Pugilistica Greca Team

Società sportiva pugilistica per amatori e agonisti

Normali funzionamento

03/03/2023

Rino Tommasi, giornalista universalmente ammirato dagli appassionati sportivi italiani, compie ottantanove anni.
Lo scorso anno, il suo gentilissimo figlio aveva commentato il post con cui lo commemoravo, aggiungendo come - purtroppo - suo padre versasse nelle condizioni degenerative che accomunano molti anziani.

Prima di diventare un fior di telegiornalista, Rino era stato un giovane e rampante organizzatore di riunioni pugilistiche di livello europeo e mondiale.
Secondo la sua opinione, il più grande pugile italiano di sempre è Bruno Arcari.
Anche se solo di un'inezia, nella mia ultima definitiva classifica contenuta nel mio libro Mille Pugili, redatta con nuovi criteri, mi sono permesso di contraddirlo. Solo per motivi matematici che, però, sono piuttosto oggettivi.
Cambia poco: Loi, Benvenuti, Arcari sono pugili irripetibili e dalle carriere stellari, con differenze quasi impercettibili da classificare.

Ho adorato il Rino Tommasi commentatore di tennis, perfino nell'implicito elitarismo dato alla disciplina da lui e Clerici, dei quali era un gusto ascoltare i duetti in cronaca.
Alcuni dei suoi libri mi avevano lasciato un po' di amaro in bocca, ma solo perché messi a confronto con l'incredibile qualità delle sue prove video.

Certe sue frasi sono entrate nell'immaginario dell'appassionato di boxe, su tutte l'espressione "personalissimo cartellino".
Nel tennis, il leggendario "circoletto rosso".

La cronaca di Hagler-Mugabi è un ricordo che unisce tutti i ragazzi italiani di quegli anni, almeno quanto i film di Villaggio e quelli di Pozzetto.
So che Rino non leggerà queste mie righe ma, ugualmente, colgo l'occasione per rappresentargli la mia alta stima e per salutarlo con tanto affetto.

[Marco Nicolini]

29/10/2022

"Cosa c'è di meglio che camminare per strada in una qualsiasi città e sapere di essere il campione del mondo dei pesi massimi?“

Andare su una qualsiasi pagina di pugilato ancora oggi, significa bene o male incontrare sempre qualcuno che si divide sul significato e soprattutto sulla caratura di questo match, uno dei più importanti, epocali e discussi di tutti i tempi.
Quel giorno di ottobre del 1951 al Madison Square Garden di fatto la sconfitta di Joe louis (the brown bomber) per mano di Rocky Marciano segnò la fine di un mito e l'inizio di un altro, ma più ancora l'inizio di quella che ancora oggi è probabilmente l'era più strana della storia dei pesi massimi, una sorta di buco spazio temporale con cui pugilato sembrò tornare indietro nel tempo.
Ancora nel 2022, non sono poche le analisi che giustamente fanno notare come i poderosi colpi con cui quell'italiano piccolo ma massiccio, quella specie di Gimli del Ring domò il leggendario bombardiere nero, provenivano da un combattente che pareva riportare in vita il pugilato di un tempo, quello precedente a quando quello statuario afroamericano dell'Alabama era diventato Re del mondo.

Se infatti ancora oggi Louis è considerato da molti il miglior Peso Massimo di tutti i tempi, è proprio per la straordinaria rivoluzione tecnica, tattica e atletica che egli portò nella boxe, diventando il prototipo del pugile completo, il demolitore armato di un jab chirurgico, un diretto destro letale ma soprattutto una intelligenza pugilistica che si rifletteva nella perfezione connessa alle cose basilari, quelle senza cui un pugile non può essere tale.
Ebbene quella sera tutto questo viene spazzato via da quel piccolo italo americano di origine abruzzesi e campane, che il jab manco sapeva cos'era, che non era particolarmente veloce, dalla tecnica onestamente abbastanza primitiva, ma portava sul piatto una ferocia, una resistenza, una potenza e un killer instict quasi disumani. In Rocky bene o male parve di rivedere il tempo in cui i campioni si chiamavano Jack Dempsey, Harry Greb, e poi ancora Rocky Graziano, e tanti altri che sul ring più che la Sweet Art mostravano coraggio, capacità di incassare i colpi, forza distruttiva.
Rocky era tutto questo, anzi ancora oggi è molto probabile che nessun altro rappresenti queste qualità dei pugili più di lui, che in realtà al di fuori del Ring, era l'esempio fatto e finito dell'umiltà, dell'autoironia, della pacatezza, l'antidivo sportivo per definizione.

Joe invece, grazie alla potenza dei suoi pugni, e all'epoca dei grandi totalitarismi a cui l'America bene o male si opponeva, era diventato il primo atleta afroamericano ad essere amato universalmente dal suo paese, il primo ad essere qualcosa di più di un semplice atleta.
Eppure, anche all'epoca quando Rocky Marciano lo spedì letteralmente fuori dalle corde, non pochi furono i bianchi che gioirono, perché finalmente il campione era di nuovo un uomo non di colore. Marciano avrebbe poi difeso vittoriosamente quella cintura contro altri straordinari pugili afroamericani, quali Walcott, Charles, Moore. A quei tempi già non era più giovanissimo, il professionismo l'avevo incontrato relativamente tardi, sul ring subì spesso dei pestaggi inauditi prima di risolverla con il suo Susie Q, motivo per il quale non difese poi tanto spesso la cintura conquistata. Quando lo fece, quasi sempre si trovò di fronte uomini che, come lui del resto, non erano veri e propri massimi, ma provenivano dalle categorie inferiori e non erano più nel fiore degli anni. Ma di questo, onestamente, non si può certamente fargli una colpa.

Eppure ancora oggi molti fan della boxe, soprattutto latinos e afroamericani, lo considerano sopravvalutato, alcuni addirittura tirano in ballo la mafia o il fatto che abbia evitato non meglio precisati top contenders di colore. Patterson e Johansson arrivarono quando ormai era prossimo al ritiro, ma ad ogni modo credo che ad entrambi non sarebbe certamente convenuto incontrarlo, non lui con quel suo stile così strano, quella mascella di ferro, quei pugni di pietra. Si parlò poi di un match con Sonny Liston fuori tempo massimo. Non se ne fece per fortuna nulla. Eppure, tutto cominciò quella sera al Garden, dove fateci caso proprio Joe Louis era dato per favorito. Non era un'idea così pazza, perché in fin dei conti aveva molta più esperienza del piccolo gladiatore di Brockton, aveva più altezza, più allungo, per quanto fosse abbastanza evidente che tornava sul ring per necessità economiche ben al di fuori ormai di quel tempo in cui era stato letteralmente un dio del Ring.

Lo era stato anche per Rocky, che di lui teneva come milioni di ragazzini il poster in camera, sognando di essere come lui un mito, un campione, quando essere campione del mondo di boxe significava girare per strada tre metri sopra terra. Non fu un caso che si precipitasse dopo il conteggio finale nel camerino del vecchio guerriero, in lacrime, ma questi del resto accettò con sportività e un certo fatalismo l'esito, sapeva molto meglio dei suoi tifosi che sarebbe venuto quel giorno. Ecco allora che parlare di Joe Louis contro Rocky Marciano significa ricordarci che bene o male più dei colpi degli avversari, nella boxe è soprattutto il tempo, questa gigantesca ruota che gira, a decidere quando muore un re e quando ne nasce un altro. Ma soprattutto che c'è sempre qualcuno più forte di te. Per ciò che aveva rappresentato, che rappresenta ancora oggi Louis, non può che suscitare una profonda tristezza pensare a quelle fantastiche come ci si sarebbe potuto sviluppare con entrambi all’apice.

Quel che è certo è che quel giorno due uomini salirono sul ring, pieni di rispetto l'uno per l'altro e che infine il più giovane, più in forma, più fresco vinse. L'altro si ritirò subito dopo, andò incontro ad un triste destino di povertà e abbandono da parte proprio di quel paese che appena possibile, in nome del mai domo razzismo, lo mise da parte. Eppure, miracolo della boxe, proprio gli ex rivali e i pupilli come Muhammad Ali, lo aiutarono in ogni modo fino ai suoi ultimi giorni. Forse perché la boxe bene o male mostra sempre l'anima di un uomo. Quella di Rocky era fatta di generosità, quella di Joe di un'umiltà che oggi pare quasi un difetto addosso ad un pugile.

05/08/2022

Dewey Bozella è un cruiser che ha combattuto un solo incontro da professionista, vincendolo, a cinquantadue anni d’età.

La sua vita è presto detta.

A otto anni, la testa gli si apre in due con la mazza da baseball retta dal padre, il quale è sotto l’effetto di qualche droga.
A nove anni, vede la madre – incinta – uccisa a pugni. Sempre dal padre. Il quale è ancora sotto l’effetto di qualche droga.
Non lo vedrà mai più. Di lui ricorda solo un “uomo bianco con degli occhiali da sole”.

Dewey e i suoi cinque fratelli cominciano a vivere per strada con gli altri neri delle periferie violente di New York degli anni sessanta. La loro mamma era stata nera e tanto bastava.
Due suoi fratelli muoiono ammazzati, un terzo soccomberà all’AIDS.

A sedici anni, Dewey viene arrestato per aver rapinato uno stereo fingendo di essere armato.

Scopre la boxe, grazie a Floyd Patterson che dissemina New York di volantini per le proprie scuole destinate al recupero di giovani dei quartieri disagiati.
Dewey non è un campione, ma si allena duro e con passione.
Poi tutto crolla in un attimo, insieme alla speranza di aver recuperato un ragazzo.

Ha ventiquattro anni quando viene arrestato per l’omicidio di una signora novantaduenne. L’episodio non fa certo notizia: ne succedono in continuazione.
Dewey viene condannato a vent’anni cui si sommano quelli di altri reati. Comincia a scontarli a Sing Sing.

Per reagire all’alienazione della prigione diventa uno studioso; si diploma in varie scuole, dalla cucina alla teologia.
Impara a parlare fluentemente l’arabo e il cinese.
Diventa un consulente legale, specializzazione grazie alla quale inonda le procure con gli incartamenti del proprio caso. Che viene riaperto.

Nel 2009, dopo ventisei anni di ingiusta detenzione, Dewey Bozella viene completamente scagionato.
Con l’assassinio della donna lui c’entrava nulla!

Barack Obama gli telefona e gli porge le proprie scuse.
La contea gli riconosce 7,5 milioni di dollari, 4 dei quali se ne vanno in tasse.

Nel 2011, Oscar De la Hoya lo aiuta nel suo sogno di comba***re da professionista, contro un ragazzotto di scarse velleità.
Dewey dice che quello sarà il primo e ultimo suo match.
La boxe è per i giovani.
La sua gioventù è finita dietro alle sbarre, per un reato non commesso.

Incredibilmente, il plurilaureato anziano pugile non porta rancore per una vita sottrattagli ingiustamente.
Anzi, spende quasi tutti i suoi soldi per continuare il sogno di Floyd Patterson ed aiutare i giovani disadattati.

Con la boxe il suo rapporto finisce, perché non è certo un campione. Non ha avuto il tempo per diventarlo.
Dewey Bozella non è un fenomeno del ring: è semplicemente un eroe dei giorni nostri.

In tempi grami in fatto di esempi da seguire, un uomo che lotta senza resa, solo contro un'immensa ingiustizia, infonde grande coraggio nelle battaglie giornaliere di ognuno di noi.

Grazie per continuare ormai da parecchi anni a leggere i miei racconti sugli uomini straordinari che hanno calcato il ring,

[Marco Nicolini]

22/06/2022

Aguzzate l' ingegno -

Se GGG dovesse ba***re Canelo, la carriera di Canelo sarebbe di fatto finita ( a livelli di superstar).

Con la fine della carriera di Canelo finirebbe anche la pioggia di dollari in entrata.

Quindi se GGG non mette KO Canelo... nessuno ha intenzione di far finire la pioggia di dollari in entrata .

Perciò che succederà ( con ogni probabilità ) se i due andranno ai punti ?

Ps: Il mio nipotino di 9 anni ha indovinato in due secondi il risultato, in caso di non KO da una delle due parti

19/06/2022

Ufficiale.
Usyk si gioca le cinture, Joshua la carriera.

25/05/2022
11/05/2022

Lets Fooking Gooo‼️ The WBC has ordered vs for a lightweight title eliminator bout 🔥😤🔥

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