24/09/2026
La prima cosa da imparare ....
Nana korobi ya oki (七転び八起き) e significa letteralmente "cadi sette volte, rialzati otto"
📍Da noi la prima cosa che ti insegnano è a non cadere. In Giappone, a judo, la prima cosa che ti insegnano è a cadere. Per mesi, prima di qualunque tecnica: solo cadute.
Chi entra per la prima volta in un dojo, la palestra dove si pratica il judo, si aspetta le prese, le proiezioni spettacolari, i grandi lanci che abbiamo tutti in mente. Invece il maestro lo porta sul tatami e comincia da una cosa sola: come si arriva a terra.
Si chiama ukemi (受身). Due segni: "ricevere" e "corpo". Il corpo che riceve. Come si riceve un ospite: preparandogli il posto.
E la caduta, lì, si studia davvero come una materia. Ogni caduta ha un nome e una forma esatta. All'indietro, con il mento raccolto sul petto per non ba***re la testa. Di lato. In avanti. E poi la capriola, quella che attraversa la caduta intera e ti riporta in piedi. Si comincia da seduti, poi accovacciati, poi in piedi, per gradi, come si impara a scrivere.
E c'è un dettaglio che dice tutto. Un attimo prima che la schiena tocchi terra, il braccio si distende e il palmo batte sul tatami, un colpo secco. Serve a spargere l'urto, a spezzarlo in tanti pezzi piccoli. È una caduta eseguita, non subita. Per questo una lezione per principianti ha un suono tutto suo, un tonfo ritmico di palmi che battono il tatami: decine di persone che si allenano a cadere bene.
La federazione giapponese di judo, nelle sue linee guida per chi inizia, prevede circa tre mesi così, di sole cadute, prima di passare alle proiezioni vere. Tre mesi in cui l'unica cosa da imparare è finire a terra. E l'ukemi non è una fase da superare in fretta, un pedaggio prima delle cose serie. Si allena per sempre, a ogni livello: in molte palestre ogni lezione si apre cadendo, cinture nere comprese. La cintura nera, a ben guardare, è la persona che in quella sala è caduta più volte di tutte.
La prudenza, però, è solo metà del motivo. L'altra metà la ripetono i maestri da quando Jigorō Kanō codificò il judo, alla fine dell'Ottocento. Finché hai paura di cadere, non puoi buttarti: ti irrigidisci, ti trattieni, resti a metà di ogni movimento. Chi non sa atterrare combatte col freno tirato. Quando invece la caduta smette di fare paura, succede una cosa che sembra un paradosso. Migliori in tutto il resto. Ti butti dentro ogni tecnica con tutto il corpo, perché il peggio che può capitare... lo sai già fare.
A te, la caduta, non l'ha insegnata nessuno.
Ti hanno insegnato il contrario. Occhio che cadi. Non sbagliare. L'errore segnato in rosso, la figuraccia che gli altri ricordano per anni, il "te l'avevo detto". Un'intera educazione spesa a non finire mai a terra, e nemmeno un'ora su cosa fare quando succede. E succede, a tutti.
Così oggi, davanti alle cose che vorresti, fai quello che farebbe chiunque non abbia mai imparato ad atterrare: non ti butti. Il corso che non cominci mai, la telefonata che rimandi da settimane, il progetto che resta nel cassetto, quella cosa che a quella persona non hai ancora detto. Da fuori sembra mancanza di coraggio. Ma il coraggio non c'entra... ti hanno mostrato mille volte come si evita una caduta, e nessuna come si riceve. E allora resti immobile, perché da fermi, almeno, non si cade.
Solo che il judo, su questo, sa una cosa che a te nessuno ha mai detto. Cadere non è il contrario di riuscire: è il suo alfabeto. Sul tatami nessuna tecnica nasce prima delle cadute che la rendono possibile. E quell'alfabeto tu lo conosci già. Hai perso persone, e sei ancora qui. Hai sbagliato strade, scelte, parole, e sei ancora qui. Ti è capitata tra le mani una vita diversa da quella prevista, e sei ancora qui. Le tue cadute non le ha viste nessuno, non valgono una cintura... eppure ogni volta hai trovato il modo di tornare in piedi. Il mento raccolto, il palmo a terra. Certe cose il corpo le impara da solo, a forza di vivere.
Sai già buttarti. Atterrare lo sai già fare... lo stai facendo da tutta la vita.
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Non è un manuale. È un invito a guardare la tua vita con occhi nuovi.
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