11/04/2026
11 aprile 1991
Quell’11 aprile del 1991 ero poco più che un ragazzo quando appresi alla televisione del grave incidente avvenuto davanti al porto di Genova.
Quella mattina la superpetroliera Haven, durante normali operazioni di routine, esplose.
Forse per un malfunzionamento a una p***a.
Il comandante e quattro membri dell’equipaggio morirono nell’esplosione.
Ricordo quei tre giorni di agonia della nave.
Le fiamme altissime.
La colonna di fumo nero che si innalzava per decine e decine di metri.
Quell’odore acre e pungente che si poteva sentire in tutto il ponente genovese.
Ricordo il disperato tentativo dei vigili del fuoco di domare e spegnere l’incendio.
E infine, dopo quei lunghi giorni di sofferenza, lentamente, l’inabissamento.
Ho ancora ben nitide nella memoria le immagini trasmesse dalla televisione:
il fumaiolo che, inesorabilmente, spariva negli abissi per trovare finalmente pace.
Sono passati più di trent’anni.
Nel frattempo la mia vita è cambiata.
Ho imparato a immergermi.
Ho imparato la subacquea tecnica.
Ho imparato a fotografare i relitti.
E, quasi senza accorgermene, quel gigante che avevo visto morire da lontano è diventato parte del mio percorso.
Oggi non guardo più quelle immagini su uno schermo.
Oggi scendo là sotto.
La percorro lentamente.
La osservo.
La fotografo.
E ogni volta provo a fare una cosa semplice:
riportare in superficie ciò che vede la mia macchina fotografica.
Perché questo insieme di lamiere aggrovigliate e contorte, per me, ha smesso ormai da tempo di essere soltanto un relitto.
Ne sono legato sentimentalmente.
Su questo relitto ho imparato la subacquea tecnica.
Qui ho imparato a fotografare i relitti.
Qui ho capito che ogni immersione non è solo un esercizio di tecnica, ma un incontro con la memoria.
Ruggine dal colore dell’autunno.
Lamiere contorte come foglie stropicciate e accartocciate.
Tonalità dalle sfumature particolari, con una suggestiva mescolanza di arancione, rosso, giallo e marrone.
Frutto dell’ossidazione del ferro, la ruggine è un processo di corrosione.
Ma è anche una trasformazione.
Il tempo e il mare lavorano lentamente, senza fretta.
Consumano, modellano, cambiano.
Quello che un tempo era distruzione diventa, anno dopo anno, qualcosa di diverso.
È come un caldo e avvolgente abbraccio.
Un equilibrio delicato tra energia e quiete.
E ogni volta che scendo laggiù, tra quelle lamiere segnate dal tempo, ho la sensazione di trovarmi davanti non solo a un relitto, ma a una storia che continua a trasformarsi.
Una storia che non appartiene solo al passato.
Appartiene anche al presente.
E, per quanto mi riguarda, continuerò a raccontarla nel modo che conosco meglio:
fotografandola.
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