28/06/2026
Ho terminato la lettura di *KidNastics®*, il progetto ideato da Eric Malmberg. Un testo interessante, non tanto per i contenuti specifici – alcuni dei quali noti e altri offrono spunti metodologici – quanto per la motivazione della proposta educativa.
Malmberg, dopo aver fatto parte dello staff tecnico della squadra nazionale statunitense di ginnastica artistica, è giunto a una conclusione: esiste una strada alternativa rispetto alla tradizionale contrapposizione tra ginnastica agonistica (artistica, ritmica ecc.) e ginnastica educativa. Invece di scegliere una delle due direzioni, ha costruito un proprio percorso, sviluppando una metodologia e persino materiali didattici specifici.
La lettura mi ha confermato una convinzione che accompagna ormai da molti anni il mio lavoro: ogni disciplina, prima o poi, ha bisogno di trovare una nuova via. I modelli sportivi tradizionali hanno dimostrato la loro efficacia, ma anche i loro limiti. Sono percorsi pensati per accompagnare una parte dei giovani verso l'alto livello, mentre molti altri rimangono inevitabilmente ai margini. Ed è proprio in quel momento che nasce la necessità di immaginare un percorso diverso, alternativo.
Anche il Wushu deve percorrere questa strada. Non dobbiamo essere siamo obbligati a scegliere tra l'agonismo, la tradizione o qualsiasi altra etichetta. Possiamo costruire un progetto educativo, capace di valorizzare il Wushu come strumento di crescita motoria e culturale. Un percorso che non sostituisce lo sport né la "tradizione", ma offrendo un'opportunità a quei bambini che altrimenti non troverebbero il proprio spazio di crescita.
Possiamo costruire un sistema educativo che utilizzi il Wushu come linguaggio per lo sviluppo motorio.
È un'idea che nasce dalla sperimentazione quotidiana. Da molti anni, infatti, ho la fortuna di lavorare stabilmente all'interno di una scuola dell'infanzia, proponendo, verificando, intuizioni errori e progressi. Molte delle attività che oggi fanno parte del progetto GiocoWushu® sono nate proprio lì: prima come semplici tentativi, poi come osservazioni e, infine, come un vero e proprio metodo. È proprio questa lunga sperimentazione sul campo che mi ha portato a riconsiderare anche il ruolo dei materiali didattici. Sempre più spesso, infatti, mi accorgo che non è il materiale a educare, ma la libertà che esso lascia al bambino. Un attrezzo progettato per svolgere una funzione precisa suggerisce immediatamente anche il modo corretto di utilizzarlo. Un oggetto comune, invece, pone una domanda: "Che cosa posso farci?". È in questa domanda che nasce la sperimentazione motoria. Per questo motivo, nel progetto GiocoWushu®, mi interessa sempre meno progettare nuovi attrezzi e sempre di più progettare ambienti. Sedie, tavoli, scatole, corde, bastoni, vecchi VHS diventano occasioni di ricerca. Non hanno un uso giusto o sbagliato: sono il bambino e il contesto a costruirne il significato.
Quando il materiale non suggerisce una funzione precisa, il bambino è costretto a immaginare. Non si fissano sulla forma dell'oggetto, ma esplorano le possibilità d'azione. È in quel momento che nasce il vero adattamento motorio.
Le ricerche degli ultimi anni descrivono un quadro piuttosto chiaro: le competenze motorie dei bambini tendono a ridursi, così come le occasioni di movimento spontaneo. Le cause sono molteplici — stili di vita sedentari, eccesso di protezione, riduzione del gioco libero, digitalizzazione del tempo libero — ma il risultato è lo stesso: un repertorio motorio sempre più povero.
Uno studio dell'Università di Verona, *Motor Skill Development in Italian Pre-School Children Induced by Structured Activities in a Specific Playground*, ha mostrato come anche un intervento relativamente contenuto — un'ora alla settimana per dieci settimane, alternando gioco libero e attività strutturate in un ambiente progettato per lo sviluppo delle abilità motorie — sia sufficiente a migliorare significativamente diverse competenze grosso-motorie nei bambini di cinque anni. Gli autori sottolineano però un aspetto ancora più interessante: non è semplicemente il movimento a produrre miglioramenti, ma il rapporto tra ambiente, proposta educativa e possibilità di sperimentazione.
Questo porta a una riflessione ulteriore. Anche molti parchi gioco moderni, pur essendo progettati con finalità educative, finiscono spesso per suggerire un solo modo corretto di utilizzare ogni struttura. Lo scivolo serve per scendere, la rete per arrampicarsi, il ponte per attraversare. Il gesto è già deciso dall'adulto.
Eppure basta osservare una bambina/o particolarmente curioso perché tutto cambi. Lo si vede usare lo scivolo al contrario, trasformare una panchina in una nave, una corda in un serpente, una scatola in una montagna. In quel momento gli altri bambini iniziano a seguirlo. L'apprendimento non nasce più dall'oggetto, ma dall'immaginazione. Noi adulti non possiamo affidare la crescita motoria dei bambini alla fortuna di incontrare, per caso, una piccola "Lara Croft" capace di inventare nuovi modi di muoversi. Dobbiamo creare contesti che rendano quella creatività possibile ogni giorno.
Forse il compito dell'insegnante di wushu, dell'educatore, non è usare attrezzi sempre più , ma ambienti sempre più aperti. Luoghi in cui gli oggetti non impongano un movimento, ma invitino a scoprirlo. È da questa idea che vorrei continuare a sviluppare GiocoWushu®: non come un insieme di esercizi da riprodurre, ma come un ambiente di ricerca, dove il wushu diventa uno dei linguaggi con cui il bambino esplora il mondo e costruisce sé stesso.
[1]: https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC4963078/?utm_source=chatgpt.com "Motor Skill Development in Italian Pre-School Children Induced by Structured Activities in a Specific Playground - PMC"