08/06/2021
Mi apro alla chiusura (cit.)
(tempo di lettura 4 minuti)
Brano consigliato: El Sendero, Caparezza
Eccoci alla seconda storia, ed ecco un nuovo argomento. Se la settimana scorsa vi avevo parlato di quanto un equilibrio tra mente e corpo sia essenziale, oggi invece racconterò di momenti di ricarica - mentale e fisica – di cui ogni camminatore ha bisogno! Uno potrebbe pensare si tratti di qualcosa di complesso, ma ricordiamoci che una persona che cammina molte volte non ha bisogno di molto, può bastare un panino e una chiacchierata. Ed è proprio di questo momento della giornata che vi voglio parlare, quello della merenda a metà tappa, e di ciò che significa.
Io e Riccardo abbiamo sempre cercato (come molti immagino) di percorrere la maggior parte dei kilometri partendo presto la mattina (ok, si dovrebbe partire alle sei, ma alle otto per noi è presto). Questo per vari, ovvi, motivi: partire presto significa avere la possibilità di prendere meno sole durante la tappa, ergo bere meno acqua e avere quindi meno peso da portarsi in spalla. La nostra routine si è quindi strutturata essenzialmente così: dalle 8 alle 13 circa si cammina, poi una bella pausa di un’ora e mezza, e quindi ripartire per l’ultima manciata di kilometri e finire la tappa.
L’episodio di cui voglio accennarvi oggi riguarda proprio la prima “pausa del camminatore” che abbiamo vissuto a Monzuno.
Seconda tappa della nostra Via degli dei, mezzogiorno circa. L’arrivo non è stato dei migliori. Infatti, usciti da Brento e dai sentieri collinari immersi nel verde, ad un certo punto ci si ritrova lungo la strada provinciale, e fino a Munzuno è tutta così, un misto di asfalto cocente e sentieri paralleli al guard rail in cui l’erba è così alta da far sembrare scontata l’idea che camminarci sopra ti possa far incontrare da vicino una bella famigliola di zecche pronte a proseguire allegramente il cammino con te. Le ultime centinaia di metri con una pendenza quasi imbarazzante ti fanno proprio sudare il meritato premio per aver fatto quasi venti kilometri in mattinata; seduti su una panchina in questa bella piazzetta ombreggiata ci riposiamo e riempiamo le borracce, vista la bella fontana recentemente installata in paese.
Le panchine sono messe a mo’ di anfiteatro, vanno a creare un cerchio aperto che anche sottotraccia ti fa capire che se ti sei seduto lì, conversare con gli altri è praticamente dovuto. Un camminatore non ha certo bisogno di questo per parlare, e, arrivato un altro gruppetto di amici, il dialogo comincia!
Dopo una buonissima piadina e una coca-cola bella fresca è tutto più semplice, e mi rendo conto di una cosa: tra camminatori non ci sono barriere, o per lo meno non così tante.
Immaginate, per un attimo, di essere soli nella piazza della vostra città, comprare un gelato e sedervi in una panchina. Il primo pensiero potrebbe probabilmente essere (oltre alla voglia di gustare il cono) quello di: “oh cerca di non sbrodolarti davanti a tutti altrimenti sai che figura”. O ancora, se camminando in lontananza notaste di incrociare lo sguardo con una persona, quante volte vi fermereste a parlarci, e quante invece pensereste: “ma perché mi guarda, cosa vuole?”. Tutto questo non vi fa pensare al freddo? Alla freddezza che molti ricopre, quella che ti fa avere paura di dire ciao a qualcuno, per poi magari iniziare a seguirlo su instagram.
Il concetto di barriera è quello che secondo me riesce meglio a spiegare la distanza tra le persone. Per le strade del centro si pensa a se stessi: “mi sta bene la felpa? I capelli? A che ora devo essere lì? Perché questo continua a fissarmi?” Lo sguardo cade continuamente all’orologio che batte il tempo. Potrei dire che, prima di arrivare al “succo” di una persona ci sono davvero molte pareti da scalfire, e siamo noi forse i primi ad alzare ancora di più questi muri.
Davanti ad una piadina, dopo venti kilometri, sudati e con i vestiti non più esattamente profumati, tutte quelle paranoie scompaiono. Ed è così che nell’anfiteatro di panchine comincia un via vai (certamente non come alla stazione centrale di Milano!) di camminatori che arrivano, ripartono, si fermano e si guardano. Veniamo tutti dallo stesso percorso, con motivazioni diverse certo, ma la nostra vita in questi giorni si è un pochettino allineata a quella degli altri. Si parla, si ride e si scherza. Vent’anni di differenza circa (almeno!) ma non importa, condividiamo gioie e dolori del nostro viaggio, ma sempre con il sorriso e con la voglia di poter aiutare il prossimo senza un valido motivo. Ecco che il concetto di barriera viene meno senza accorgersene. Parliamo con quarantenni, padri e madri di famiglia, nonni, guide, anziani, ma non c’è nessun tipo di timore reverenziale o supponenza: siamo persone, simili, e ognuno è pronto ad ascoltare i consigli e le storie degli altri. Ecco il perché del titolo molto “potteriano” della storia di oggi: questo modo di vivere permette di poterti aprire rispetto alla chiusura che il mondo in qualche modo può imporci e che noi stessi costruiamo.
Nel frattempo sono tre giorni che non mi sveglio con l’ansia, che sogno la sera e non ho brutti pensieri. È per questo che cammino, ma qui è diverso, qui hai il tempo di vivere.
Mi apro alla chiusura.