museo. Prada Galleria è qualcosa di più: un luogo in cui perdersi dentro l’universo Prada, tra moda, arte, architettura, cultura, ospitalità e storia. Un indirizzo per chi Prada la conosce già e, forse ancora di più, per chi pensa di conoscerla. Perché Prada non è soltanto una storia di Made in Italy. È una storia di Milano.
È qui, infatti, nella Galleria Vittorio Emanuele II, a pochi passi dal Duomo, che nel 1913 aprì il primo negozio Fratelli Prada. Più di un secolo dopo, quello stesso indirizzo torna al centro della storia del brand con un progetto che occupa otto piani e che prova a raccontare Prada non attraverso una singola definizione, ma attraverso tutte quelle discipline che negli anni ne hanno alimentato l’identità.Otto piani, collegati anche da un nuovo passaggio sotterraneo, che tengono insieme quello che normalmente starebbe in indirizzi diversi: boutique, archivio, mostra, pasticceria, arte, fotografia, shopping privato e ospitalità. La moda, naturalmente, è il punto di partenza. Intorno ci sono arte, architettura, cinema, fotografia, design, cultura, sport e ospitalità. Non mondi semplicemente accumulati nel tempo, ma territori con cui Prada ha costruito un dialogo continuo. È anche attraverso questi incontri che il brand è cambiato, evolvendosi senza mai smettere di mettere in discussione la propria identità.
Il percorso comincia dalla boutique Prada Donna, che occupa proprio la sede originaria di Fratelli Prada. Lo spazio è stato ampliato con un nuovo piano interrato, quasi raddoppiando la superficie espositiva. Accanto alle collezioni donna trovano spazio le proposte Travel, Home e Beauty, in un ambiente dove il presente convive con il passato attraverso murales storici e oggetti provenienti dall’archivio. Dall’altra parte, diagonalmente rispetto alla boutique donna, c’è Prada Uomo, inaugurata nel 2013. Oggi i due spazi sono collegati da un nuovo passaggio sotterraneo, il Secret Passage. Il nome sembra quello di un dettaglio scenografico, ma qui il passaggio serve soprattutto a portare il visitatore dietro le quinte della storia Prada. Il tunnel raccoglie infatti episodi meno conosciuti della storia del marchio, oggetti, esperimenti e intuizioni che raccontano alcune delle sue prime volte. Sono deviazioni che, viste oggi, sembrano anticipare quella particolare attitudine alla ricerca e all’autocritica che è diventata una delle cifre di Prada. Un modo per ricordare che l’innovazione, in casa Prada, non è mai arrivata soltanto dalle collezioni. Sopra lo spazio Uomo c'è Marchesi 1824, che Prada ha acquisito nel 2014. È difficile immaginare un modo più milanese di stare dentro Prada: un caffè, una pasticceria, un rituale che appartiene alla città da generazioni e che qui continua la sua vita accanto alla moda.
Al piano nobile arriva invece il cuore più narrativo del progetto: Pradasphere, la prima mostra permanente dedicata alla storia del brand. Dalla fondazione di Fratelli Prada nel 1913 fino ai giorni nostri, la mostra raccoglie oltre un secolo di creatività attraverso materiali d’archivio e testimonianze legate alla moda, all’arte, all’architettura, al cinema, alla cultura e allo sport. Molti dei pezzi esposti vengono mostrati per la prima volta. Pradasphere nasce da un percorso già iniziato con le esposizioni itineranti di Londra e Hong Kong nel 2014 e di Shanghai nel 2023, ma a Milano assume un significato diverso. Qui non è più una mostra temporanea sulla storia di Prada: diventa parte permanente della casa, quasi una memoria incorporata nell’edificio.
Ed è forse questo il punto. Per Prada il passato non serve a guardarsi indietro. Serve a capire cosa fare dopo. Il patrimonio non viene utilizzato come semplice celebrazione, ma come materiale con cui continuare a costruire. È una distinzione sottile, ma fondamentale: conoscere da dove si arriva serve a capire meglio dove andare. È una filosofia che emerge anche negli spazi più privati della Galleria.

Al secondo piano, The Studio propone una serie di sale raccolte, quasi domestiche, pensate per uno shopping su appuntamento e altamente personalizzato. Al centro, una sala dedicata agli eventi privati. Poco più in là, L’Appartamento porta il discorso ancora più lontano dalla tradizionale idea di boutique. L’ambiente si ispira a un immaginario appartamento del XVIII secolo e mette insieme mobili italiani d’antiquariato e arte contemporanea, con i mosaici monumentali della Galleria a fare da sfondo. Qui il fotografo tedesco Andreas Gursky ha curato una selezione delle proprie opere. Lo spazio, accessibile su invito, è destinato a cene private e occasioni speciali.
Poi si sale ancora, fino all’Osservatorio Fondazione Prada, dedicato alla fotografia e alla sperimentazione visiva. Nato proprio nella Galleria nel 2016, l’Osservatorio guarda alle trasformazioni del presente attraverso immagini, tecnologia e nuovi linguaggi, diventando un altro punto di contatto tra il mondo Prada e ciò che accade fuori dalla moda.

Perché l'idea di trasformare un negozio in qualcosa di più non è nuova per Prada. Già nel 2001, con il primo Epicenter di New York progettato da Rem Koolhaas e OMA, il brand aveva cominciato a mettere in discussione il concetto tradizionale di retail, facendo dialogare architettura, arte e moda. Poi sarebbero arrivati Los Angeles e Tokyo. Prada Galleria porta quella stessa intuizione a un livello diverso. Non più un singolo spazio concepito come manifesto, ma un intero edificio in cui le diverse anime del brand possono convivere. E soprattutto farlo a Milano, nel luogo stesso in cui la storia è iniziata.

Lo stesso principio è stato sperimentato anche a Shanghai, con progetti come MiShang Prada Rong Zhai, sviluppato in collaborazione con il regista Wong Kar Wai, e con il restauro di Rong Zhai, la villa storica del 1918 trasformata da Prada in un centro culturale. A Singapore, nel 2024, è arrivato anche un nuovo Prada Caffè. Sono esperienze diverse, ma tutte raccontano la stessa idea: Prada non vuole limitarsi a vendere prodotti, vuole costruire contesti intorno a essi. A Milano questa ambizione trova però il suo indirizzo più naturale. Perché Prada Galleria non è soltanto il luogo in cui il brand torna alle proprie origini. È il luogo in cui quelle origini vengono rimesse in movimento. Il negozio del 1913 incontra la moda contemporanea, l’archivio dialoga con l’arte, la pasticceria con l’ospitalità, la fotografia con la tecnologia. Ogni piano aggiunge un pezzo, ma nessuno pretende di essere la definizione definitiva di Prada.

Alla fine, forse, è proprio questo il viaggio promesso da Prada Galleria: non una visita dentro un museo del brand, ma un percorso attraverso le connessioni che lo hanno reso quello che è. Un secolo dopo il primo Fratelli Prada, Milano torna a essere il punto di partenza. Questa volta, però, per guardare molto più lontano.

Indirizzo

Viale A. Gramsci
Montoro
83025

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