17/07/2026
In un libro che ho letto di recente, “Le sirene di Titano” di Kurt Vonnegut, si racconta una vicenda che mi ha dato da pensare.
Riassumendo, accade questo: a seguito di vari avvenimenti, sulla Terra viene fondata una nuova religione, volta ad appianare, o quantomeno a ridurre, le disparità tra gli esseri umani, al fine di costruire una vera e propria uguaglianza collettiva.
Disparità di ogni tipo: sociali, economiche, educative ma, soprattutto, corporali, le quali, secondo l’autore, rappresenterebbero le differenze più profonde e discriminanti, dal momento che sono in gran parte casuali, poiché determinate dalla sorte e dalla natura.
Infatti, c’è chi nasce bello e chi nasce brutto; c’è chi nasce alto e chi nasce basso; c’è chi nasce slanciato e chi nasce tozzo. Ed è innegabile che queste differenze abbiano un grande impatto sulla vita sociale di ciascun individuo, su più livelli: da quello lavorativo a quello relazionale.
Nel libro, la soluzione proposta è semplice: chi ha avuto fortuna nella vita deve imporsi volontariamente uno svantaggio. Deve, cioè, neutralizzare le proprie qualità adottando limitazioni volontarie, così da non risultare superiore agli altri.
In sostanza, se una persona è bella, deve trascurarsi; se è alta, deve camminare curva; se è magra, deve indossare delle zavorre.
Questa storia mi ha fatto rileggere con occhi diversi l’attività sportiva. Se ci pensate, infatti, anche l’allenamento è, a suo modo, una maniera per bilanciare le disparità naturali.
In tanti si iscrivono in palestra, vanno a correre o fanno esercizio fisico per avvicinarsi a uno standard o per uniformarsi a un modello ideale.
In un certo senso, quindi, anche lo sport è regolato da un principio di livellamento. Però, a differenza della religione immaginata da Vonnegut, lo sport non mira a un’uguaglianza tendente al ribasso, che ci appiattisce sulle nostre limitazioni, ma a un’uguaglianza tendente al rialzo, che valorizza le nostre qualità e che, talvolta, ci permette di superare, o quantomeno abbellire, i nostri difetti.
La verità, infatti, è che, tanto nella religione immaginata da Vonnegut quanto nello sport, le differenze naturali restano. Non possono essere cancellate. Anche dopo essersi autolimitati o allenati, ci sarà comunque chi rimane più bello, più alto e più slanciato e chi, invece, resta più brutto, più basso e più tozzo.
In entrambi i casi, dunque, il punto è un altro: non eliminare le differenze, ma trovare un modo per mascherarle. Nella religione di Vonnegut si nascondono le proprie qualità dietro i propri difetti; nello sport, al contrario, si cerca di nascondere i propri difetti dietro le proprie qualità.
E questo, in fondo, è ciò che amo dell’allenamento: invece di spingerci a vergognarci dei limiti che ci rimangono, ci rende fieri di quelli che siamo riusciti a superare.
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Il Saggio dello sport