25/12/2020
FOOTBAL NOSTALGIA NOVANTA – IL LIBRO
CAPITOLO 10. LA DIFFERENZA TRA NOI E VOI (versione integrale)
Sabato pomeriggio. L’aperitivo con i regaz è fissato per le otto in centro. A trent’anni ormai rappresentiamo la nuova generazione di yuppies friulani di provincia: bollicina al Contarena, taglio di rosso e pizzetta Al Cappello e poi tutti a cena da Cesare al Concordia.
Sono sveglio da due ore, ma la noia già mi affligge. Mi sposto dal divano alla poltrona, cercando la posizione giusta per spararmi una combo segapennica di quelle che ti cambiano l’equilibrio del weekend, senza trovarla. La tv non ha più senso da quando hanno chiuso ESPN Classic e anche TeleFriuli ormai non regala più le emozioni di un tempo, quando nel salottino del programma sportivo del sabato venivano raggruppati opinionisti ed ex calciatori del calibro del Barone Franco Causio, l’Oronzo Canà friulano Massimo Giacomini e l’ex capitano dell’Udinese dei tempi belli Ale Calori.
Instagram è inondato da culi senza volto, e sento una f***a al petto ripensando alle mie amiche di MySpace. Mando un paio di WhatsApp in cerca di una chiavatina in zona via Roma, dietro la stazione dei bus, ma niente da fare: pare che anche le zozze abbiano un cuore e siano solite dedicare il sabato a interminabili passeggiate coi cornutissimi fidanzati.
Fisso la Xbox e mi vien voglia di spararmi un partitone a International Superstar Soccer Deluxe per Super Nintendo. Vedo le bombe di Wanda Nara e mi scende una lacrima, ricordando la mia Alessia Merz e quelle sue miracolose tettine triangolari.
Oggi niente e nessuno può salvarmi. La nostalgia gioca con un tridente da panico e non fa ostaggi. Io dalla mia non punto neanche a salvare l’onore. La mia difesa è completamente in bambola e mi faccio infilare a ogni contropiede.
E proprio mentre sto per cedere alle tentazioni di Ming, l’estetista vietnamita sotto casa che, con un modestissimo extra, in coda al massaggio relax concede una generosa maronella bimane, ricevo una chiamata. È mio nipote. Quattordici anni e un’acne che neanche Christian Ziege quando faceva ragioneria. Mi sciacquo il cervello dal cataclisma di pensieri impuri, passere pelose e pugnette a domicilio che lo tempestano, e schiaccio il verde.
«Ciao zio, tra un’ora ho la partita di campionato, mi accompagni? È un sacco che non ci vediamo. Vieni a fare il tifo per me!». La voglia è pari a quella di guardarsi il director’s cut di Schindler’s List, ma non so perché dalla mia bocca, posseduta dall’ectoplasma di mia madre come in Ghost, esce un secco e convinto «Ok. Tra dieci minuti sono da te. Mandi biel, a dopo».
Outfit prestige. Tuta in acetato Hummel-x-Udinese Calcio, sul ginocchio destro una toppa gialla con il logo di Batman, a mascherare una magagna rimediata in scivolata nei giardini dello Zanon. Adidas Top Ten altissime sulla caviglia, tenute slacciate, occhialino di plastica del Club Med, ricordo di una fuga a Corfù con la sorella del mio ex migliore amico. In testa, papalina d’annata degli Yankees, calata molto oltre il sopracciglio. Praticamente la br**ta copia friulana di Eminem.
Arriviamo al campo, e come un vip in visita prendo posto sugli spalti, dandomi pure un tono con le gambe accavallate. Mi sorprendo dell’alto numero di presenti. Incredibile come tutta questa gente non abbia niente da fare di sabato pome. Dopo un primo momento dedicato alla lettura della Gazza – rubata al bar nel pit stop per comprare le si*****te e buttare giù una bianca Nonino al volo – e alla valutazione delle madri/sorelle/zie/cugine sedute in tribuna, ecco finalmente che le squadre sono pronte a dare inizio al match.
La nostalgia mi ha seguito anche fuori dalle mura domestiche e al fischio d’inizio mi è impossibile non ripensare a quando – qualcosa tipo vent’anni prima – su quel campetto spelacchiato muovevo i miei primi passi di calciatore, categoria pulcini. Un sorrisetto ebete fa capolino sul mio viso. Poi ritorno al presente. Partita noiosa. Questa gioventù friulana non esprime nessun talento alla Tomas Locatelli, nessun mastino del centrocampo alla Giuliano Giannichedda, nessun poeta del tackle alla Alessandro Pierini.
Della partita mi interessa zero ma voglio godermi il momento amarcord. Inizio a buttare l’occhio su tutti quei piccoli particolari che a un romantico come me piacciono tanto. La cosa che cattura da subito la mia attenzione è che la maggior parte dei ragazzi in campo esibisce capigliature moderne e inguardabili: capelli ossigenati alla Neymar e tribali sulla nuca alla Vidal la fanno da padrone; nessuno di loro sfoggia uno di quei fantastici tagli a scodella tipo bambino della Kinder che ci venivano imposti dal diktat delle nostre mamme old school. Realizzo anche che ai piedi del 90% dei giovani calciatori ci sono Nike verdi o arancioni, comunque fosforescenti, uno ce le ha addirittura fucsia. Pezzi di plasticaccia che saranno costati come minimo centotrenta euro al paio.
Inizio a innervosirmi di brutto e ripenso a quanto erano belli i tempi delle Diadora nere baffo arancio firmate da Baggio o delle Kronos di Mancini e Stoichkov; quelli con i genitori intenditori indossavano le mitiche Torrione d’Oro o le Pantofola d’Oro. Scarpette nere come la pece, morbide come una carezza, in pelle di canguro, sempre lucide di grasso. Entrambe le squadre si presentano in completini Adidas nuovi di pacca. Tessuti fantascientifici, coloratissimi e luccicanti. Una delle due società ha addirittura messo i nomi sulle sp***e dei pischelli. Io e i miei compagni della Manzanese, alla loro età, scendevamo in campo con maglie rigorosamente prive di etichetta e di forma, di flanella arancioni, sempre di due taglie più grandi del dovuto, con manica lunga anche d’estate e pantaloncino ascellare concepito per creare eritemi inguinali e ustioni di terzo grado. All’epoca indossare quelle divise ci faceva sentire orrendi e inadeguati. Un bagno di umiltà che ti cancellava l’ego e ti portava ad affrontare la partita concentrandoti solo sul gioco. Tu, i tuoi compagni e il pallone. Brutti, poveri, orgogliosi, uniti.
Ovviamente mi girano le b***e, ma all’altezza della metà del secondo tempo ho trovato le forze per farmene una ragione. Gli anni passano ed è concepibile che tutto si trasformi e si aggiorni. E in effetti, a fare certi ragionamenti, dopo un po’ inizi a sentirti proprio un vecchio.
Poi, all’improvviso, il panico. Succede l’inaspettato. O meglio, tutto ciò che avrei sperato di non vedere. Il numero nove dei blu, forse il più tecnico in campo, di sicuro il più sviluppato dei ventidue ragazzini, dopo una bella serie di dribbling stretti e una notevole falcata che lo porta a trovarsi a tu per tu con il portiere avversario, insacca con una puntalata che va a spaccare in due il sette; gol bello, cercato, voluto. Niente da dire se non chapeau. Peccato però che, subito dopo la prodezza, il giovane calciatore inizi una corsa inarrestabile verso gli spalti proponendo un mix di inguardabili esultanze moderne: portandosi due dita agli occhi imita Pazzini, sfidando l’allenatore. Quindi, arrivato in prossimità di parenti e amici, con il dito destro al naso emula il gesto di zittire lo stadio che piace tanto ai pro negli ultimi tempi. Chiude il cerchio sorridendo verso la tribuna, ficcandosi un pollice in bocca manco avesse messo un erede in grembo a quella ragazzina col piumino rosa – seconda media il prossimo anno – che lo guarda in adorazione.
Scena di una tristezza insuperabile. Studiata, posticcia, a dir poco ridicola.
A quel punto io mi agito di brutto, traballo spiritato, come Diego Abatantuono, tenendomi con due mani alla sedia, mentre osservo le facce compiaciute dei genitori del bomberino. I pensieri si trasformano in parole. Le parole si trasformano in bestemmie. Sussurrate poi gridate al cielo. Rigorosamente in friulano strettissimo. Il mio subconscio mi suggerisce un gesto forte e violento quanto un intervento da tergo di Mimmo Gargo: entrare in campo saltando la staccionata, andare faccia a faccia col bambinetto, ficcargli una mano sotto al collo e chiedergli a muso duro chi stia zittendo a quattordici anni da compiere. Ma poi ci penso su e capisco che la vera vittima della situazione è proprio quell’adolescente sbarbato e strafottente. Vittima di un calcio che ormai è fatto solo di orpelli e di genitori che hanno guardato troppe puntate di Uomini e Donne. Vittima di tanti
proclami e pochi fatti. Di troppe Playstation e poche ginocchia sbucciate al campetto di cemento sotto casa. Di troppo virtuale e pochissimo reale. Di like, commenti, followers e tag. Di calciatori senza fede, strapagati, più influencers che atleti. Sono lontani i tempi dei Franco Baresi, dell’essere uomini prima che sportivi, dell’amore per la maglia e per lo sport più bello del mondo, che trionfa sopra la pochezza del superfluo, degli interessi, dell’avidità. Se potessi parlare a quel giovane attaccante, vorrei dirgli che il calcio è molto più che apparenza, che ai miei tempi il massimo del vezzo era tenere la maglia fuori dai pantaloncini nonostante le minacce di giallo dell’arbitro. O incollare le figurine di Marcio Amoroso nella parte interna dei parastinchi, sfiorandole a dieci minuti dal triplice fischio mentre chiedi al Dio del calcio di regalarti una progressione brasiliana per risolvere la partita. Vorrei dirgli che ancora oggi, quando incontro i miei ex compagni di squadra dell’epoca, nel giro di cinque minuti regrediamo di quindici anni, mentre riesumiamo aneddoti e racconti infiniti, fatti di trasferte con pulmini scassati, di palloni sempre troppo pesanti e tornei vinti all’ultimo secondo, festeggiati emulando il trenino del Bari, ricordandoci anche di chi non c’è più: quegli allenatori vecchia scuola che ci hanno accompagnati per anni durante la nostra infanzia, uomini di poche parole, ambasciatori di un’idea di sport antica, fondata su valori semplici e indispensabili, che, nonostante quelle bestemmie violentissime urlate a tutto campo, spesso erano capaci di educarci più dei nostri stessi professori.
Quando siamo rientrati a casa ho chiesto a mio nipote di seguirmi in soff***a, là dove mia madre conserva con cura tutti i cimeli di famiglia. Ho aperto un baule in vimini, in cui per tutta l’adolescenza ho accatastato collezioni di «Guerin Sportivo» e album di figurine. Ho preso il primo volume che mi è capitato a tiro, il più alto della pila di destra. Una copia del «Guerin Sportivo» in cui veniva omaggiata la marcia dell’Udinese stagione 97/98: in copertina il tridente dei sogni Poggi-Bierhoff-Amoroso, con una sovrimpressione di Mister Zaccheroni che invoca la Madonna, probabilmente per ringraziarla, visto l’esubero di talento con cui era farcita quella squadra. Gliel’ho allungato e lui l’ha preso, mi ha sorriso, mi ha ringraziato e se n’è andato in cucina a giocare con la sua PSP presa l’altroieri a Unieuro. Non penso sfoglierà mai quell’album. Ma poco importa, credo che quel gesto io l’abbia fatto più per me che per lui. Un modo come un altro per sentirmi a posto con la coscienza. Anche se, a essere sincero, mi sarebbe piaciuto da morire trascorrere ore a raccontargli delle serpentine di Martin Jorgensen, delle scorribande di Tommasino Helveg, delle geometrie di Johan Walem, della grinta di trottolino Rossitto, delle uscite furibonde di Gigi Turci, delle incornate mastodontiche di Olivierone Bierhoff; spiegandogli che un Muzzi infortunato vale quattordici Morata e che un Valerio Bertotto trentaseienne ad Icardi non ne farebbe vedere mezza, nemmeno nella partitella del martedì. Magari un giorno queste cose le racconterò a mio figlio, o magari no. Nel frattempo non mi resta che chiamare qualche ex compagno di squadra e organizzare insieme un aperitivo in collina, magari nel verde di Nadalutti, a base di spritz bianchi e lacrimoni, per raccontare loro la mia giornata e ricordare quei tempi, tanto romantici quanto lontani, in cui il pallone era, per ognuno di noi, semplicemente il più grande degli amici.
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Buon Natale Regaz
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