Karaté Club Lausanne

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Shihan Conti Japan 8e Dan FAJKO
Sh*to Ryu - Shotokan - Goju Ryu
Ryuei Ryu - Kobudo - Self-défense

12/02/2026

Bellissimo testo de Maestro Lucio Maurino

IL VUOTO DEL DOJO

Il Dojo è il luogo esterno al nostro stato interiore. La presenza nel Dojo ci permette di penetrare un livello sacro di attenzione che, attraverso l'abbandono del nostro pensiero quotidiano e delle nostre inquietudini, ci fornisce la capacità di non opporci ai nostri pensieri, di non fermarli, di andare più in là, dove regna il silenzio assoluto (muga): la non azione, la nostra mente imperturbabile (fudoshin).

Il silenzio (Mokuso) prima del saluto, che si esegue nella posizione di seiza, dove, a seconda delle scuole, gli occhi o sono chiusi o "guardano senza vedere", serve per raggiungere uno stato assoluto di Mu (vuoto): l'osservazione indifferente di noi stessi senza veli e corazze sociali.

Usare la mente per procurarsi la realtà è illusione, non usare la mente per comprendere la realtà è consapevolezza. Non creare illusione è illuminazione.

In un'arte marziale che si rispetti come il Karate, l'uso corretto di questa forma di meditazione è attivo, dinamico e pratico: tutto ciò spaventa chi entra nel dojo senza la giusta predisposizione di spirito.

Attraverso questo processo si impara a non vivere il disagio come qualcosa dal quale liberarsi il prima possibile, ma si scopre una possibile visione dello stesso come valida opportunità per riflettere su se stessi, conoscersi e comprendere cosa stiamo facendo nel quotidiano e che può farci restare, se non invertiamo la tendenza, nella totale inconsapevolezza.

Mushin, dunque, è lo stato mentale assoluto al quale ogni serio praticante aspira, quel luogo insondabile della mente dove si sviluppa il "non ego": se si comprende l'importanza del lavoro nel dojo e si capisce l'utilità di seguire le indicazioni del maestro, si afferra anche la necessità di fare esperienza spirituale attraverso il corpo.

Lucio Maurino

27/06/2025

𝐈𝐍𝐓𝐄𝐑𝐕𝐈𝐒𝐓𝐀 𝐀𝐋 𝐌𝐀𝐄𝐒𝐓𝐑𝐎 𝐇𝐈𝐑𝐎𝐊𝐀𝐙𝐔 𝐊𝐀𝐍𝐀𝐙𝐀𝐖𝐀
(𝐚𝐥𝐥’𝐞𝐩𝐨𝐜𝐚 𝟖º 𝐝𝐚𝐧 𝐞 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐚𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐒.𝐊.𝐈. (𝐒𝐡𝐨𝐭𝐨𝐤𝐚𝐧 𝐊𝐚𝐫𝐚𝐭𝐞 𝐈𝐧𝐭𝐞𝐫𝐧𝐚𝐭𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥)

da Yoi n.3-4, novembre-dicembre 1982.

FUNAKOSHI: UN GRANDE MAESTRO.

D: Chi è stato il Suo primo Maestro?
R: “Ho praticato talvolta col maestro Funakoshi ottantenne – e col maestro Nakayama, istruttore-capo”.
D: Che differenze tecniche ci sono tra il karate di quei tempi e quello di adesso?
R: “Il maestro Funakoshi adottava posizioni più alte e più corte. Ma a noi diceva di adottare posizioni basse e lunghe. Mi fece l’impressione di essere un grande maestro proprio perché non ci diceva di fare come lui. Io pratico in piedi perché sono anziano, diceva, ma voi dovete stare bassi. C’erano già allora i principali calci di adesso: c’era mawashigeri (anche se magari non lo si chiamava così) e c’era yokogeri. Non c’era distinzione rigida tra keage e kekomi, si chiamava “kebanashi” e si eseguiva torcendo le anche e ‘frustandole’”.

SPIRITO DI IERI E DI OGGI NEL KUMITE.

D: Lei ha vinto un campionato del Giappone con una mano fratturata; il maestro Kase racconta che ai suoi tempi era normale rompersi qualche costola e buttarsi giù qualche dente. Adesso invece quando si combatte c’è il medico a bordo del tatami e il più lieve contatto è punito. Secondo Lei, è progresso o decadenza?
R: “È difficile dirlo. È lo spirito che è differente. Allora quando combattevamo noi consideravamo mani e piedi come lame, perciò essere raggiunti in faccia era un disonore, voleva dire essere morti; ora invece in gara ciò che conta è fare il punto. Non si possono fare paragoni”.

DONNE E KARATE, DONNE E KUMITE.

D: La WUKO (World Union of Karate Organisations, organizzazione mondiale del karate sportivo) ha introdotto il kumite libero femminile. Lei cosa ne pensa? È un bene o un male?
R: (dopo aver riflettuto) “Né un bene né un male; ma le competizioni penso si addicano agli uomini. Esistono molti tipi di combattimento nel karate: gohon kumite, sambon kumite, kihon ippon, jiyu ippon kumite...Penso che le donne debbano arrestarsi a quest’ultimo gradino. È già abbastanza impegnativo arrivare fin qui...poi possono praticare la difesa personale. Per la difesa personale non sempre il jiyu kumite è sufficiente!”
D: Ma le Sue allieve, Maestro, fanno kumite libero in allenamento? Perché è contrario?
R: “No, non lo fanno. Non c’è una ragione precisa, ma credo che nell’universo esistano due poli, il positivo e il negativo. L’uomo è il positivo, la donna è il negativo: la donna non è fatta per il combattimento.”

SOCHINDACHI: O MEGLIO, FUDODACHI.

D: Perché dà tanta importanza a Sochindachi?
R: “Sochin è il nome di un kata, che si esegue quasi tutto in posizione fudodachi. Per questo motivo la posizione si chiama anche sochindachi, ma il nome esatto è l’altro. Le do importanza a livello avanzato, perché è una posizione intermedia tra zenkutsu e kokutsu e permette quindi sia la difesa che l’attacco. Ma la insegno da cintura marrone; prima è bene distinguere chiaramente tra posizione avanzata e posizione arretrata”.

TAMESHIWARI: PER IL KI, NON PER LO SPETTACOLO.

D: Che importanza e significato ha per Lei il tameshiwari? Quali sono le Sue esperienze al proposito?
R: “Il tameshiwari – si deve dire chiaramente – è solo una piccola parte del karate. Si deve allenare non per fare spettacolo, ma per allenare la forza vitale. Facendolo ci si accorge che spesso un colpo apparentemente potente non ha rotto la tavola, mentre un altro colpo che sembrava meno forte ha avuto successo. Ci si chiede perché e si comincia a capire l’importanza del ki, o energia spirituale. È bene allenarsi sul legno, che è un elemento naturale. Ma quando si comincia, bisogna prima fare tanto makiwara!”
D: Abbiamo letto che Lei è capace, colpendo tre tavolette sovrapposte, di rompere a sua sclta una qualsiasi oppure tutte e tre. Qual è il principio di questa prova?
R: (sorride) “Non so se sono ancora capace, perché sono otto anni che non faccio più tameshiwari. Il segreto sta nel focalizzare il kime in un certo punto” (ci mostra i tre diversi tipi di kime, ma è impossibile spiegarlo senza vederlo).
“L’idea mi è venuta sentendo parlare dei tempi di Okinawa, quando certi maestri erano capaci, colpendo un avversario, di procurargli lesioni interne invisibili all’esterno procurandogli la morte dopo qualche tempo. Mi sono messo a provare e riprovare, e per la prima volta ho fatto questa prova alle Hawai, per spiegare il concetto di kime in pratica, dato che parlavo malissimo l’inglese. Si può fare tameshiwari in molti modi diversi, per allenare differenti aspetti. Si possono lanciare le tavole in aria e colpirle mentre ricadono: è utile per la prontezza della reazione e la velocità. Oppure si possono spaccare pile di tegole: serve per la direzione della forza. Se la direzione è storta, la linea di forza sarà diagonale e non tutte le tegole si romperanno. Perciò il tameshiwari ha tanti scopi: per irrobustire le nocche, certo, ma anche per la velocità di reazione e la direzione della forza. Si debbono provare tutti.”

I KATA

D: Da dove vengono tutti quei kata che non sono compresi nel libro Karate-do Kyohan di Funakoshi?
R: “l maestro Funakoshi ha inventato solo i kata Taikyoku, dopo che si era già trasferito in Giappone, e il Ten no Kata. Gli altri provengono da Itosu, maestro di Funakoshi, e sono stati introdotti e modificati dal figlio di Funakoshi.”
D: Il bunkai (applicazione)di un kata andrebbe insegnato insieme con l’esecuzione stessa? Lei come si regola?
R: “Forse andrebbero insegnati insieme. Ma anch’io insegno prima le tecniche e dopo l’applicazione. Va osservato però che i kata di karate non hanno solo valore di difesa personale, sono anche esercizio fisico ed ‘esercizio medico’”.(Kanazawa fa l’esempio di yamazuki in bassai-dai: la contrazione muscolare determina un salutare massaggio a vantaggio degli organi interni).

“MAESTRO KANAZAWA, PERCHÉ È USCITO DALLA JKA?”

R: “È difficile e lungo rispondere...una ragione è che la JKA tendeva a dare troppo potere al centro, a non dare spazio ai giovani istruttori. Io mi sono staccato perché penso che se si vuole progredire, il futuro del karate è nelle mani di questi giovani maestri, che collaborano ora con me”.

LO SHOTOKAN NELLA WUKO

D: Maestro Kanazawa, in molti paesi tra cui l’Italia, lo shotokan è entrato nella WUKO trovando non pochi problemi nella valutazione arbitrale dei kata. Nella sua posizione di arbitro internazionale che cosa può dirci a riguardo?
R: “Non credo che i praticanti shotokan debbano cambiare i loro kata. I kata principali, che tutti gli arbitri devono conoscere, sono otto: jion e kankudai, per lo shotokan; chinto e seishan per il wado; seienchin e bassai per il goju, saifa e seipai per lo sh*to. Gli atleti poi naturalmente possono eseguire in finale qualunque kata, io magari non lo conosco, ma per la valutazione mi baso sulla respirazione, la concentrazione, l’intenzione. I piccoli errori non li noto, ma l’arbitro di quello stile li comunica ai colleghi. Io penso che la WUKO sia un’organizzazione molto importante, che raggruppa l’80% dei praticanti, e che la IAKF (International Amateur Karate Federation, l’organizzazione internazionale che all’epoca raggruppava i praticanti shotokan JKA) finirà per confluire nella WUKO, magari l’anno prossimo”.
D: Ma l’elemento potenza, tipico dello shotokan, non viene più molto valorizzato nella WUKO, vero?
R: “Vero. Ho notato spesso che agli esami per 6º, 7º, 8º dan che vengono giudicati dai più alti gradi dei vari stili, i candidati dello shotokan ricevono questa critica: “troppo forte”. Ma personalmente ritengo che lo shotokan significhi potenza e debba mantenerla.”

SASSORI-GERI.

D: Dicono che sia la sua specialità ma nessuno che io conosca sa che cos’è. Me lo spiega?
Il maestro lo spiega ma una descrizione teorica risulterà insufficiente. Comunque Kanazawa si abbassa fino a portare le mani al suolo, e slanciando la gamba all’indietro colpisce col tallone la nuca dell’avversario, dimostrando un’elasticità incredibile per i suoi 51 anni, che comunque non dimostra. Aggiunge:
R: “Ho sempre portato anche in gara tecniche di calcio. Già nel 1958, al secondo campionato della JKA, tiravo ushiromawashigeri, ma gli arbitri non mi concedevano il punto perché la tecnica era così veloce che non riuscivano a vederla!”

MOKUSO – ARMONIZZARSI CON SE STESSI, CON GLI ALTRI E CON L’UNIVERSO.

Le nostre domande sono terminate, ma il maestro, di ottimo umore, aggiunge alcune considerazioni di grande interesse.
“La respirazione è importantissima. Io pratico il mokuso compiendo tre cicli respiratori completi in un minuto. In tal modo la respirazione è in armonia con la circolazione del sangue che ha più o meno lo stesso ritmo. Solo così si raggiunge l’armonia col proprio corpo, che è la premessa indispensabile per cercare l’armonia con gli altri e con la natura. Si parla tanto di pace, ma bisogna fare qualcosa in concreto, cercare l’armonia. Chi capisce lo spirito del karate dopo quaranta, cinquant’anni farà ancora del buon karate. Bisogna curare l’intenzione, la respirazione, l’hara (ventre). Il corpo dopo i ventisei anni declina, ma lo spirito resta alto. La respirazione è molto importante per la salute. Il guaio è che la respirazione è una funzione automatica, così noi non ne capiamo l’importanza e abbiamo dimenticato molti tipi di respirazione. Io pratico ancora tai-chi e questo è un aspetto importantissimo in quella disciplina cinese”.

Prima che il colloquio termini, il maestro Kanazawa ha anora modo di elogiare l’opera di insegnamento del maestro Miura, che definisce “molto severo e corretto” e di ammirare il suo splendido dojo di via Sammartini, che paragone, non senza una punta di scherzosa invidia, all’Hombu Dojo della SKI a Tokyo, molto più piccolo e meno accogliente.

Dall’intervista ho ricavato un’impressione molto positiva. Senza entrare nelle controversi che dividono lo shotokan, trovo che Kanazawa sia umano, comprensivo, lungimirante e assai avanti nella ricerca di una sua “via”. Le doti tecniche e atlih non si discutono, anche se il maestro non si è allenato, il suo sassori-geri in eleganti abiti occidentali mi ha lasciato sbalordito.

04/04/2025
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