19/04/2026
Un colpo al cerchio ed uno alla Casertana.
La Salernitana riconquista il terzo posto.
Avanti così. Ma crediamoci un po’ di più!
Un luogo virtuale in cui condividere la passione per la propria terra e per la Salernitana.
19/04/2026
Un colpo al cerchio ed uno alla Casertana.
La Salernitana riconquista il terzo posto.
Avanti così. Ma crediamoci un po’ di più!
18/04/2026
Danilo Iervolino oggi appare come un uomo che vive in una zona grigia, un territorio sospeso tra ciò che vorrebbe essere e ciò che le circostanze gli permettono di essere. Da mesi si è trincerato dietro i suoi collaboratori, ha arretrato la propria esposizione pubblica, ha lasciato che altri parlassero, decidessero, rappresentassero. Formalmente non è più presidente della Salernitana, e questo arretramento non è casuale: è la conseguenza di un quadro che si è fatto più pesante, più delicato, più difficile da sostenere in prima persona. La condanna in primo grado, riportata da tutte le principali testate, non riguarda la Salernitana, ma pesa sulla sua onorabilità e sulla sua agibilità istituzionale. Nel sistema sportivo italiano, i requisiti di onorabilità non sono un dettaglio: sono la base per ricoprire ruoli federali, incarichi dirigenziali, presidenze. Se quella condanna dovesse essere confermata nei successivi gradi, è realistico pensare che Iervolino non possa tornare a ricoprire ruoli apicali nel calcio. Non è un giudizio, è una conseguenza normativa. E allora la domanda diventa inevitabile: se anche volesse tornare, potrebbe farlo? E se non può, che senso ha restare dietro le quinte? Restare nell’ombra significa accettare un ruolo ibrido, rinunciare alla centralità, affidarsi completamente ai collaboratori, convivere con una posizione che non è né dentro né fuori. Significa anche esporsi al rischio che ogni scelta venga letta come un tentativo di mantenere influenza senza assumere responsabilità dirette. È una condizione che può durare mesi, forse anni, perché i tempi della giustizia sono lunghi e imprevedibili. E nel frattempo la Salernitana vive in un limbo, con una proprietà che non può esporsi e una piazza che non può più aspettare. Sullo sfondo c’è la possibile rivoluzione in Federazione, un cambio di equilibri che molti attendono. Ma nessuna rivoluzione potrà cancellare i requisiti di onorabilità: possono cambiare le persone, non le basi giuridiche. Pensare che la trattativa sia stata fatta saltare per attendere un nuovo scenario federale è una lettura suggestiva, ma non suffragata da elementi concreti. Più plausibile è che Iervolino si trovi in una situazione in cui ogni strada è complicata: restare espone, tornare forse non sarà possibile, vendere è difficile, arretrare è logorante. Eppure, dentro questo quadro, resta una tensione umana evidente: l’idea che un giorno, se il quadro giudiziario dovesse cambiare, se la sua immagine pubblica dovesse essere riabilitata, se le condizioni normative lo permettessero, Iervolino possa desiderare di riprendersi ciò che sente di aver perso. Ma oggi la realtà è un’altra: la condanna pesa, il ruolo è limitato, il tempo gioca contro, e la Salernitana ha bisogno di una guida piena, non di una presenza sospesa. In questo equilibrio fragile si consuma la sua vicenda: un uomo che forse vorrebbe tornare, un imprenditore che forse non può, una piazza che aspetta soltanto di tornare a sognare.
Forse, alla fine, tutto si riduce a questo: scegliere se restare prigionieri di ciò che è accaduto o trovare il coraggio di diventare ciò che ancora si può essere. Perché questa piazza non chiede miracoli, ma una direzione netta, chiarezza e rispetto: per poter comprendere, più che capire, e per poter sentire ancora dalla propria parte la persona, l’uomo e la famiglia in cui aveva creduto. E che, comunque vada, non avrebbe mai voluto perdere in questo modo, se davvero Iervolino deciderà di vendere.
02/04/2026
Ci sono momenti, Presidente, in cui una squadra smette di essere numeri, bilanci, strategie. Momenti in cui tutto ciò che è calcolabile perde significato, e resta solo ciò che non si può misurare: il peso delle scelte, la responsabilità morale, il segno che si decide di lasciare.
E questo è uno di quei momenti. Il Suo momento, Danilo Iervolino.
La Salernitana non è mai stata soltanto un’azienda. Non lo è oggi e non lo sarà mai. Non è un asset da valorizzare o dismettere, non è una voce da chiudere in un bilancio. È una città intera che si riconosce in undici maglie. È un popolo che soffre, cade, si rialza e continua a crederci anche quando sarebbe più facile smettere. È un’identità che non si compra e non si vende, ma si custodisce con rispetto, con coraggio, con presenza.
Lei è arrivato quando serviva esattamente questo: coraggio. Non quello dichiarato, ma quello praticato. Ha preso una squadra che era ultima, svuotata, senza prospettiva, e le ha restituito voce. Le ha restituito dignità. Le ha restituito futuro. Quella salvezza non è stata soltanto un risultato sportivo. È stata una scossa emotiva collettiva. Una città che esplode, che si riversa per strada, che piange senza vergogna. Un momento che ha riconnesso tutti a qualcosa di più grande. E quello, Presidente, nessuno potrà mai cancellarlo.
Lascia che le racconti un episodio quasi banale accaduto stamane. Un collega, a Roma, mi chiede se seguo il calcio. La risposta è immediata: seguo la Salernitana, soltanto la Salernitana. Lui si ferma, mi guarda, sorride appena e mi racconta di suo figlio. Un bambino. Uno che non conosce classifiche, né trattative, né equilibri di potere. Era all’Olimpico, quel 10 aprile 2022. A un certo punto si gira verso di lui e chiede: “Papà… ma questi chi sono? Sembrano un esercito”. Un esercito, Presidente. Non una tifoseria organizzata. Non un settore ospiti particolarmente caldo. Un esercito. Perché quello che si è visto quel giorno non era tifo. Era identità. Era appartenenza. Era qualcosa che non ha bisogno di spiegazioni, perché si impone da solo, anche agli occhi di chi non ha ancora gli strumenti per interpretarlo. Quando un bambino resta colpito così, significa che ciò che ha visto è autentico. È potente. È vero. Ed è la stessa verità che si è vista anche fuori dal campo. Nel modo in cui sua moglie si è avvicinata a questa realtà, lasciandosi coinvolgere senza filtri, con naturalezza, con partecipazione sincera. La città l’ha percepito subito. L’ha accolta, rispettata, fatta propria. Perché qui si riconosce chi è vero e si respinge ciò che è costruito.
In quel periodo eravamo compatti. Non invincibili per i risultati, ma intoccabili per ciò che rappresentavamo. Una comunità. Un blocco unico. Una connessione rara. E proprio per questo sono iniziati gli attacchi. La politica, ad esempio, inquieta di fronte a qualcosa che univa davvero. Figure interne, più attente agli interessi personali che alla visione. Chiunque avvertisse che quella crescita, così spontanea e così forte, poteva diventare scomoda. Perché quando qualcosa funziona davvero, quando è sentito, quando è autentico, inevitabilmente genera reazioni. Anche ostili.
Ma a Salerno esiste una verità semplice: ci sono migliaia di persone che per la Salernitana farebbero tutto, senza chiedere nulla. Non per convenienza, ma per appartenenza. Perché qui il calcio non è intrattenimento. È identità. Ed è per questo che oggi non serve una via d’uscita, Presidente. Serve una presa di posizione. Vendere significherebbe interrompere qualcosa che non è ancora compiuto. Significherebbe riaprire fratture mai del tutto sanate. Significherebbe lasciare incompiuta una storia che, invece, ha ancora bisogno di essere scritta. Servirebbe l’opposto, a mio avviso: presenza, chiarezza, visione. Servirebbe un progetto serio, riconoscibile, costruito sui giovani, sul lavoro quotidiano, sulla credibilità. Servirebbe una guida che non si limiti a delegare, ma che scelga di esporsi. Serve Lei, Presidente. Non figure intermedie, non soluzioni temporanee, ma una leadership diretta, leggibile, forte.
Anche perché, quando ha deciso di esporsi, lo ha fatto davvero. Lo ha fatto in Federazione parlando quando altri preferivano il silenzio. O sollevando questioni che molti conoscevano ma pochi avevano il coraggio di affrontare. E questo ha avuto un costo, è sotto gli occhi di tutti. Ma oggi, complici le vicissitudini legate alla Nazionale, si apre una fase diversa. Un contesto che richiede persone che non si sottraggono, che non si piegano facilmente, che hanno la capacità di costruire nel tempo. E qui il discorso si allarga.
Perché ciò che accade a Salerno non resta solo a Salerno. Chi costruisce bene, lascia un segno che va oltre la singola piazza. Investire sui giovani, creare una struttura solida, restituire dignità a un progetto sportivo significa contribuire a qualcosa di più ampio. Significa dare un esempio. E Lei, questo esempio, può ancora incarnarlo a beneficio di Salerno e dei tanti ragazzi di tutta Italia che sognano di riuscire a vedere un mondiale. Per questo oggi è il momento più delicato, ma anche il più decisivo. Non quello in cui si sceglie la strada più semplice, ma quello in cui si decide che tipo di traccia lasciare.
Questa storia non è iniziata per caso, e non può chiudersi per stanchezza o convenienza.
Merita un’evoluzione. Merita una direzione. Merita una guida che scelga di restare quando sarebbe più facile fare un passo indietro. Perché restare, oggi, è la scelta più difficile. Ma anche l’unica che può dare senso a tutto ciò che è stato costruito.
E allora, Presidente, la richiesta è semplice solo in apparenza: non interrompa questo percorso. Lo rilanci. Lo renda più solido, più chiaro, più ambizioso. Ci riporti dove questa città sente di appartenere. E torni, con noi, in prima linea.
Come qualche anno fa.
Quando per noi forse la vita era più facile.
V
01/04/2026
Negli ultimi anni la gestione di Gabriele Gravina ha mostrato in modo inequivocabile quanto la FIGC si sia allontanata dalla sua missione originaria. La Nazionale è stata abbandonata, la programmazione è scomparsa, la trasparenza è diventata un optional e il sistema è stato piegato a logiche che nulla hanno a che vedere con il bene del calcio italiano. L’eliminazione dal Mondiale non è un fulmine a ciel sereno: è la conseguenza diretta di anni di scelte sbagliate, di protezioni reciproche, di interessi difesi con ostinazione mentre la Nazionale veniva lasciata senza strumenti.
Il caso Sampdoria–Salernitana è solo uno dei tanti segnali di un sistema che ha perso ogni credibilità. Una Samp retrocessa sul campo si è ritrovata improvvisamente a disputare un playout, mentre la Salernitana veniva penalizzata da decisioni che hanno lasciato più di un dubbio. Ricordo un articolo de La Verità che ricostruiva come la Samp fosse stata “riammessa” in B nonostante un piano di ristrutturazione non rispettato, e come la vicenda del trust legato all’ex patron Ferrero potesse esporre la FIGC ad importanti rischi giudiziari. Non serve sposare ogni dettaglio per cogliere il punto: la Federazione ha agito in modo tale da generare sospetti, domande, ricostruzioni inquietanti. E quando un’istituzione genera sospetti invece di dissiparli, significa che la trasparenza è venuta meno. Ma il problema è ancora più profondo. Gravina ha dato l’impressione di difendere gli interessi degli amici, non quelli del calcio italiano. Ha protetto equilibri interni, non la Nazionale. Ha salvato club in difficoltà, non il movimento. Ha gestito la FIGC come un sistema chiuso, impermeabile alla critica (Iervolino ne sa qualcosa), dove contano più i rapporti personali che la meritocrazia. E qui entra in gioco un tema che nessuno ha il coraggio di affrontare apertamente: siamo davvero sicuri che le società di Serie A abbiano interesse a vedere una Nazionale forte? Siamo certi che siano disposte a rinunciare a turni di campionato, a recuperi infrasettimanali, a calendari compressi, a rinvii che si accavallano con le coppe europee, pur di permettere alla Nazionale di prepararsi al meglio? La verità è che, negli ultimi anni, la Nazionale è stata trattata come un fastidio. Un intralcio. Un corpo estraneo. E la Federazione non ha fatto nulla per invertire questa tendenza. Anzi, ha assecondato le società, ha evitato di disturbare i loro equilibri, ha rinunciato a imporre una linea chiara. Ha scelto la strada più comoda, non quella più giusta. La gestione del rapporto con Gennaro Gattuso lo dimostra in modo lampante. A gennaio 2026 il CT aveva chiesto degli stage per valutare più giocatori, arrivando a definirsi un “padre francescano in cerca di calciatori”. Una richiesta normale, legittima, a mio avviso necessaria. Gravina ha risposto che quegli stage non si sarebbero tenuti, sostenendo che la loro assenza non dovesse diventare un alibi. Una Federazione che nega al proprio CT gli strumenti minimi per lavorare è una Federazione che non ha a cuore la Nazionale. E infatti i risultati si sono visti: non ammissione al Mondiale, disorganizzazione, improvvisazione, assenza totale di programmazione.
E poi c’è il caso Iervolino. Un presidente inesperto, certo, circondato da collaboratori che di calcio hanno dimostrato di capire poco o nulla. Ma un presidente con risorse economiche vere, con la possibilità di investire, con un potenziale che la Federazione avrebbe potuto incanalare, responsabilizzare, utilizzare per costruire qualcosa. Invece è stato messo in un angolo. Affossato. Penalizzato più di quanto non sia riuscito a fare lui stesso con la sua incompetenza calcistica. La FIGC avrebbe potuto trasformare un limite in un’opportunità. Ha preferito trasformarlo in un bersaglio.
Il punto è che la Federazione non ha fatto nulla per tutelare la Nazionale. Nulla per costruire un percorso. Nulla per imporre una visione. Nulla per difendere il bene comune. Ha difeso gli interessi degli amici, non quelli del Paese calcistico. Ha protetto chi era già protetto, non chi poteva portare valore. Ha scelto la strada più semplice, non quella più giusta. E il fatto che Gravina non abbia ritenuto di doversi dimettere dopo un fallimento così profondo è la prova definitiva di un sistema autoreferenziale, chiuso, incapace di assumersi responsabilità. Una Federazione che ha fallito sul piano sportivo, istituzionale e gestionale non può essere rilanciata da chi l’ha guidata fino a questo punto. Serve una riforma seria, strutturata, radicale. Una riforma che parta dalle basi, che rimetta la Nazionale al centro, che imponga alle società di Serie A di collaborare, non di ostacolare. Una riforma che riporti trasparenza, merito, programmazione. Una riforma che liberi il calcio italiano dalle logiche di palazzo che lo hanno soffocato. Per questo, per molti, la conclusione è inevitabile: Gabriele Gravina deve dimettersi. Subito. Non per punizione, ma per responsabilità. Perché il calcio italiano merita una ripartenza vera. E questa ripartenza non può avvenire con chi ha contribuito a distruggerlo.
15/03/2026
SCACCO AL RE
Il calcio rappresenta, più di ogni altra espressione collettiva, la massima cassa di risonanza sociale del nostro tempo. La sua capacità di attraversare senza sforzo barriere economiche, culturali e generazionali lo rende un luogo simbolico in cui mondi apparentemente inconciliabili trovano un punto di contatto. È proprio questa forza di penetrazione, questa potenza di marketing e di narrazione, che rende ancor più enigmatico il modo in cui Danilo Iervolino sembra avviarsi -qualora le indiscrezioni sulla cessione trovassero conferma- a lasciare questo straordinario amplificatore mediatico con il capo chino, nonostante l’ingente investimento economico sostenuto.
Che una società calcistica sia un organismo atipico è cosa nota. Meno chiaro è il motivo per cui Iervolino abbia scelto di trincerarsi dietro alfieri, cavalli e pedoni, come in una partita a scacchi giocata più per evitare lo scacco che per costruire una strategia di gioco. Coloro che avrebbero dovuto sostenerlo, e che avrebbero avuto l’ardire di proteggerlo, hanno finito per accelerare la caduta del “re Danilo”, decretando -stando agli ultimi rumors- la fine di un ciclo che, almeno inizialmente, aveva mostrato la versione più autentica e luminosa del presidente: un uomo entusiasta, capace di emozionarsi, di mettere la propria famiglia al centro e di non celare la propria umanità.
Salerno è una piazza complessa, e la politica (quella che oggi ambisce a sostituire la stessa classe dirigente che ha tarpato le ali ad ogni iniziativa) continua a esercitare un peso che non può essere ignorato. Forse anche per questo l’hub di valori e infrastrutture annunciato si è progressivamente ridotto a pochi container adibiti a uffici, simbolo plastico di un entusiasmo che, col tempo, si è affievolito.
Iervolino ha commesso errori, e occorre dirlo senza infingimenti. Ha sbagliato a non ascoltare la parte più genuina del tifo salernitano: quella che paga il biglietto, che sostiene senza pretendere, che vive la Salernitana come un atto d’amore e non come un’occasione di visibilità. Una tifoseria composta da professionisti, da cittadini consapevoli, che avrebbero meritato maggiore rispetto, più dialogo, più riconoscimento. Non privilegi, ma dignità.
Se la cessione dovesse concretizzarsi, Iervolino ne uscirebbe con le ossa rotte. Ne uscirebbe da “ignorante” nel senso più letterale del termine: avendo ignorato voci autorevoli del mondo sportivo e riferimenti salernitani che avrebbero potuto -come fece inizialmente Mara Andria- restituirgli il vero sentiment della piazza. Salerno merita di più: non la sciatteria, non i silenzi, non la gestione opaca di questi mesi. Se davvero siamo alla vigilia dello scacco finale, il presidente ha il dovere morale di rispondere pubblicamente del proprio operato. Non può rifugiarsi dietro l’establishment costruito per schermare il re e la regina. Deve parlare, spiegare, assumersi responsabilità. Perché quando la partita finisce, e il re cade, ciò che resta non è la mossa sbagliata, ma la capacità o l’incapacità di guardare negli occhi il proprio pubblico.
V
Non ho mai tollerato la cafonaggine, soprattutto quando arriva da chi dovrebbe rappresentare una comunità. Dispiace dirlo, ma nel modo di gestire la Salernitana, Iervolino si è distinto proprio per questo: totale assenza di sensibilità verso la piazza e mancanza di visione oltre che di empatia. Anche quest’anno non è riuscito a costruire una struttura dirigenziale all’altezza, né coinvolto figure del mondo sportivo che, per territorialità e background, conoscessero Salerno e la sua storia. Il nostro club non è un passatempo: è una società centenaria, con una dignità. Mi sorprende come un imprenditore che ama definirsi “visionario” non sia riuscito a portare qui neppure un frammento di visione. È vero, De Luca non ha facilitato i suoi progetti infrastrutturali, tutt’altro. Ma questo non giustifica la monnezza a cui stiamo assistendo. Perchè di questo si tratta. Oggi la Salernitana ha volutamente perso al fine di velocizzare l’esonero dell’allenatore. Lo abbiamo visto tutti. Lo stesso allenatore che Iervolino avrebbe voluto cacciare più volte e che, quando il direttore sportivo ne ha chiesto la rimozione, è stato confermato dal patron per una mera questione di principio. È successo questo, nulla di più e nulla di meno. In questa ignobile pantomima, si faccia almeno qualcosa per preservare i ragazzi che invitate allo stadio. Quanto successo oggi (mi auguro che nessuno si sia arricchito al di fuori del rettangolo verde) è quanto di più meschino possa essere loro riservato. Nessun calciatore è esente da colpe. E la società ha il dovere di ristabilire ad horas una parvenza di serietà, vista l’incapacità atavica di affermare una parvenza di competenza.
13/02/2026
NOW tiene ai cuori salernitani e cavaiuoli. Ed anche a quelli del presidente Danilo Iervolino.
01/02/2026
Ci sono uomini di calcio che non si ricordano per i trofei, ma per le stagioni impossibili che hanno saputo rendere vere. Nicola Salerno era uno di quelli. Quella Salernitana viveva sospesa, fragile, apparentemente senza futuro. Eppure in quel periodo la situazione societaria passò, per qualche mese, in secondo piano. Sognavamo. Speravamo. E bastava questo.
Ad Alessandria, semifinale playoff, capimmo che tutto poteva davvero succedere. Non perché fossimo i più forti, ma perché avevamo fame, anima, incoscienza. Perché qualcuno aveva costruito una squadra capace di andare oltre i propri limiti.
Poi arrivò la finale. E arrivò anche la realtà.
Una realtà già scritta: doveva salire il Verona. E noi, ancora una volta, pagammo il prezzo di chi non fa parte dei giochi giusti.
Ma quella stagione resta. Resta perché ci ha fatto dimenticare il caos. Resta perché ci ha fatto sentire uniti. Resta perché, per un po’, ci ha fatto credere che il cuore potesse bastare.
Oggi Nicola Salerno non c’è più. Mi piace ricordarlo come il direttore sportivo di una Salernitana che non doveva sognare e che invece, fino all’ultimo istante, sognó e speró rendendoci uniti come non mai. Tutti sappiamo dove e con chi eravamo in quell’Alessandria - Salernitana. E tutti, per quelle emozioni, dobbiamo ringraziare Nicola Salerno.
Riposa in pace, Direttore.
22/01/2026
Qualche striscione e al Presidente è tornata la durezza: non tanto del corpo quanto della prospettiva, se vogliamo essere eleganti.
Lescano dimostra che il Presi va chiamato in causa. Cercato. Stuzzicato.
È fatto così: può tutto, ma solo se gli viene voglia. E perché la voglia arrivi, serve la scintilla.
Nel frattempo, i suoi rappresentanti osservano da lontano, talmente distanti dal reale da sembrare non solo fuori tempo, ma proprio fuori scena.
Quando Capomaggio si inserisce e fa goal!
17/12/2025
La scena di Enrico Lotito che suona la campanella del Nasdaq è un gesto simbolico, quasi teatrale. Ma i simboli, nel calcio come nella finanza, contano perché rivelano una visione. Claudio Lotito ha sempre vinto – nel suo modo spigoloso e spesso impopolare – perché ha imposto una logica: contano i conti, la continuità, la struttura. Non l’eleganza, non il consenso, non l’applauso facile.
Mandare il figlio a rappresentarlo non è solo una scelta familiare o dinastica. È un atto di fiducia e di continuità. È dire: non mi interessa se non piace, se non è “da copertina”, se non corrisponde all’estetica del potere. Preferisco l’essenzialità alla messa in scena, la presenza alla performance. In questo senso, il contrasto tra il contesto iper-patinato di Wall Street e una figura certamente non costruita per piacere è quasi programmatico.
Claudio Lotito ha vinto perché non ha mai chiesto il permesso di essere ciò che è. E nel momento in cui manda suo figlio, che non incarna il modello classico del dirigente glamour, sta ribadendo lo stesso messaggio: il potere vero non ha bisogno di piacere, ma di reggere. La vittoria, per lui, non è essere amato, ma restare in piedi quando gli altri cadono.
Il Nasdaq, allora, diventa solo lo sfondo. La scena vera è un’altra: è la rivendicazione di una leadership che rifiuta l’estetica dominante e punta sulla continuità, anche a costo di risultare scomoda, ruvida, impopolare. È una lezione che può non piacere, ma che è difficile liquidare come casuale.