22/09/2026
Ci sono immagini di anni fa che mi gelano ancora la pelle. Non erano foto perfette, anzi, ma dentro avevano qualcosa che oggi si sta perdendo. Noi degli anni ‘90 avevamo un mondo tutto nostro: con tutti i suoi limiti, certo, ma non sentivamo il bisogno di mostrare per dimostrare di esserci. Una coreografia la vedevi solo entrando allo stadio, non su uno schermo. La aspettavi, la vivevi, te la portavi dentro. Era come una prima a teatro: dovevi essere lì. Oggi invece si corre a fare la diretta, a mostrare dettagli da ogni angolo. Tutto dura un attimo e poi sparisce. E intanto riemergono racconti ed episodi di decenni fa, ripetuti senza averli vissuti, ridotti a trofei da esibire sui social, pezzi di stoffa strappati al contesto, quasi fossero medaglie. Ma il senso non era quello. Molte cose restavano dove accadevano, tra chi c’era davvero, non serviva esporle per sentirle vere. E nonostante tutto, una cosa mi commuove ancora. Quando entro in curva, c’è ancora chi si avvicina, mi saluta con rispetto, a volte dandomi del voi. Chi offre un caffè Borghetti con la stessa semplicità con cui noi lo offrivamo ai più grandi. Noi siamo cresciuti così, con uno sguardo che bastava a fermarti e a farti capire. Difendevamo i colori, certo. Ma soprattutto sentivamo di appartenere a un mondo, a una mentalità. Forse sono solo un ultras nostalgico, ma continuo a pensare che avevamo meno foto, meno video, nessuna diretta, eppure avevamo infinitamente più cose vere da raccontare.