21/07/2026
Satya (सत्य): Satya: la parola vera è quella che non nuoce
Il sostantivo neutro satya deriva da sat-, base del participio presente della radice √as, "essere", con l'aggiunta del suffisso -ya. Il suo significato originario è dunque "ciò che è", "ciò che è reale", e quindi "vero". Da qui i significati di verità, veridicità e, per estensione, realtà.
Nello Yogasūtra, satya costituisce il secondo dei cinque yama, ossia le cinque fondamentali "astensioni" dello yoga. Ma che cosa significhi concretamente praticare satya si comprende appieno grazie al commento di Vyāsa, il quale illumina e sviluppa la concisa stringa di Patañjali (YS II.30).
«La veridicità è la corrispondenza di parola e mente al proprio oggetto, ossia parola e mente devono essere conformi a quanto sia stato visto o inferito. La parola proferita per trasferire ad altri la propria conoscenza non dovrebbe essere ingannevole, fuorviante, priva di significato. Dovrebbe essere impiegata per recare profitto a tutti gli esseri, non per recare loro danno. Se dalla sua pronuncia dovesse derivare danno agli esseri, non sarebbe verità, sarebbe un male. Mediante la mera apparenza di merito, la somiglianza con il merito, si otterrebbe solo nociva tenebra. Dica pertanto la verità solo dopo aver considerato il bene di tutti gli esseri»
In questa prospettiva, satya non coincide dunque con la semplice enunciazione di un fatto vero: la parola vera è tale soltanto quando è conforme alla realtà e, nello stesso tempo, orientata al bene degli esseri. Il commento di Vyāsa corrobora così la tesi secondo cui ahiṃsā (in-nocenza) costituisce il principio fondamentale sul quale è edificato l'intero impiano etico dello yoga: perfino la verità cessa di essere tale quando arreca danno agli esseri.
#सत्य
18/07/2026
Yama (यम): il primo passo dello yoga non è fare, ma non fare
Quando si parla di yoga, si pensa subito ad āsana (posizioni), prāṇāyāma (respirazione) o dhyāna (meditazione). Eppure, Patañjali apre il proprio percorso con gli yama, le cinque grandi astensioni (Yogasūtra II.30):
ahiṁsāsatyāsteyabrahmacaryāparigrahā yamāḥ
"Il non nuocere (ahiṁsā), la non falsità (satya), il non appropriarsi di ciò che non è proprio (asteya), la non dispersione [o contenimento di energia] (brahmacarya) e il non trattenimento [di nulla per sé (aparigraha), costituiscono] gli yama"
Per capire in modo pregnante questo primo "gradino", tuttavia, è necessario entrare in intimità con questa parola da un punto di vista etimologico. Il sostantivo maschile sanscrito yama deriva dalla radice verbale √yam, il cui significato fondamentale è «trattenere», «frenare», «controllare», «soggiogare». Lo yoga, dunque, inizia anzitutto come arte del dominio di sé attraverso lo sviluppo di un approccio "contrastivo" rispetto a determinate tendenze naturali ma tossiche per il fine sommo (liberazione).
Va evidenziato, infine, che non si tratta di semplici norme morali. Nel Pātañjalayogaśāstra gli yama rappresentano un'autentica disciplina "radicale" capace di interrompere le abitudini cognitive che alimentano attrazione e repulsione verso gli oggetti, preparando gradualmente la mente al discernimento (viveka) e, infine, all'isolamento (kaivalya) della propria natura intangibile ed eterna dalle pastoie coinvolgenti della natura materiale.
In altre parole, lo yoga comincia molto prima del tappetino: comincia dal modo in cui scegliamo di vivere.
16/07/2026
Perché alcuni mantra terminano con la triplice invocazione "oṁ śāntiḥ śāntiḥ śāntiḥ"?
Il sostantivo femminile sanscrito śānti non significa soltanto "pace", ma più propriamente placazione, estinguimento o cessazione di ciò che turba. Deriva infatti dalla radice verbale √śam ("calmarsi, placarsi, quietarsi").
Le prime occorrenze privilegiate sono riconducibili alle Upaniṣad, le quali iniziano e terminano con uno śāntipāṭha (letteralmente "lettura di pacificazione"), ossia con formule propiziatorie finalizzate essenzialmente a estinguere (śānti, appunto) un triplice dolore (duḥkhatraya), ecco il motivo della triplice invocazione, presente nelle tre dimensioni cosmiche:
1) adhyātmika: legato all'individualità (interiore, psicologico);
2) ādhidaivika: legato all'universo (legato alle traiettorie cosmiche ineluttabili);
3) ādhibhautika: legato agli elementi (esteriore, materiale).
Più che la semplice "pace", śānti indica dunque il completo estinguimento di ciò che genera turbamento e sofferenza. Per comprenderne intuitivamente il significato, si può pensare all'estinguersi di una fiamma quando viene privata dell'aria coprendola con un bicchiere: ogni disagio cessa e resta soltanto la quiete.
Segue, a titolo di esempio, il celebre śāntipāṭha riconducibile allo Śukla Yajurveda, riportato all'inizio di importanti Upaniṣad, fra cui la Bṛhadāraṇyaka Upaniṣad.
oṁ pūrṇamadaḥ pūrṇamidaṁ pūrṇāt pūrṇamudacyate pūrṇasya pūrṇamādāya pūrṇamevāvasiṣyate oṁ śāntiḥ śāntiḥ śāntiḥ
"Pieno/perfetto è quello; pieno/perfetto è questo; dal pieno sorge il pieno; avendo tolto il pieno dal pieno resta soltanto il pieno. Oṁ placazione [del disagio interiore], placazione [del disagio ineluttabile], placazione [del disagio corporeo]" (trad. personale)
14/07/2026
Grazie Emanuele Ricci per aver portato a Civitavecchia il Lama Yulu, ci rivediamo a Dicembre 🙏❤️🕉⭐️🪷☀️🌈❤️🙏
28/06/2026
Yoga e campane tibetane per l'autismo: una relazione virtuosa tra esperienza e scienza | La Voce del Carro | Campane Tibetane
Yoga e campane tibetane per l'autismo: una relazione virtuosa tra esperienza e scienza. Report di Marco Lucio Coletta.