25/05/2026
La Dragunera, portatrice di tempesta
Con ottobre, la Sicilia cambia respiro. L’estate si ritira come un animale sazio e mezzo addormentato, e il vento comincia a parlare con voce diversa — una voce di sabbia, di pioggia e di presagi.
Capiamo ca non è cosa di dormire con la finestra aperta: e nelle campagne può succedere che da un momento all’altro può arrivare la Dragunera, la portatrice di tempesta.
Non era solo vento, ma una presenza.
Un tempo, quando i raccolti erano tutto ciò che separava la fame dalla sopravvivenza, i temporali non erano fenomeni atmosferici, ma offese del cielo contro uomini, piante e bestie.
Distruggevano il grano, strappavano gli ulivi, sradicavano la fatica degli uomini. E il popolo, che dava un’anima a ogni cosa, vedeva in quei venti furiosi la mano di una creatura maligna, mandata da maghi tempestari o scaturita dall’inferno stesso: la Dragunera.
Si diceva fosse la trasformazione di una magara, una donna che aveva stretto patti col demonio. I suoi occhi erano lampi, i suoi capelli si confondevano con le folate di pioggia impastata di sabbia rossa. Passava nella notte senza stelle, e il suo grido — un miscuglio di rabbia e canto — faceva tremare le capanne di stoppie e i tetti di gesso.
Le case sembravano ciatare scantate, come animali . Le ombre si allungavano alla luce dei lampioni, e figure maligne apparivano sulle pareti: mostri alati, donne fuse col vento, draghi che divoravano le colline.
Ma ogni maleficio ha il suo antidoto.
Contro la Dragunera, c’era sempre una donna — una “sciogliventi”. Poche e coraggiose che avevano acquisito la conoscenza dalle loro madri, uscivano nella burrasca con un falcetto in mano, recitando antiche litanie :
«Quannu la Dragunera pi lu munnu iva
contru a Gesù e Santa Maria,
ci dissiru: “Unni vai, Dragunera?”
– “Vaju arbuli a pigghiari
e lavuru di li cristiani a sdradicari.”
Ma Gesù ci rispunnì:
“Vattinni na valli niura,
unni nun canta iaddru
e nun si vidi mancu la Luna.
Pi lu nomi di Gesù, sta cosa non sia chiù.
Pi lu nomi di Maria, dicemu n’Avi Maria.”»
E se il vento calava dopo la preghiera, si diceva che la Dragunera fosse fuggita, ricacciata nel suo antro di tenebra.
Vediamo in quella superstizione una forma di resistenza metafisica: la donna più vicina alle cose del cielo, che lotta contro l’invisibile con le sole armi del linguaggio e del coraggio domestico.
Contro la Dragunera un antico spirito del Mediterraneo, dimenticato dagli dei ma ancora affamato di rispetto.
E c’è una beffa sottile nel destino.
Quelle stesse colline che tremavano sotto la furia della Dragunera oggi ospitano pale eoliche, giganti d’acciaio che domano il vento e lo trasformano in luce.
La creatura che un tempo portava distruzione ora genera energia: il demone è stato per quanto possibile addestrato, il mito riconvertito in tecnologia.
Forse la Dragunera non è mai scomparsa.
Forse vive ancora nelle centrali eoliche e ride, ogni volta che un’elica gira: una risata antica come il temporale, sappiamo che nulla si perde davvero, nemmeno una tempesta.
Fonti : G. Pitrè, Usi e costumi, credenze e pregiudizi del popolo siciliano, vol. II (1889); S. Tusa, Miti e leggende di Sicilia (Sellerio, 2001) ; F. D’Alessandro, Le Magare e i Tempestari della Sicilia rurale (Archivio Antropologico Mediterraneo, 2017)