27/09/2026
Il 26 settembre 1895, a Varanasi, Shyama Charan Lahiri salutò i suoi discepoli con queste parole, riportate da Paramahansa Yogananda nella sua Autobiografia di uno yogi:
«Torno a casa. Consolatevi; tornerò a rialzarmi».
Poco dopo lasciò questo piano in piena coscienza.
Il suo insegnamento si sviluppò con discrezione, al di fuori di ogni istituzione, mentre svolgeva il suo lavoro da contabile e provvedeva alla sua famiglia. Quella stessa vita costituì il suo primo insegnamento: la realizzazione spirituale poteva essere raggiunta senza allontanarsi dal mondo, attraverso l’adempimento dei doveri quotidiani.
Trasmetteva la scienza del Kriya Yoga a chi si avvicinava con sincerità e seguiva poi ogni discepolo secondo la sua natura, orientandolo verso la devozione, l’azione, la conoscenza o il Raja Yoga. Brahmino di nascita, in una società regolata dalle caste, iniziò induisti, musulmani e cristiani, così come persone che l’ordine sociale del suo tempo relegava ai margini.
Riuniva i suoi discepoli intorno alla Bhagavad Gita, che interpretava come la lotta tra le forze che abitano la coscienza dello yogi. I suoi commenti, che egli non mise mai per iscritto, sono giunti fino a noi grazie ai discepoli che li raccolsero.
A coloro che vacillavano nella meditazione ricordava:
Banat, banat, ban jai.
Praticando, praticando, un giorno si può raggiungere.
Oggi onoriamo il suo Essere con quelle stesse parole, che conservano intatta la loro validità nella pratica. Siamo qui, Guruji, nell’azione cosciente, creando luce.