Marco Mori Photography

Marco Mori Photography

Condividi

📸UnderwaterPhotographer

Photos from Marco Mori Photography's post 11/04/2026

11 aprile 1991

Quell’11 aprile del 1991 ero poco più che un ragazzo quando appresi alla televisione del grave incidente avvenuto davanti al porto di Genova.
Quella mattina la superpetroliera Haven, durante normali operazioni di routine, esplose.
Forse per un malfunzionamento a una p***a.
Il comandante e quattro membri dell’equipaggio morirono nell’esplosione.
Ricordo quei tre giorni di agonia della nave.
Le fiamme altissime.
La colonna di fumo nero che si innalzava per decine e decine di metri.
Quell’odore acre e pungente che si poteva sentire in tutto il ponente genovese.
Ricordo il disperato tentativo dei vigili del fuoco di domare e spegnere l’incendio.
E infine, dopo quei lunghi giorni di sofferenza, lentamente, l’inabissamento.
Ho ancora ben nitide nella memoria le immagini trasmesse dalla televisione:
il fumaiolo che, inesorabilmente, spariva negli abissi per trovare finalmente pace.

Sono passati più di trent’anni.

Nel frattempo la mia vita è cambiata.
Ho imparato a immergermi.
Ho imparato la subacquea tecnica.
Ho imparato a fotografare i relitti.

E, quasi senza accorgermene, quel gigante che avevo visto morire da lontano è diventato parte del mio percorso.
Oggi non guardo più quelle immagini su uno schermo.
Oggi scendo là sotto.

La percorro lentamente.
La osservo.
La fotografo.

E ogni volta provo a fare una cosa semplice:
riportare in superficie ciò che vede la mia macchina fotografica.
Perché questo insieme di lamiere aggrovigliate e contorte, per me, ha smesso ormai da tempo di essere soltanto un relitto.

Ne sono legato sentimentalmente.

Su questo relitto ho imparato la subacquea tecnica.
Qui ho imparato a fotografare i relitti.
Qui ho capito che ogni immersione non è solo un esercizio di tecnica, ma un incontro con la memoria.

Ruggine dal colore dell’autunno.
Lamiere contorte come foglie stropicciate e accartocciate.
Tonalità dalle sfumature particolari, con una suggestiva mescolanza di arancione, rosso, giallo e marrone.

Frutto dell’ossidazione del ferro, la ruggine è un processo di corrosione.
Ma è anche una trasformazione.

Il tempo e il mare lavorano lentamente, senza fretta.
Consumano, modellano, cambiano.

Quello che un tempo era distruzione diventa, anno dopo anno, qualcosa di diverso.

È come un caldo e avvolgente abbraccio.
Un equilibrio delicato tra energia e quiete.

E ogni volta che scendo laggiù, tra quelle lamiere segnate dal tempo, ho la sensazione di trovarmi davanti non solo a un relitto, ma a una storia che continua a trasformarsi.

Una storia che non appartiene solo al passato.
Appartiene anche al presente.

E, per quanto mi riguarda, continuerò a raccontarla nel modo che conosco meglio:

fotografandola.

Photos from Marco Mori Photography's post 07/04/2026

La secca dei Due Balconi

La voglia era rimasta lì, sì, proprio lì, incastrata tra le costole.
Una settimana prima ero uscito dall’acqua dopo cinque minuti, asciutto come un bagnino in pausa pranzo.
Un po’ una presa per il c**o...

Il rebreather era ancora in manutenzione, smontato sul tavolo come un paziente sotto anestesia.
Così oggi si va in sidemount.
Aria, EAN 50, ossigeno.
Una botta di vita, direbbe qualcuno...
qualcun altro direbbe vecchia scuola… tutti abbiamo imparato così.
Rumore, bolle, gambe a rana e pinneggiare.

Il mare era calmissimo.
Troppo calmo, quasi sospetto.

Scendiamo.
Io e Paola ci controlliamo a vicenda.
L’acqua è verdina.
Verdina… molto male, penso tra me.
E una vocina mi dice che quel verde sa di fango e fotografie buttate.

Penso:
perfetto, oggi si nuota nel latte e menta.

Poi, poco prima del fondo, succede qualcosa.
Non un miracolo, non una roba da cartolina.
Solo una nebbia sottile che si apre quel tanto che basta per lasciarti passare.

Una nebbiolina sospesa, lattiginosa.
Ti avvolge, ti rallenta, ti fa sentire dentro un sogno.
Un’atmosfera onirica ci accoglie.

Guardo verso la superficie.
La luce del sole scende filtrata, smangiata dalla foschia,
come se qualcuno avesse strofinato il vetro con una mano bagnata.
I raggi non arrivano mai davvero.
Si fermano prima.
Restano sospesi sopra di noi, tremolanti.

L’acqua è calda: quindici gradi.
L’erogatore fa rumore, un respiro metallico, continuo.
Dopo mesi di rebreather sembra di avere una vecchia motocicletta in bocca.
Ma va bene così.

Trentacinque minuti di fondo.
Gorgonie rosse.
Gorgonie gialle.
Un tripudio di colori che ti prende a schiaffi.
Tutte aperte, in quella nebbia lattiginosa.

Murene che ti guardano storte.
Gronchi che spariscono nelle tane.
Una piccola aragosta immobile, convinta che se non si muove nessuno la vede.

Io scatto qualche foto.
Poche.
Quelle che bastano.

E penso che il mare è strano.
Prima ti manda a casa dopo cinque minuti,
poi ti riprende sott’acqua
e ti lascia lì a nuotare nel silenzio,
nel latte e menta,
come se niente fosse.

E quando riemergi
hai solo fatto pace
con quell’animale testardo
che non ti lascia mai stare
e ti spinge sempre
a tornare giù.

Photos from Marco Mori Photography's post 29/03/2026

Dopo mesi di stop al rebreather eravamo di nuovo lì, sul gommone, pronti ad andare in acqua e goderci il nostro mare.
HUD, sensori, cavi, display… tutta quella roba che dovrebbe renderti più tranquillo e invece ti fa sembrare un centralino telefonico degli anni ’90.

Il mare era calmissimo.
Troppo calmissimo.
Di quelli che ti guardano con l’aria innocente e poi ti fregano appena ti distrai.
La tramontana qualche giorno prima aveva fatto la guerra, adesso si era calmata, come un ubriaco dopo la rissa.

Gommone pieno.
Facce allegre.
Io e Paola ci vestiamo senza tante chiacchiere.
Quando hai addosso chili di attrezzatura e anni di esperienza, le parole servono poco.

Paola entra per prima.
Io secondo.
Aspetto la macchina fotografica da Barbara, la prendo, la aggancio.
Sempre quel momento delicato, come passarsi una bottiglia di vino su una scala ripida: sai che se cade, bestemmierai per mesi.

Ci stacchiamo dagli altri di qualche minuto.
Un ok veloce.
E giù.

Cinque metri.
Respiri regolari.
Altri metri.
Guardo la ppo2:

0.9
0.9
0.8

Va bene.
Tutto tranquillo.

A quindici metri la muta stagna decide di mettersi in erogazione continua.
Aria che entra senza chiedere permesso, insistente, fastidiosa.
La stacco subito.
Paola mi dà una mano a sistemarla, precisa, calma.
Quelle manovre che fai senza pensarci, come allacciarti le scarpe.

Riprendiamo a scendere.
Ventiquattro metri.

Guardo il computer.
Lo guardo davvero.
E lui si spegne.

Così.
Senza preavviso.
Senza dignità.

Puf.

Lo inclino.
Niente.
Lo fisso.
Niente.
Silenzio.

Mi fermo.
Guardo la profondità dal backup.
Riguardo il computer del rebreather.
Sempre morto.

In quel momento non c’è rabbia, non c’è paura.
C’è solo una decisione semplice, pulita.

Abortire.

Primi ad entrare.
Primi ad uscire.
Cinque minuti di runtime.
Un’immersione lampo, roba da Guinness dei primati del fallimento.

Riemergo e penso che abbiamo passato mesi a sistemare tutto: sensori nuovi, controlli, verifiche, prove, cavi, display, primi stadi.
Tutto perfetto.

E poi il computer decide di spegnersi.
Come un vecchio che si addormenta davanti alla televisione.

Riemergo lentamente, mi tolgo il loop dalla bocca.
Faccio un segno di ok a Dario, che mi guarda sbigottito.
Respiro aria vera.
Guardo il mare piatto, innocente e beffardo.

E capisco una cosa:
non importa quanta esperienza hai, quante immersioni, quanta acqua hai sulla testa o fotografie di relitti appese al muro.

Il mare non se ne frega.
L’elettronica ancora meno.

Tu torni su,
ti siedi sul gommone,
e accetti che ogni tanto la giornata finisca così.

Breve.
Pulita.
E con un retrogusto amaro che sa di ironia.

17/02/2026

Il mare non ha forma.
La cambia a ogni onda, a ogni corrente.
Si lascia attraversare, ma non si lascia possedere.

In sidemount il corpo smette di opporsi.
Le bombole ai lati diventano equilibrio silenzioso.
Davanti non c’è ingombro, solo blu che si apre.

Il respiro rallenta.
Ogni gesto trova misura.
Non serve forza, serve ascolto.

Scivolare nell’acqua è un atto semplice,
quasi antico.
Come se il corpo ricordasse qualcosa che la mente ha dimenticato.

Sul polso il Ratio iX3M 2 mi accompagna discreto.
Segna il tempo, la profondità.
Numeri necessari, perché la libertà ha bisogno di confini per essere vera.

Il resto è silenzio.
È assetto che si fa naturale.
È il mare che ti avvolge senza chiedere nulla.

Il sidemount non è solo una configurazione.
È un modo più leggero di stare nell’acqua.
Di lasciarsi portare.
Di sentirsi parte.

Il mare non ha forma.
Ma ogni volta che entro,
mi sembra di ritrovare la mia.

video di Alessandro Grasso ArtPhotography

Photos from Marco Mori Photography's post 02/02/2026

Due anni sotto terra

La prima volta che ho messo la testa in una grotta ho riconosciuto subito qualcosa.
Non era il buio.
Era la soglia.

Quella linea invisibile che separa il prima dal dopo.
La stessa che conosco da sempre sott’acqua, quando lasci la superficie e il rumore del mondo resta sopra, come un oggetto dimenticato.
In grotta succede uguale: entri e il fuori perde consistenza.
Non sparisce.
Smette di contare.

Paola camminava davanti a me.
Diceva poco.
Aveva quel modo calmo di stare nello spazio che hanno le persone abituate a non sprecare movimenti.
Io invece portavo ancora addosso il mio essere terrestre: rigido, alto, un po’ fuori misura.

L’ingresso non chiedeva permesso.
Chiedeva di abbassarsi.
Di piegare la testa prima ancora del corpo.
Come quando in superficie espiri completamente, ti svuoti dell’aria inutile e lasci che sia il peso a portarti giù.

All’inizio il mio corpo non capiva.
Provava a opporsi.
A passare dove passavano gli altri, ma con più fatica.
Il casco toccava la roccia, le spalle cercavano spazio dove non ce n’era.
Le mani si sporcavano subito, come se la grotta volesse marchiarti dall’inizio.

Sott’acqua avevo imparato che la forza serve a poco.
In grotta ho dovuto reimpararlo.

Il buio non è mai arrivato di colpo.
È entrato come entra il silenzio quando smetti di parlare per ascoltare davvero.
La luce delle frontali non illuminava: rivelava.
Come un fascio nell’acqua torbida, che non apre il mondo ma lo disegna piano.

Il respiro diventava rumoroso, amplificato dal casco.
Come il respiro dentro il loop del rebreather, o le bolle che risalgono lente dall’erogatore.
All’inizio mi dava fastidio.
Poi ha smesso di essere mio.
È diventato parte del luogo.
Come le gocce che cadevano regolari, sempre uguali e sempre diverse.
Come l’acqua in immersione che ti scivola addosso e smette di essere fredda.

In mare il tempo si allunga.
In grotta si deposita.
Non scorre: si accumula.
Lo senti addosso, come il fango sulle ginocchia, come la calcite sulle pareti.

Nei primi mesi pensavo troppo avanti.
Come nelle immersioni da ragazzo, quando vuoi vedere tutto subito e finisci per non vedere niente.
Poi impari che il fondo non scappa.
Che la grotta non ha fretta.

Gli errori arrivavano senza rumore.
Un gesto inutile.
Un piede messo male.
Un moschettone non chiuso.
Un nodo non pettinato.
Nessuno li sottolineava.
Gli speleologi più esperti stavano lì, presenti, silenziosi.
Come i compagni d’immersione che non ti prendono per mano, ma ti tengono d’occhio.

La fiducia non passava dalle parole.
Passava dalla stessa corda.
Dallo stesso ritmo.
Dallo stare nello stesso spazio sapendo che, se qualcosa va storto, lo si affronta insieme.

Con Paola parlavamo poco sotto terra.
Ci bastavano gli sguardi, i gesti minimi.
Era lo stesso linguaggio che avevamo sott’acqua: essenziale, pulito.
Lì capisci che la parola è un lusso.

Il mio corpo restava goffo.
Più grande di quanto la grotta avrebbe voluto.
Compensavo con lo sforzo, come avevo fatto per anni in mare prima di imparare a “volare”, a cercare l’assenza di peso in immersione.
Il croll, all’inizio, sembrava una trappola.
Poi un giorno, senza accorgermene, ha smesso di esserlo.
Il corpo aveva imparato.
Non bene.
Ma abbastanza.

La prima volta che siamo entrati da soli l’ho sentito subito:
quella tensione pulita che non è paura.
È responsabilità.

Pochi metri.
Una grotta piccola, direbbe qualcuno.
Un sifoncino basso, allagato.
Sott’acqua sarebbe stato niente.
Lì, invece, era tutto.

Non sapevamo quanto fosse lungo.
Non sapevamo come girasse.
Io ho proposto di infilarmi per guardare.
Paola mi ha detto di no.
Semplice.
Definitivo.

E in quel no c’era più speleologia che in cinquecento metri fatti male.

Siamo tornati indietro.
Non sconfitti.
Lucidi.
Come quando in immersione decidi che oggi non è il giorno giusto per scendere oltre.
Per qualsiasi motivo.
E va bene così.

Col tempo ho capito che grotta e mare insegnano la stessa cosa:
non sei tu a decidere fin dove vai.
È l’equilibrio tra quello che sai, quello che senti e quello che sei disposto a rispettare.

Ci sono momenti in cui la grotta si stringe fino a farti dimenticare il mondo.
Poi si apre.
Una sala inutile.
Ma incredibilmente bella, senza motivo.

Sott’acqua è lo stesso:
una parete che scende nel blu, senza niente da dimostrare.

Lì capisci che la bellezza non ha bisogno di testimoni.
Esiste anche se nessuno la guarda.

Quando esci, la luce del giorno è violenta.
Come risalire troppo in fretta.
Gli occhi faticano.
Il corpo deve riabituarsi.

Camminiamo verso le macchine.
Sporchi di terra.
Silenziosi.
Un po’ più lenti.

Non so dire cosa sia cambiato in questi due anni.
So solo che sotto terra, come sotto il mare, ho imparato a stare.
A fidarmi.
A non forzare.

E so che tornerò.
Non per arrivare in fondo.
Ma perché né il mare né la grotta hanno un fondo che valga la pena conquistare.

Hanno solo una continuità.
E io, ormai, ne faccio parte.

Photos from Marco Mori Photography's post 12/01/2026

Fotografare il buio

Sono un fotografo subacqueo.
Da qualche anno, però, sto imparando ad andare in grotta.
Non come uno struzzo che infila la testa sotto terra, ma come uno speleologo: piano, con rispetto, accettando i limiti, imparando a stare basso, a rallentare, ad ascoltare, con quella sana umiltà che arriva quando capisci che lì sotto non comandi nulla.

Eppure, dal primo momento in cui ho messo davvero la testa sotto la terra, è successo qualcosa di familiare.
La stessa identica sensazione che provo sott’acqua: il bisogno di fotografare.
Non per dimostrare di esserci stato. Non per collezionare immagini. Ma per raccontare. Per portare fuori, alla luce del giorno, quello che normalmente resta nascosto, silenzioso, invisibile ai più.

Le grotte, nella mia memoria, non sono mai buie.
Non lo sono mai state.
Quando ci ripenso, le ricordo illuminate a giorno, come se la luce fosse già lì da sempre, intrecciata alla roccia, e noi arrivassimo solo per svegliarla. Il buio, semmai, è una condizione temporanea. Una tela nera. Necessaria.

Forse è per questo che, senza pensarci troppo, sono arrivato al light painting.

Dentro una grotta ho scoperto qualcosa che fuori succede raramente: una bellezza che non serve a niente.
Nessuno la vede. Nessuno la usa. Nessuno la giudica.
Il terraricamo, continuo a chiamarlo così, cresce goccia dopo goccia nel buio totale, senza pubblico e senza fretta, come un ricamo fatto per il puro piacere di esistere.

E allora, come fai a fotografarlo?

Non lo illumini, semplicemente.
Lo dipingi.

Perché fotografare in grotta non è un’operazione pulita.
È lenta, fisica, a tratti snervante.
Qualche bestemmia è volata, inevitabilmente. Non per rabbia vera, ma per scaricare tensione, per rimettere insieme il corpo quando sei piegato da troppo tempo, quando il cavalletto non sta dove dovrebbe stare, quando la luce fa esattamente l’opposto di quello che avevi in testa.

Il light painting non è “illuminare una grotta”. È il contrario.
È partire dal buio totale e decidere dove far esistere la luce.
La macchina fotografica è ferma, immobile, sul cavalletto. L’otturatore resta aperto a lungo. E tu ti muovi. Lentamente. Con una torcia in mano che diventa un pennello.

Passi la luce sulle pareti, la fai scivolare sulle colate, la accarezzi. Ti allontani per non bruciare i dettagli, la avvicini per far emergere un rilievo. Ogni gesto resta impresso. Ogni esitazione pure.

Il bello, e il difficile, è che non vedi subito il risultato.
Devi immaginarlo.
Devi fidarti.
Devi accettare che qualcosa andrà storto: un micromosso, un’ombra sbagliata, una zona troppo illuminata. Fa parte del gioco. Fa parte del posto.

Non stai cercando di vedere tutto.
Stai scegliendo cosa raccontare.

In pratica è un po’ come dire alla grotta:
“Tranquilla, non ti spoglio. Ti illumino solo dove vuoi farti vedere.”

Così ci siamo presentati sottoterra armati di macchina fotografica, cavalletto e luci. Poche cose, essenziali. Il resto lo fa il silenzio.
Ogni scatto è un dialogo lento. Si prova, si sbaglia, si rifà. C’è sempre qualcosa che non avevi previsto: una luce passata un attimo troppo in fretta, un’ombra che decide di stare dove non l’avevi invitata.

Siamo rimasti dentro cinque ore. Cinque ore vere, piene, dense.
Il tempo lì sotto non scorre: si deposita.
Lo senti addosso come il terriccio che entra ovunque, nelle maniche, nei capelli, sotto la maglietta, incollato alla pelle sudata. Odore di terra umida, di pietra fredda, di acqua ferma. Il respiro rimbalza nel casco, amplificato, e a un certo punto smetti di farci caso. Diventa parte del rumore di fondo, insieme al gocciolio lontano, regolare, ossessivo.

Ma va bene così.
In grotta, come sott’acqua, la perfezione è un concetto teorico.

I miei compagni, intanto, iniziano già a temere cosa li aspetta: tempi lunghi, attese, torce che vanno avanti e indietro, silenzi rotti da un: “Aspetta, rifacciamola”.
Qualcuno comincia a sospettare che questa storia della fotografia sia una scusa elegante per restare più a lungo sotto terra. Non hanno tutti i torti.

Perché fotografare in grotta ti obbliga a fermarti.
A guardare davvero.
A riconoscere che il buio non è il nemico, ma la condizione necessaria perché la luce abbia senso.

Alla fine gli scatti vengono fuori. Imperfetti ma vivi e sinceri.
Non raccontano tutto, e non devono farlo. Raccontano un incontro.

E quando torni fuori, sporco di terra e con gli occhi ancora pieni di quel bagliore lattiginoso, capisci che no:
non stai semplicemente imparando una nuova tecnica fotografica,
non stai solo imparando ad andare in grotta.

Stai imparando un nuovo modo di vedere.

Sott’acqua dipingo con la luce sospesa.
In grotta dipingo con il buio.

E in entrambi i casi, più che fotografare, provo solo a fare una cosa semplice ma difficile allo stesso tempo: ascoltare.

Amici Gruppo Grotte CAI Savona - Scuola Nazionale di Speleologia CAI

01/09/2025

C’è un tempo per immergersi nei silenzi del mare e uno per riemergere a raccontare: cosa si è visto, cosa si è provato?
È online il mio ultimo articolo sulla pulizia del Cristo degli Abissi, un gesto di cura e rispetto per un simbolo che appartiene a tutti noi.
Un grazie speciale a chi ha partecipato e reso possibile questa esperienza.

Il 𝗖𝗥𝗜𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗚𝗟𝗜 𝗔𝗕𝗜𝗦𝗦𝗜 𝗿𝗲𝘀𝘁𝗶𝘁𝘂𝗶𝘁𝗼 𝗮 𝗻𝘂𝗼𝘃𝗼 𝘀𝗽𝗹𝗲𝗻𝗱𝗼𝗿𝗲! Grazie a un'operazione di restauro "in situ" con tecniche innovative e al concorso di tutta una serie di competenze subacquee... https://www.serialdiver.com/ita/il-cristo-degli-abissi-torna-a-risplendere/

14/09/2024

Finalmente il mio articolo su Ustica è online su Serial Diver! Un viaggio tra i fondali mozzafiato, leggende affascinanti e momenti che ti lasciano senza fiato. Se amate il mare e le immersioni, non potete perdervelo!

𝗨𝗦𝗧𝗜𝗖𝗔 𝗗𝗘𝗜 𝗠𝗜𝗦𝗧𝗘𝗥𝗜 𝗲 𝗱𝗲𝗶 𝘀𝗲𝗴𝗿𝗲𝘁𝗶...𝘂𝗻 𝗺𝗮𝗿𝗲 𝘀𝘁𝗿𝗮𝗼𝗿𝗱𝗶𝗻𝗮𝗿𝗶𝗼! Seguiteci in questo autentico itinerario d'Autore (anche fotografico!)... https://www.serialdiver.com/ita/come-ulisse/

Vuoi che la tua azienda sia il Palestra più quotato a Genova?

Clicca qui per richiedere la tua inserzione sponsorizzata.

Ubicazione

Indirizzo


Via
Genova
16158