Erica Laurea magistrale in psicologia; psicomotricista; tutor DSA-BES; tutor ADHD...
Ma più di ogni altra cosa, una persona che crede nelle potenzialità di ognuno.

I limiti sono accolti all'interno di un quadro in prospettiva ed in continua evoluzione.

Oggi per me è stata una tappa importante, molto emozionante.Ho visto la tecnica attraverso l'esperito (prima di tutto pe...
05/10/2026

Oggi per me è stata una tappa importante, molto emozionante.
Ho visto la tecnica attraverso l'esperito (prima di tutto personale) e non viceversa.

Già mi piaceva per alcune impostazioni, ma ora credo sarà qualcosa/qualcuno di imprescindibile nel mio percorso...
Winnicott ✨️





Immagine Dott. Samuele Corona

Venerdì, con un pizzico d'amore 💞
25/09/2026

Venerdì, con un pizzico d'amore 💞

L’amore non è un diritto. Non è un premio. Non è un merito.
E soprattutto non è un debito che qualcuno deve pagarci.

C’è una frase che diciamo spesso:
"Tutti abbiamo diritto di essere amati".
È una frase bellissima.
Eppure, pensando alle relazioni adulte, non sono più sicuro che sia vera.
O almeno non nel modo in cui qualche volta la intendiamo.

Un bambino sì.
Un bambino viene al mondo in una condizione di dipendenza radicale.
Non può scegliere chi avrà accanto alla culla. Non può andarsene.
Non può cercare altrove. Non può dire:
"Qui non ricevo ciò di cui ho bisogno, quindi me ne vado".
Ha bisogno che qualcuno arrivi. Che lo nutra. Che lo protegga. Che lo tocchi. Che risponda al suo pianto. Che gli faccia sentire, molto prima che possa comprenderlo:
"La tua esistenza non è un problema. Puoi stare qui".
Quel bambino non deve meritarsi l’amore.
Non dovrebbe dover essere bravo per riceverlo.
Non dovrebbe essere tranquillo, accomodante, intelligente, bello, obbediente.
Non dovrebbe imparare che verrà amato soltanto quando soddisferà le aspettative di qualcuno.

L’amore non dovrebbe essere il premio per il bambino che siamo riusciti a diventare.
Ma quel bambino non può rivendicarlo.
Non ha ancora gli strumenti.

E qualche volta proprio ciò che non abbiamo potuto chiedere allora continuiamo a chiederlo molti anni dopo.

Solo che adesso lo chiediamo a un compagno.
A una moglie. A un marito. A un amante.
E senza accorgercene potremmo arrivare davanti a qualcuno portando una richiesta antichissima:
"Amami come avrei dovuto essere amato allora".

Qui cominciano molte confusioni.
Perché da adulti abbiamo certamente diritto al rispetto.
Abbiamo diritto a non essere umiliati.
A non subire violenza. A porre confini. A scegliere. Ad andarcene. A non essere utilizzati.
Ma l’amore?
Posso avere diritto al tuo amore?
Posso pretendere che tu continui ad amarmi perché io ti amo?
Perché siamo stati insieme vent’anni? Perché sono stato buono con te? Perché ho fatto sacrifici Perché non ti ho tradito? Perché ti sono rimasto accanto? Perché me lo avevi promesso?

Posso chiederti responsabilità per ciò che fai.
Posso chiederti lealtà mentre siamo dentro un patto.
Posso chiederti di non ingannarmi.
Posso chiederti di non riscrivere la nostra storia per rendere più facile la tua uscita.
Ma non posso obbligarti a provare un sentimento.

L’amore non è esigibile.
Ed è forse proprio questo che lo rende così prezioso e così terribile.
Perché non possiamo garantirlo.
Non possiamo produrlo attraverso il merito.
Non possiamo conservarlo comportandoci abbastanza bene.
E non possiamo costringere qualcuno a continuare a sentirlo.

Questa consapevolezza può essere dolorosissima soprattutto per chi, da bambino, ha imparato esattamente il contrario.
Se sei bravo, mamma è contenta.
Se non dai problemi, papà ti vuole bene.
Se fai quello che ci aspettiamo, sei un bravo bambino.
E lentamente amore e merito si confondono.

Diventiamo adulti convinti che, se facciamo tutto bene, qualcuno dovrà amarci.
E quando non accade, la domanda arriva inevitabile:
"Che cosa ho sbagliato?"

Forse niente.

Forse è proprio questa la scoperta più difficile.
Puoi essere una persona meravigliosa e qualcuno può non amarti.
Puoi avere dato moltissimo e qualcuno può smettere di amarti.
Puoi essere degno d’amore senza essere amato dalla persona dalla quale vorresti riceverlo.

Perché essere amabili ed essere amati non sono la stessa cosa.
Ed è qui che forse un percorso terapeutico può condurci in un territorio molto delicato.
Non a convincerci:
"Non ho bisogno dell’amore di nessuno".
Sarebbe un’altra difesa.

Abbiamo bisogno degli altri.
Desideriamo essere amati. Soffriamo quando non lo siamo.
Ma possiamo lentamente rinunciare a qualcosa di diverso:
alla pretesa che il nostro bisogno generi nell’altro l’obbligo di soddisfarlo.
Posso dirti:
"Vorrei che mi amassi".
Posso dirti:
"Mi fa terribilmente male che tu non mi ami più".
Posso persino pensare: "Avrei desiderato che fossi proprio tu".
Ma devo lasciare uno spazio nel quale tu possa rispondermi: "Io non posso".

E quel tuo "no" non trasforma automaticamente me in qualcuno che non merita amore.

Questo forse è il passaggio dall’infanzia alla relazione adulta.
Il bambino dipende dall’amore che riceve. L’adulto può desiderarlo immensamente senza poterlo reclamare come proprietà.

E allora cambia anche il modo di stare nelle relazioni.
Non devo più convincerti. Non devo diventare indispensabile. Non devo dimostrarti quanto valgo. Non devo accumulare meriti affinché tu abbia un debito affettivo nei miei confronti.
Non devo presentarti l’elenco di tutto ciò che ho fatto per chiederti, alla fine:
"Dopo tutto questo, come puoi non amarmi?"

Puoi. Ed è doloroso. Ma puoi.
Così come io posso scoprire che non devo continuare a rimanere davanti a qualcuno che non mi ama aspettando che finalmente riconosca quanto merito il suo amore.

Forse abbiamo confuso troppo spesso due cose: la dignità e l’amore.
La mia dignità non dipende da te.
Il tuo amore sì. Perché appartiene a te.

E forse proprio quando smettiamo di considerare l’amore un diritto possiamo finalmente incontrarlo per ciò che è: non un salario per essere stati bravi, non una medaglia per avere sofferto, non il risarcimento per ciò che ci è mancato da bambini, non qualcosa che l’altro ci deve.
Un dono libero tra due libertà.

E forse la domanda adulta non è più:
"Perché non mi dai l’amore che mi spetta?"
Ma:
"Ora che so che non posso obbligarti ad amarmi, che cosa scelgo di fare della mia vita davanti alla tua libertà?"

È una domanda molto più dolorosa.
Ma forse è anche il punto nel quale smettiamo di aspettare, davanti a una porta adulta, l’amore che un bambino non avrebbe mai dovuto essere costretto a meritarsi.

(Carlo D’Angelo - da "Voce delle Soglie")

Immagine: Dipinto di Meghan Stephenson

11/09/2026

Dolore dei ragazzi, dovere degli adulti

Il 10 settembre si celebra la Giornata mondiale per la prevenzione del suicidio, promossa dall’Organizzazione mondiale della sanità. Il tema scelto, “Cambiare la narrazione”, ci chiede di rompere il silenzio e superare i pregiudizi che ancora circondano questo gesto estremo. Ma c’è un’altra idea da cambiare ed è quella che lo considera un dramma che riguarda soltanto gli adulti, non bambini e adolescenti.

Non è così. Il suicidio è tra le principali cause di morte dei giovani tra i dieci e i venticinque anni. E dietro ogni morte c’è un numero molto maggiore di ragazze e ragazzi che pensano di togliersi la vita, tentano di farlo o arrivano in Pronto soccorso dopo essersi feriti con l’intenzione di morire. La bambina più piccola ricoverata per un comportamento suicidario nel reparto di Neuropsichiatria infantile da me diretto all’Ospedale Bambino Gesù aveva nove anni. Un’età nella quale vorremmo immaginare soltanto scuola, giochi e desideri sul futuro.

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https://avvenire-ita.newsmemory.com/?publink=0217ff266_1352252

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Non necessariamente da soli, ma necessariamente con le persone adeguate al passaggio.
07/09/2026

Non necessariamente da soli, ma necessariamente con le persone adeguate al passaggio.

Abbraccia la superbia che è in te,
perché dietro di lei c'è un bambino non amato.
Abbraccia la pretesa che hai in te,
perché dietro c'è un bambino che non ha sentito l'amore.
Abbraccia quello che "vuole fare il grande" che è in te,
perché dietro c'è un bambino rifiutato.
Abbraccia l'ira e la rabbia che ci sono in te,
perché dietro c'è un bambino abbandonato.
Abbraccia il solitario che vive in te,
perché dietro c'è un bambino escluso e discriminato.
Abbraccia la riluttanza, l'apatia, la mancanza di senso
perché dietro tutto questo c'è il tuo bambino che patisce di essere ciò che non è.
Abbraccia il dolore che vive in te,
perché dietro di lui c'è un bambino ferito.
I bambini che vivono dentro di noi stanno cominciando a manifestarsi - e questa volta non si fermano finché non saranno ascoltati.
Per favore dal più profondo del mio cuore ti chiedo di non zittirli più.
Impara ad integrarli
comprenderli,
abbracciarli,
liberarli,
restituirli alla vita.

Clarissa Pinkola Estés

05/09/2026

🕯️ 𝐅𝐞𝐦𝐦𝐢𝐧𝐢𝐜𝐢𝐝𝐢𝐨 𝐁𝐚𝐫𝐛𝐞𝐫𝐢𝐧𝐨, 𝐏𝐬𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢 𝐭𝐨𝐬𝐜𝐚𝐧𝐢: “𝐄𝐝𝐮𝐜𝐚𝐫𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐞 𝐞𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢, 𝐚𝐥 𝐫𝐢𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐨 𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐚𝐩𝐚𝐜𝐢𝐭𝐚̀ 𝐝𝐢 𝐜𝐡𝐢𝐞𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐢𝐮𝐭𝐨”

“Il femminicidio avvenuto sull’A1 ci lascia attoniti per l’ennesima volta e ci obbliga ancora una volta a ribadire quanto sia preventivo educare alle emozioni, al rispetto dell’altro e alla capacità di chiedere aiuto. Dolore, perdita, sofferenza, rifiuto, rabbia e frustrazione fanno parte di ogni esperienza umana: sono emozioni complesse che devono poter essere riconosciute, espresse e gestite, perché non si trasformino in comportamenti distruttivi o violenti e in statistiche mortali”.

A dirlo è Maria Antonietta Gulino, presidente dell’Ordine degli Psicologi della Toscana e del Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi.

“Quando parliamo di femminicidio non possiamo limitarci a interrogarci soltanto sul disagio individuale – sottolinea Gulino –. C’è una dimensione culturale e relazionale sulla quale dobbiamo intervenire con molta più determinazione. Esistono ancora modelli secondo i quali il rifiuto, la separazione, la perdita del controllo sulla partner o la frustrazione vengono vissuti come un affronto intollerabile. È proprio su questi modelli che dobbiamo lavorare, coinvolgendo anche e soprattutto gli uomini”.

“Prevenire la violenza significa insegnare fin da piccoli che una relazione non è possesso, che l’altra persona non ci appartiene e che un rifiuto o la fine di una relazione devono poter essere accettati. Significa anche aiutare ragazze e ragazzi a riconoscere la rabbia, la gelosia, la frustrazione dell’abbandono, il fallimento di una relazione, senza trasformarle in controllo, prevaricazione o aggressività. L’educazione affettiva ed emotiva è quindi uno strumento concreto di prevenzione”.

Secondo la presidente dell’Ordine degli Psicologi della Toscana, un altro elemento centrale riguarda la capacità di riconoscere precocemente i segnali del disagio e di chiedere sostegno prima che le situazioni diventino ingestibili e senza ritorno.

“Chiedere aiuto non è una debolezza. Significa riconoscere che in alcuni momenti della vita le proprie risorse non sono sufficienti e che è possibile farsi accompagnare. Dobbiamo superare quei modelli culturali, ancora molto presenti soprattutto negli uomini, che fanno percepire la vulnerabilità come una colpa, un difetto o una perdita di forza. Imparare a parlare delle proprie emozioni, accettare la frustrazione e chiedere sostegno sono competenze che possono e devono essere costruite”, sottolinea Gulino.

“Ogni anno, il 25 novembre, torniamo a parlare di violenza contro le donne e di femminicidi – conclude la presidente dell'Ordine toscano e del Consiglio nazionale degli psicologi –. Ma la prevenzione non può concentrarsi in una sola giornata. Deve essere un lavoro quotidiano che coinvolga scuole, famiglie, servizi, associazioni sportive, luoghi di aggregazione e tutta la comunità. E deve coinvolgere donne e uomini. Proteggere le vittime e costruire reti di sostegno è indispensabile, ma altrettanto indispensabile è lavorare prima, sulla cultura delle relazioni, sul rispetto, sulla gestione delle proprie emozioni. È solo così che possiamo provare a interrompere la catena della violenza prima che sia troppo tardi”.

Meno esecutori e più artisti ✨️
31/08/2026

Meno esecutori e più artisti ✨️

Riempiamo le nostre scuole di bellezza!
Superiamo l'idea del lavoretto e diamo spazio ai lavori artistici.
Superiamo l'idea della recita e diamo spazio al laboratorio teatrale.
Giochiamo con l'arte, con il teatro, con il corpo, con i linguaggi, con le parole. Dipingiamo, danziamo, filosofiamo. Leggiamo e condividiamo storie. Realizziamo Musei. Facciamo entrare nelle nostre classi la musica e la poesia, il silenzio e la meraviglia. Diamo spazio alle emozioni. Fidiamoci delle bambine e dei bambini, possiamo costruirla insieme la strada da percorrere.
Sta per iniziare un nuovo anno scolastico, spero che possa accogliere tutto questo ❤
E, di tutto questo, parleremo insieme nei prossimi webinar "Percorsi laboratoriali per costruire una scuola felice", "Facciamo un museo?" e "Piccoli esercizi di meraviglia".

Una cosa molto importante: non è responsabilità tua prenderti cura/salvare/cambiare l'altro.Invece, è tua responsabilità...
31/08/2026

Una cosa molto importante: non è responsabilità tua prenderti cura/salvare/cambiare l'altro.

Invece, è tua responsabilità guarire il legame verso quella tossicità.
Nel momento in cui si comprende che a "risuonare" non è il presente, ma una ferita passata, lasciar andare una relazione dannosa diventa inevitabile...
E, nonostante il dolore, la vita finalmente riprende respiro ✨️

(Almeno/Anche) oggi creiamo qualcosa che abbia il nostro profumo.Portiamo un'idea, anche piccolissima, dall'essere puro ...
30/08/2026

(Almeno/Anche) oggi creiamo qualcosa che abbia il nostro profumo.

Portiamo un'idea, anche piccolissima, dall'essere puro pensiero personale verso la gravità del reale.

Non necessariamente bella per qualcuno.
Non necessariamente funzione di qualcosa.
..Ma imprescindibilmente sincera.

Se non riusciamo a nutrire le nostre anime, esse appassiscono, e senza anima, la vita cessa di avere senso... Il processo creativo si raggrinzisce in assenza di un dialogo continuo con l'anima. E la creatività è ciò che rende la vita degna di essere vissuta.

Marion Woodman
© Noemia Prada

Dove risiede e vive il maestro ✨️
29/08/2026

Dove risiede e vive il maestro ✨️

La parola maestro viene dal latino magister termine legato a magis "più", "maggiormente".
Il magister è colui che, per esperienza, competenza o funzione, si trova nella posizione di guidare, insegnare, mostrare una via ed è interessante partire proprio da quel "più".

Perché dentro la parola maestro sembra già nascondersi una delle nostre questioni più antiche: l’idea che qualcuno sappia più di noi.

Più della vita.
Più della morte.
Più dell’amore.
Più della sofferenza.
Più della natura.
Più di ciò che siamo.

È anche per questo che l’essere umano ha sempre cercato maestri.

Quando non sappiamo dove andare desideriamo qualcuno che conosca il sentiero, quando attraversiamo qualcosa che non comprendiamo, cerchiamo qualcuno capace di darle un nome e quando la realtà diventa complessa, ambigua, dolorosa, avere qualcuno che dica "questa è la strada" può essere rassicurante.

Il maestro, in questo caso, non risponde soltanto a un bisogno di conoscenza ma anche al nostro bisogno di ridurre l’incertezza.

Ma esiste anche il movimento opposto ovvero bisogno di "essere maestri", essere colui che sa, che insegna, che viene ascoltato, seguito, riconosciuto e anche qui dovremmo avere il coraggio di osservare cosa accade dentro di noi.

Perché talvolta trasmettere ciò che abbiamo imparato è un gesto meraviglioso di condivisione ma altre volte, quasi impercettibilmente, il sapere diventa identità.

"Io so" che subito dopo diventa "Io so più di te".

Ed eccoci tornati a quel magis.

Il sapere può diventare una forma sottile di gerarchia persino negli ambienti che parlano continuamente di spiritualità, consapevolezza, guarigione, risveglio, natura, energia o crescita personale.

Cambiano le parole, cambiano gli abiti, cambiano i simboli ma l’ego ipertrofico sa indossare perfettamente anche una tunica, un turbante, un abito cerimoniale.

Dovremmo interrogarci su cosa intendiamo davvero quando pronunciamo la parola "maestro" perché oggi sembra spesso insinuarsi una logica della prestazione anche nella ricerca interiore.

Cerchiamo la persona più illuminata, più consapevole, più autentica, più spirituale, più esperta e contemporaneamente costruiamo l’immagine di noi stessi attraverso ciò che sappiamo, quanto abbiamo studiato, quanti percorsi abbiamo compiuto, quali esperienze abbiamo attraversato.

Come se anche la coscienza avesse una classifica.

Come se esistesse una vetta dalla quale qualcuno possa finalmente guardare gli altri e dire:

"Io sono arrivato"

Ma arrivato dove?

Un albero di ottant’anni è forse "più albero" di un germoglio?

Conosce certamente cose che il germoglio ancora non conosce.

Ha attraversato siccità, temporali, inverni, parassiti, estati.

Le sue radici hanno incontrato strati più profondi della terra ma il germoglio possiede possibilità che l’albero antico non possiede più.

Nessuno dei due contiene l’intera esperienza dell’essere albero ed è qui che forse possiamo superare due affermazioni apparentemente opposte:

"Il maestro è fuori di me."

e

"Il maestro sono io."

Entrambe contengono qualcosa di vero ed entrambe, prese come assoluti, sono incomplete.

Se credo che il maestro sia sempre fuori di me, rischio di consegnare agli altri qualcosa che non dovrei delegare: il discernimento.

Qualcuno finisce per dirmi ciò che devo pensare, ciò che dovrei sentire, quale esperienza sarebbe autentica, quale strada sarebbe giusta, persino chi dovrei diventare.

Il sapere dell’altro smette di essere una possibilità con cui dialogare e diventa autorità e quando rinuncio al discernimento perché qualcuno "ne sa più di me" non sto più imparando.

Sto obbedendo.

Ma anche l’affermazione opposta può diventare una trappola "Non ho bisogno di nessuno. Il maestro è dentro di me".

Sembra libertà e qualche volta lo è, ma altre volte può diventare soltanto un modo elegante per non essere contraddetti.

Perché ciò che chiamiamo "voce interiore" non è necessariamente saggezza.

Dentro di noi abitano intuizioni, certo ma abitano anche paure, condizionamenti, ferite, desideri, pregiudizi, automatismi, illusioni, bisogni di conferma.

La voce che viene da dentro non diventa vera semplicemente perché viene da dentro così come una voce esterna non diventa vera semplicemente perché appartiene a qualcuno che chiamiamo maestro.

Forse la questione, allora, non è più "Dov’è il maestro?" ma "Come ascolto?"

Ascoltare non significa credere.

Ascoltare significa concedere qualcosa alla nostra attenzione senza essere obbligati a consegnargli anche il nostro giudizio.

Posso ascoltare un insegnante.

Un filosofo.
Una persona anziana.
Un bambino.
Uno sconosciuto.
Un libro.
Una tradizione.
Una cultura differente dalla mia.

Il vento.
Il comportamento di un animale.
Una foresta.
Il mio corpo.
Una perdita.
Un errore.
Una relazione che finisce.

Persino qualcuno con cui sono profondamente in disaccordo.

Tutto può insegnare ma non tutto deve diventare maestro ed è una differenza enorme.

Forse abbiamo confuso troppo spesso l’apprendimento con la sottomissione all’autorità.

Nella prospettiva druidica che sento più fertile, la natura non impartisce lezioni come un professore dalla cattedra.

La quercia non ci dice come vivere.
Il fiume non ci consegna dieci regole per essere felici.
Il bosco non pretende fedeltà.
Il mare non chiede di essere creduto.

Sono lì.

Accadono.

Siamo noi, entrando in relazione con loro, a osservare, ascoltare, interpretare ma anche qui serve cautela.

Perché possiamo proiettare sulla natura esattamente ciò che vogliamo sentirci dire.

Possiamo guardare una quercia e vedere resilienza.

Un’altra persona potrebbe vedervi lentezza.

Un’altra ancora interdipendenza.

Un’altra semplicemente una quercia.

La natura non è necessariamente uno specchio della nostra filosofia ed è proprio questo a renderla una grande interlocutrice: non è obbligata a darci ragione.

Forse ciò di cui abbiamo davvero bisogno non è un maestro ma una relazione viva fra ascolto, consapevolezza e discernimento.

Ascolto, per permettere al mondo di raggiungerci.

Consapevolezza, per accorgerci di ciò che accade dentro di noi mentre lo ascoltiamo.

Discernimento, per distinguere ciò che ci nutre da ciò che semplicemente ci rassicura.

Poi ci sono i valori.
Quelli interiori e quelli esterni.

I valori interiori sono ciò che abbiamo riconosciuto come fondamentale attraverso esperienza, riflessione, sofferenza, confronto e persino quelli non nascono nel vuoto.

Siamo esseri relazionali.

La nostra idea di bene, libertà, dignità, giustizia, amore, responsabilità è cresciuta dentro famiglie, culture, incontri, conflitti, libri, errori, epoche.

Dentro di noi vive anche ciò che abbiamo ricevuto da fuori e fuori di noi esistono conoscenze che possono mettere in discussione ciò che crediamo di sapere dentro.

Per questo il confine tra maestro interiore e maestro esteriore forse non è mai stato così netto.

Siamo più simili a un bosco.

Ogni albero possiede le proprie radici, eppure nessun albero vive davvero isolato.

Terra, acqua, funghi, insetti, vento, luce, altri alberi: l’esistenza è relazione.

La radice non dice "Basto a me stessa" ma nemmeno consegna al bosco la responsabilità di essere radice al posto suo.

Forse questa potrebbe essere una metafora della coscienza adulta.

Essere radicati senza essere chiusi.
Essere permeabili senza essere manipolabili.
Ascoltare senza inginocchiarsi.
Imparare senza idolatrare.
Insegnare senza dominare.
Cambiare idea senza sentirsi sconfitti.
Conservare un valore senza trasformarlo in dogma.

Soprattutto accettare una cosa tremendamente umana ovvero che possiamo sbagliarci.

Anche dopo quarant’anni di esperienza.
Anche dopo cento libri.
Anche dopo vent’anni di meditazione.
Anche dopo un’iniziazione.
Anche quando gli altri ci chiamano maestri.
Anche quando siamo assolutamente convinti di avere ascoltato la nostra voce interiore.

Forse la coscienza comincia davvero lì.

Non quando finalmente sappiamo ma quando sappiamo restare presenti davanti alla possibilità di non sapere.

Allora, ne abbiamo davvero bisogno, di un maestro?

Forse abbiamo bisogno di persone da cui imparare.

Di persone che abbiano percorso sentieri che ancora non conosciamo.

Di insegnanti competenti quando vogliamo acquisire una disciplina.

Di anziani che custodiscano memoria.

Di giovani capaci di mettere in crisi ciò che abbiamo normalizzato.

Di comunità che ci restituiscano prospettive differenti.

Di libri.
Di esperienza.
Di silenzio.
Di natura.

E abbiamo bisogno anche della nostra coscienza ma forse non abbiamo bisogno di trasformare nessuna di queste cose in un’autorità assoluta.

Il maestro potrebbe allora cessare di essere una persona e diventare una funzione della relazione.

Qualcosa emerge dall’incontro tra ciò che il mondo ci offre e la qualità con cui noi sappiamo incontrarlo.

Oggi può insegnarmi una persona.
Domani un errore.
Dopodomani un fiume.
Un giorno qualcuno che amo.
Un altro qualcuno che non sopporto.

A volte persino ciò che credevo di sapere dovrà morire perché qualcosa di più ampio possa mettere radici.

Nel bosco nessuno possiede tutta la foresta.
Nemmeno l’albero più antico.

La saggezza non consiste nel diventare finalmente maestri ma nel diventare buoni ascoltatori senza smettere di essere buoni discernitori.

Avere radici abbastanza profonde da non essere trascinati da ogni voce e rami abbastanza aperti da non rifiutare ogni vento.

Così il maestro non è soltanto dentro.
Non è soltanto fuori.

È nello spazio vivo che nasce fra noi e ciò che incontriamo, quando ascoltiamo senza sottometterci e interroghiamo senza chiuderci.

La domanda più importante passa da "Chi è il mio maestro?" a "Sono ancora capace di imparare senza consegnare a qualcun altro la responsabilità della mia coscienza?"

(Luana Sanvidotto - "La natura non ha maestri")

Immagine: Illustrazione di Patricia Olive Prost

Indirizzo

Via Roma, 14
Magnano In Riviera
33010

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