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Libri: “Football Nostalgia Novanta". Intervista con gli autori Riccardo Cavassi e Marco Tarek Tailamun - Gli Eroi del Calcio 25/04/2021

I Regaz di Gli Eroi del Calcio .com ci hanno chiesto di parlare un po'di noi e del nostro libro. Spoiler alert alla domanda "quante denunzie avete ricevuto?"ci è toccato dire la verità

Libri: “Football Nostalgia Novanta". Intervista con gli autori Riccardo Cavassi e Marco Tarek Tailamun - Gli Eroi del Calcio GLIEROIDELCALCIO.COM (Federico Baranello) – Per la rubrica “Libri” abbiamo raggiunto e intervistato Riccardo Cavassi e Marco Tarek Tailamun, autori del libro “Football Nostalgia Novanta”, edito da Ultra Edizioni. Riccardo e Marco sono i fondatori di Football Nostalgia Novanta, una delle st...

16/04/2021


07/02/2021

FOTOTESSERA EL CHINO CABELLO HERMOSO

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30/01/2021

ROBY • ALEX

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17/01/2021

OLIVER BIERHOFF x GRAZIELLA

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Football Nostalgia Novanta 05/01/2021

[...] Ed è esattamente nell’istante di questo primo, brutale contatto, che Frankie Rijkaard, baluardo del centrocampo, uomo tutto d’un pezzo, simbolo e condottiero con ogni maglia indossata, vede la propria mascolinità sgretolarsi in diretta tv, di fronte al mondo intero, e viene risucchiato in un f***e vortice di sentimenti controversi. Subito dopo il fallo, incrocia lo sguardo con Völler, che gli mastica in faccia un paio di insulti cattivi in romanesco stretto. Frankie osserva intensamente quell’esplosione di rabbia animalesca e, dopo mesi di apatia, per la prima volta, torna a sentire il fuoco della passione: c’è tensione, c’è agonismo, c’è un’indecifrabile attrazione fisica tipica dei capostipite, dei campioni, degli esseri affini. Un’antesignana Brokeback Mountain calcistica: una mistura di repressione, frustrazione, furore erotico e odio primordiale, che se dovesse assomigliare a qualcosa di fisico avrebbe la forma di Faustino Asprilla incastrato in una gabbia di leoni, che ti fissa negli occhi, adagiato su un fianco, n**o e con una ne***ia calibro 33 arrotolata dentro una scatola di cioccolatini. E nella totale confusione del momento, all’apice dello psicodramma, Frankie realizza che il modo più fedele per esprimere fisicamente un sentimento di questo genere è il prodursi in una cifra sconsiderata di sputi. Nel bel mezzo di una delle più importanti partite della sua carriera, uno dei più grandi calciatori di tutti i tempi perde m completamente la bussola, e in una sorta di trasfigurazione metamorfica, mutatosi in lama sotto l’incredulo sguardo degli ottantamila di San Siro, incanala la propria verve sessuale in una lunga serie di corpose espettorazioni sull’anacronistico coppino coperto di riccioli di Rudy Völler. Va in scena una danza della seduzione tra i due, una milongafatta di gargarismi, spinte e simulazioni, tirate d’orecchie, altri sputi, tutti dritti sul mullet del tedesco. [...]

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Estratto dal libro "FOOTBALL NOSTALGIA NOVANTA" - Capitolo 5. Catarro Connection

Ora disponibile online e in tutte le librerie!!

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Football Nostalgia Novanta 25/12/2020

FOOTBAL NOSTALGIA NOVANTA – IL LIBRO
CAPITOLO 10. LA DIFFERENZA TRA NOI E VOI (versione integrale)

Sabato pomeriggio. L’aperitivo con i regaz è fissato per le otto in centro. A trent’anni ormai rappresentiamo la nuova generazione di yuppies friulani di provincia: bollicina al Contarena, taglio di rosso e pizzetta Al Cappello e poi tutti a cena da Cesare al Concordia.

Sono sveglio da due ore, ma la noia già mi affligge. Mi sposto dal divano alla poltrona, cercando la posizione giusta per spararmi una combo segapennica di quelle che ti cambiano l’equilibrio del weekend, senza trovarla. La tv non ha più senso da quando hanno chiuso ESPN Classic e anche TeleFriuli ormai non regala più le emozioni di un tempo, quando nel salottino del programma sportivo del sabato venivano raggruppati opinionisti ed ex calciatori del calibro del Barone Franco Causio, l’Oronzo Canà friulano Massimo Giacomini e l’ex capitano dell’Udinese dei tempi belli Ale Calori.

Instagram è inondato da culi senza volto, e sento una f***a al petto ripensando alle mie amiche di MySpace. Mando un paio di WhatsApp in cerca di una chiavatina in zona via Roma, dietro la stazione dei bus, ma niente da fare: pare che anche le zozze abbiano un cuore e siano solite dedicare il sabato a interminabili passeggiate coi cornutissimi fidanzati.

Fisso la Xbox e mi vien voglia di spararmi un partitone a International Superstar Soccer Deluxe per Super Nintendo. Vedo le bombe di Wanda Nara e mi scende una lacrima, ricordando la mia Alessia Merz e quelle sue miracolose tettine triangolari.

Oggi niente e nessuno può salvarmi. La nostalgia gioca con un tridente da panico e non fa ostaggi. Io dalla mia non punto neanche a salvare l’onore. La mia difesa è completamente in bambola e mi faccio infilare a ogni contropiede.

E proprio mentre sto per cedere alle tentazioni di Ming, l’estetista vietnamita sotto casa che, con un modestissimo extra, in coda al massaggio relax concede una generosa maronella bimane, ricevo una chiamata. È mio nipote. Quattordici anni e un’acne che neanche Christian Ziege quando faceva ragioneria. Mi sciacquo il cervello dal cataclisma di pensieri impuri, passere pelose e pugnette a domicilio che lo tempestano, e schiaccio il verde.
«Ciao zio, tra un’ora ho la partita di campionato, mi accompagni? È un sacco che non ci vediamo. Vieni a fare il tifo per me!». La voglia è pari a quella di guardarsi il director’s cut di Schindler’s List, ma non so perché dalla mia bocca, posseduta dall’ectoplasma di mia madre come in Ghost, esce un secco e convinto «Ok. Tra dieci minuti sono da te. Mandi biel, a dopo».

Outfit prestige. Tuta in acetato Hummel-x-Udinese Calcio, sul ginocchio destro una toppa gialla con il logo di Batman, a mascherare una magagna rimediata in scivolata nei giardini dello Zanon. Adidas Top Ten altissime sulla caviglia, tenute slacciate, occhialino di plastica del Club Med, ricordo di una fuga a Corfù con la sorella del mio ex migliore amico. In testa, papalina d’annata degli Yankees, calata molto oltre il sopracciglio. Praticamente la br**ta copia friulana di Eminem.

Arriviamo al campo, e come un vip in visita prendo posto sugli spalti, dandomi pure un tono con le gambe accavallate. Mi sorprendo dell’alto numero di presenti. Incredibile come tutta questa gente non abbia niente da fare di sabato pome. Dopo un primo momento dedicato alla lettura della Gazza – rubata al bar nel pit stop per comprare le si*****te e buttare giù una bianca Nonino al volo – e alla valutazione delle madri/sorelle/zie/cugine sedute in tribuna, ecco finalmente che le squadre sono pronte a dare inizio al match.

La nostalgia mi ha seguito anche fuori dalle mura domestiche e al fischio d’inizio mi è impossibile non ripensare a quando – qualcosa tipo vent’anni prima – su quel campetto spelacchiato muovevo i miei primi passi di calciatore, categoria pulcini. Un sorrisetto ebete fa capolino sul mio viso. Poi ritorno al presente. Partita noiosa. Questa gioventù friulana non esprime nessun talento alla Tomas Locatelli, nessun mastino del centrocampo alla Giuliano Giannichedda, nessun poeta del tackle alla Alessandro Pierini.

Della partita mi interessa zero ma voglio godermi il momento amarcord. Inizio a buttare l’occhio su tutti quei piccoli particolari che a un romantico come me piacciono tanto. La cosa che cattura da subito la mia attenzione è che la maggior parte dei ragazzi in campo esibisce capigliature moderne e inguardabili: capelli ossigenati alla Neymar e tribali sulla nuca alla Vidal la fanno da padrone; nessuno di loro sfoggia uno di quei fantastici tagli a scodella tipo bambino della Kinder che ci venivano imposti dal diktat delle nostre mamme old school. Realizzo anche che ai piedi del 90% dei giovani calciatori ci sono Nike verdi o arancioni, comunque fosforescenti, uno ce le ha addirittura fucsia. Pezzi di plasticaccia che saranno costati come minimo centotrenta euro al paio.

Inizio a innervosirmi di brutto e ripenso a quanto erano belli i tempi delle Diadora nere baffo arancio firmate da Baggio o delle Kronos di Mancini e Stoichkov; quelli con i genitori intenditori indossavano le mitiche Torrione d’Oro o le Pantofola d’Oro. Scarpette nere come la pece, morbide come una carezza, in pelle di canguro, sempre lucide di grasso. Entrambe le squadre si presentano in completini Adidas nuovi di pacca. Tessuti fantascientifici, coloratissimi e luccicanti. Una delle due società ha addirittura messo i nomi sulle sp***e dei pischelli. Io e i miei compagni della Manzanese, alla loro età, scendevamo in campo con maglie rigorosamente prive di etichetta e di forma, di flanella arancioni, sempre di due taglie più grandi del dovuto, con manica lunga anche d’estate e pantaloncino ascellare concepito per creare eritemi inguinali e ustioni di terzo grado. All’epoca indossare quelle divise ci faceva sentire orrendi e inadeguati. Un bagno di umiltà che ti cancellava l’ego e ti portava ad affrontare la partita concentrandoti solo sul gioco. Tu, i tuoi compagni e il pallone. Brutti, poveri, orgogliosi, uniti.

Ovviamente mi girano le b***e, ma all’altezza della metà del secondo tempo ho trovato le forze per farmene una ragione. Gli anni passano ed è concepibile che tutto si trasformi e si aggiorni. E in effetti, a fare certi ragionamenti, dopo un po’ inizi a sentirti proprio un vecchio.

Poi, all’improvviso, il panico. Succede l’inaspettato. O meglio, tutto ciò che avrei sperato di non vedere. Il numero nove dei blu, forse il più tecnico in campo, di sicuro il più sviluppato dei ventidue ragazzini, dopo una bella serie di dribbling stretti e una notevole falcata che lo porta a trovarsi a tu per tu con il portiere avversario, insacca con una puntalata che va a spaccare in due il sette; gol bello, cercato, voluto. Niente da dire se non chapeau. Peccato però che, subito dopo la prodezza, il giovane calciatore inizi una corsa inarrestabile verso gli spalti proponendo un mix di inguardabili esultanze moderne: portandosi due dita agli occhi imita Pazzini, sfidando l’allenatore. Quindi, arrivato in prossimità di parenti e amici, con il dito destro al naso emula il gesto di zittire lo stadio che piace tanto ai pro negli ultimi tempi. Chiude il cerchio sorridendo verso la tribuna, ficcandosi un pollice in bocca manco avesse messo un erede in grembo a quella ragazzina col piumino rosa – seconda media il prossimo anno – che lo guarda in adorazione.
Scena di una tristezza insuperabile. Studiata, posticcia, a dir poco ridicola.

A quel punto io mi agito di brutto, traballo spiritato, come Diego Abatantuono, tenendomi con due mani alla sedia, mentre osservo le facce compiaciute dei genitori del bomberino. I pensieri si trasformano in parole. Le parole si trasformano in bestemmie. Sussurrate poi gridate al cielo. Rigorosamente in friulano strettissimo. Il mio subconscio mi suggerisce un gesto forte e violento quanto un intervento da tergo di Mimmo Gargo: entrare in campo saltando la staccionata, andare faccia a faccia col bambinetto, ficcargli una mano sotto al collo e chiedergli a muso duro chi stia zittendo a quattordici anni da compiere. Ma poi ci penso su e capisco che la vera vittima della situazione è proprio quell’adolescente sbarbato e strafottente. Vittima di un calcio che ormai è fatto solo di orpelli e di genitori che hanno guardato troppe puntate di Uomini e Donne. Vittima di tanti
proclami e pochi fatti. Di troppe Playstation e poche ginocchia sbucciate al campetto di cemento sotto casa. Di troppo virtuale e pochissimo reale. Di like, commenti, followers e tag. Di calciatori senza fede, strapagati, più influencers che atleti. Sono lontani i tempi dei Franco Baresi, dell’essere uomini prima che sportivi, dell’amore per la maglia e per lo sport più bello del mondo, che trionfa sopra la pochezza del superfluo, degli interessi, dell’avidità. Se potessi parlare a quel giovane attaccante, vorrei dirgli che il calcio è molto più che apparenza, che ai miei tempi il massimo del vezzo era tenere la maglia fuori dai pantaloncini nonostante le minacce di giallo dell’arbitro. O incollare le figurine di Marcio Amoroso nella parte interna dei parastinchi, sfiorandole a dieci minuti dal triplice fischio mentre chiedi al Dio del calcio di regalarti una progressione brasiliana per risolvere la partita. Vorrei dirgli che ancora oggi, quando incontro i miei ex compagni di squadra dell’epoca, nel giro di cinque minuti regrediamo di quindici anni, mentre riesumiamo aneddoti e racconti infiniti, fatti di trasferte con pulmini scassati, di palloni sempre troppo pesanti e tornei vinti all’ultimo secondo, festeggiati emulando il trenino del Bari, ricordandoci anche di chi non c’è più: quegli allenatori vecchia scuola che ci hanno accompagnati per anni durante la nostra infanzia, uomini di poche parole, ambasciatori di un’idea di sport antica, fondata su valori semplici e indispensabili, che, nonostante quelle bestemmie violentissime urlate a tutto campo, spesso erano capaci di educarci più dei nostri stessi professori.

Quando siamo rientrati a casa ho chiesto a mio nipote di seguirmi in soff***a, là dove mia madre conserva con cura tutti i cimeli di famiglia. Ho aperto un baule in vimini, in cui per tutta l’adolescenza ho accatastato collezioni di «Guerin Sportivo» e album di figurine. Ho preso il primo volume che mi è capitato a tiro, il più alto della pila di destra. Una copia del «Guerin Sportivo» in cui veniva omaggiata la marcia dell’Udinese stagione 97/98: in copertina il tridente dei sogni Poggi-Bierhoff-Amoroso, con una sovrimpressione di Mister Zaccheroni che invoca la Madonna, probabilmente per ringraziarla, visto l’esubero di talento con cui era farcita quella squadra. Gliel’ho allungato e lui l’ha preso, mi ha sorriso, mi ha ringraziato e se n’è andato in cucina a giocare con la sua PSP presa l’altroieri a Unieuro. Non penso sfoglierà mai quell’album. Ma poco importa, credo che quel gesto io l’abbia fatto più per me che per lui. Un modo come un altro per sentirmi a posto con la coscienza. Anche se, a essere sincero, mi sarebbe piaciuto da morire trascorrere ore a raccontargli delle serpentine di Martin Jorgensen, delle scorribande di Tommasino Helveg, delle geometrie di Johan Walem, della grinta di trottolino Rossitto, delle uscite furibonde di Gigi Turci, delle incornate mastodontiche di Olivierone Bierhoff; spiegandogli che un Muzzi infortunato vale quattordici Morata e che un Valerio Bertotto trentaseienne ad Icardi non ne farebbe vedere mezza, nemmeno nella partitella del martedì. Magari un giorno queste cose le racconterò a mio figlio, o magari no. Nel frattempo non mi resta che chiamare qualche ex compagno di squadra e organizzare insieme un aperitivo in collina, magari nel verde di Nadalutti, a base di spritz bianchi e lacrimoni, per raccontare loro la mia giornata e ricordare quei tempi, tanto romantici quanto lontani, in cui il pallone era, per ognuno di noi, semplicemente il più grande degli amici.

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Buon Natale Regaz

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Football Nostalgia Novanta 23/12/2020

[...] Il Mazza era il paradigma dell’estremo difensore di periferia. Uno che si esalta se prende quattro gol in una partita, perché sa che senza di lui sarebbero stati otto. Che esulta quando nella stessa azione gli espellono terzino e stopper, così anche oggi c’è da mettersi il mantello da Superman. Che quando su un corner Calori spezza il naso a un avversario
in area, un brivido gli attraversa la schiena e guarda con occhi languidi in direzione della terna arbitrale, nella speranza che qualcuno gli fischi un rigore da parare. Mazza era il tipico portiere da smanacciata nel sette. Quello che quando volava, sembrava una palla di stracci
lanciata contro il palo. Che quando toccava col palmo della mano un colpo di mortaio ai 130 orari calciato da Mihajlovic, il pallone aveva sempre la meglio, e lui esplodeva in aria in mille pezzi, per poi esser proiettato in rete dal rinc**o. Il Mazza era il simbolo del portierino nervoso e spettacolare. Quello della parata che vale il biglietto, del tuffo per i fotografi, del volo gratuito anche quando il tiro è evidentemente fuori di sei metri, quello che, dopo una prodezza con la mano di riporto, si lascia andare all’inerzia del momento e inizia a rotolare in terra per ore, manco si fosse gettato da un treno in corsa. [...]

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Estratto dal libro "FOOTBALL NOSTALGIA NOVANTA" - Capitolo 20. Andrea Mazzantini: il gattaccio volante

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Football Nostalgia Novanta 21/12/2020

[...] Eh no, bello mio, non c’è niente meglio di una sega. A parte Ronaldo. Quello vero. Quello che corre più forte di un Phantom con la Giannelli rovesciata, che è bello con ogni maglia, che fa tremare le gambe dei terzini, che fa secchi gli avversari a colpi di veroniche. Quello che quando agita il ditino, lo agiti anche tu, con un riflesso automatico, anche se ha appena trafitto il portiere della tua squadra. Quello che quando mulina le gambe, sembra abbia dei cerchioni in lega che roteano ai centoventi. Una macchina da guerra capace di sparare raffiche di doppi passi mentre si muove alla velocità del suono, un ghepardo feroce in fuga verso un Konsel dalle mutande chiazzate. Con la crapa pelata, la faccia da bambino e il corpo di un automa creato per spaccare in due la storia di uno sport, rendendo obsolete intere generazioni di pseudo atleti vissuti prima del suo avvento. Io lo ricordo così, scintillante in verdeoro, a gambe larghe, teso come un elastico, mentre guarda da una parte e butta la palla dall’altra. O con la maglia del Barca, quando si smaterializza, passa attraverso quattro centrocampisti e ricompare davanti a un portierino in piena crisi di nervi. Mentre umilia Nesta sulla fascia al Parco dei Principi. Mentre rifila una quindicina di gol al Lecce. Mentre si scarta tutta Piacenza, sindaco incluso. Mentre sgomma sul campo di patate dello Spartak Mosca più veloce di una moto da cross, facendo schizzare il fango in faccia a Cauet e Zé Elias, in estasiata ammirazione. Mentre scende le scale dell’aereo tremando. Mentre si stringe il ginocchio, con Fernando Couto che agita il parruccone in favore di camera. Mentre piange e sbava sulla panchina di Cuper in un weekend di inizio maggio. Mentre ride con quei denti a venti minuti uno dall’altro. Mentre esulta, con le braccia larghe, gli indici in fuori, come il Cristo di Rio versione 2.0. [...]

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Estratto dal libro "FOOTBALL NOSTALGIA NOVANTA" - Capitolo 6. Ronaldo meglio di una sega

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18/12/2020

[...] Una favola, quella di Andrei a Firenze, che si concluse prima ancora di iniziare, come una th*****me tra Fabrizio Maffei, Alba Parietti ed Ela Weber. Perché il nostro cosacco non fece in tempo a trovare un appartamento nei palazzacci stile CCCP di Sorgane che immediatamente il destino gli bussò sulla spalla. Per l’esattezza a San Siro, contro l’Inter di Ronaldo. Mister Malesani lo schierò come ala, convinto di aver per le mani un’arma impropria, in un 3-4-3 da Fantacalcio, insieme a Bati, Rui Costa, Lulù il belga e pure Spadino Robbiati. Andrei stava volando. Sulla fascia era un treno e si prendeva gioco di gente con uno scarsissimo senso dello humor, leggi Ciccio Colonnese e Benoit Cauet. I tifosi cantavano il suo nome e lui, dentro di sé, si sentiva un dio, uno scherzo della natura, un fottutissimo ibrido uomo-gabbiano a cui nessuno poteva tarpare le ali. Ma all’improvviso lo shock. Terrificante. Inaspettato. Potentissimo.
Taribo West, il collezionista di tibie, uno che, armato di quel suo innocente, irresistibile sorriso sdentato, si è impunemente nutrito del dolore altrui per tutto il corso della sua permanenza in Italia, prese la rincorsa ed entrò di prepotenza su Kanchelskis – tipo Lexington “The Impaler” Steele a uno Spring Break collegiale – beccandosi giusto un giallo da un Graziano Cesari non ancora schiavo delle lampade UV, ma già petulante. Entrata di una cattiveria meravigliosa. Di un’oscenità quasi poetica. Sulla linea del fallo laterale. A due piedi sulle caviglie dell’avversario. Gratuita. Impulsiva. Una slavina con le treccine. Un tornado di urla belluine e tacchetti affilati. Un action painting di spruzzi di sangue e
schegge di rotula. Se il fallo fosse un’arte, West ne sarebbe l’esponente rinascimentale. [...]

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Estratto dal libro "FOOTBALL NOSTALGIA NOVANTA" - Capitolo 3. Andrei Kanchelskis e un incubo chiamato Taribow.

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17/12/2020

[...] La corsa alla porta del Milan era una vera e propria caccia all’oro. Oggi probabilmente ci farebbero un c***o di reality condotto da Davidone De Zan con Ciccio Graziani come opinionista. Stipendio garantito, c**o al caldo, uno tra i lavori più rilassanti e longevi che si possa immaginare. L’equivalente di imbroccare un contratto a tempo indeterminato in Comune, ma con uno cachet da panico, una gloria imperitura e soprattutto camionate e camionate di f**a, da bombardarsi negli hotel più sfarzosi dei cinque continenti. Ma il Milan non è mai stato un fan dei super portieroni. Affanc**o i Zenga, i Peruzzi e i Pagliuca. Affanc**o anche gli esotici Seaman e Preud’homme. Il Milan voleva giocare la carta dell’imprevedibilità, per confondere le rivali per lo Scudo. E fu così che, dopo un week-end a base di tardone e briscola al bowling di Miramare, proprio sull’Adriatica Rimini-Riccione, mister Sacchi rientrò a Milanello con un omaccione di quasi due metri che sbucava dal bagagliaio della sua Opel Vectra station color kaki, regolarmente segnalato come carico sporgente. [...]

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Estratto dal libro "FOOTBALL NOSTALGIA NOVANTA" - Capitolo 2. Seba Rossi miracolo italiano.

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Football Nostalgia Novanta 16/12/2020

[...] In un susseguirsi di vicende al limite tra il complotto, il controspionaggio, la fantascienza e il Risiko, l’Onu ha deciso di far fuori la Jugoslavia dall’Europeo di Svezia del ’92. A dieci giorni dal calcio d’inizio, la Danimarca, una squadra allo sbando, messa in croce da stampa e tifosi
per la recente, fallimentare mancata qualificazione, viene ripescata dall’immondizia e richiamata all’ordine.
Con il cervello abbondantemente in vacanza e la sabbia ancora nelle
mutande, una Nazionale di calcio dal limitato tasso tecnico ma dallo
smisurato tasso alcoolico si presenta in campo a Stoccolma. Tutti a parte Michael Laudrup, che in rotta con l’establishment dichiara a sorpresa di ritirarsi dalla competizione, preferendo rimanere in Riviera con le p***e a mollo e un mojito in mano. Anche alla luce del forfait della superstar del team, lo spirito della combriccola è quello di un torneo di calcetto estivo, formula 12 ore no stop. L’aspettativa è quella di mangiarsi un cocomero, fare un salto in piscina, rimediare un filotto di sconfitte e rientrare in Hotel a Riccione per godersi gli ultimi giorni di sole. Per sommo gaudio dei danesi, il girone promette tre sonore batoste: Svezia padrona di casa, Inghilterra ancora fueente per il quarto posto di Italia90 e Francia con Platini CT e King Eric in campo. [...]

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Estratto dal libro "FOOTBALL NOSTALGIA NOVANTA" - Capitolo 13. Danimarca '92: dalla riva del mare alla vetta d'Europa.

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