The Football BOX - La scatola del calcio

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Sprofondo azzurro****La terza mancata partecipazione consecutiva ai Mondiali aveva fornito la situazione ideale per un d...
26/09/2026

Sprofondo azzurro
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La terza mancata partecipazione consecutiva ai Mondiali aveva fornito la situazione ideale per un drastico colpo di spugna che avrebbe potuto dare il via a quelle riforme strutturali del sistema calcio che tutti invocano e propugnano da anni ma che nessuno si è mai sognato di mettere in pratica.
Ridurre il numero delle società professionistiche (portando gradualmente la serie A a 16 squadre, la B a 18, la C a 54); riduzione dei giocatori in rosa (massimo 22 professionisti più tutto il settore giovanile) con obbligo di inserire nella lista domenicale almeno 3 elementi provenienti dal proprio settore giovanile e di farne giocare almeno 1. Incentivi (economici, fiscali, etc) per la creazione e/o ampliamento di Accademie formative per i giovani calciatori, premi “robusti” di formazione qualora un ragazzo dell’accademia o del settore giovanile venisse “scippato”’da un altro club professionistico sia italiano sia estero.
“Patto tra gentiluomini” per aggirare le regole UE e garantire un tetto massimo all’ingresso dei calciatori da federazioni estere.
E così via…
Per fare ciò sarebbe servito un “commissario” o una figura nuova, scevra dalla politica calcistica e senza troppe persone o società alle quali dover dire “grazie” per la propria elezione. Io indicai Maldini, molto prima che venisse coinvolto nella pantomima estiva che tutti conosciamo, ma non mi fossilizzerei sul nome quanto sul tipo di figura che avrebbe potuto rappresentare.
Invece si è scelto di restare ai sepolcri imbiancati, a personaggi orami logori che da anni passano da una poltrona all’altra (a volte facendo anche bene, per carità…) ma che non hanno più nulla di nuovo da dire né da proporre. Ed infatti ecco l’aggiusta tutto di Testaccio, già dimostratosi tutt’altro che capace lontano dalla panchina, e l’amico del Circolo, certamente l’ultimo vincente azzurro come tecnico ma pure uno dei tre eliminati (forse il peggiore considerando avversario e forze in campo) nonché capace di mollare tutto da un momento all’altro per una cospicua manciatona di petrodollari…
Si è pensato che sarebbe bastata una “romanella” all’intonaco e comprare un buon tappeto sotto il quale nascondere polvere e cenere per far dimenticare tutto a tutti, specie ai tifosi azzurri che tanto, si sa, alla prima vittoria sarebbero stati pronti a risalire sul carro…
Poi è arrivata la partita col Belgio che ha sollevato il tappeto e raschiato via la vernice ancora fresca mostrando quelle solite ed ormai profondissime crepe che nessuno ha nemmeno provato a rattoppare…
Amen

Punto GG - Pari Olimpico e aggancio Lazio; cade il Como, risalgono Milan e Juventus *****Sfida spettacolare all’Olimpico...
22/09/2026

Punto GG - Pari Olimpico e aggancio Lazio; cade il Como, risalgono Milan e Juventus
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Sfida spettacolare all’Olimpico tra le due capolista che si superano a vicenda per finire in pari. Nel primo tempo la Roma giganteggia spaventando Chivu e il campionato; l’inaspettato doppio Kone sembra dare una decisa sterzata d’inizio stagione ma i nerazzurri non mollano nemmeno per un istante e nella ripresa, grazie alla molto meno inedita verve realizzativa di capitan Lautaro, la raddrizzano, come di consueto nell’ultimo periodo. Resta negli occhi un duello senza esclusione di colpi (leciti) che accontenta e scontenta entrambe, ognuna convinta di aver perso un’occasione e nel contempo di aver scampato un pericolo o di essersi mostrata all’altezza.
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Il pareggio dà hai nuova linfa alle “rivali” vere o presunte; la Lazio soffre più di ogni altra volta a Venezia ma emerge dalla laguna come 007 dal mare; sotto la tuta stropicciata del primo tempo nasconde lo smoking della ripresa col quale inchioda Stroppa allo zero. Sugli scudi stavolta il portiere Mandas che para tutto il parabile è un po’ di più.
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Ugual sorte per il meno conosciuto Palmisani che regala al Frosinone la possibilità di restare in piedi di fronte alle sfuriate comasche e consente a Calò e Kvernadze di realizzare un sogno. Onore ad Alvini e a Pisacane che porta il Cagliari al quarto posto dopo la vittoria di Udine targata Maldini, alla terza rete consecutiva e decisiva.
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Tornano a vincere Juventus e Milan. I bianconeri nonostante i continui assalti della cattiva sorte, scavalcano l’ostacolo Sarri, comandante di una truppa che ancora non ne comprende indicazioni e strategie.
Amorim invece comincia a schierare una formazione più logica e la vittoria lo premia anche se mancano ancora i gol di Ramos e la resistenza languida del Lecce richiede una conferma più convincente.
GG

Sandro Mazzola, eterna bandiera dell’Inter****C’è stato u tempo in cui il calcio viveva di certezze assolute, incrollabi...
20/09/2026

Sandro Mazzola, eterna bandiera dell’Inter

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C’è stato u tempo in cui il calcio viveva di certezze assolute, incrollabili, indiscutibili e da tutti riconosciute: le partite iniziavano la domenica pomeriggio alle 15, le maglie delle squadre erano sempre uguali (e di lanetta), i numeri andavano dall’uno all’undici e ogni formazione aveva il suo giocatore più rappresentativo, quello che non avresti mai potuto nemmeno immaginare con una divisa differente, la “bandiera” che non poteva splendere e sventolare sotto il sole di un altro cielo. Una di queste, tra le più grandi e prestigiose era lui, Sandro Mazzola, per tutti Sandrino, il figlio di Valentino.

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GLI INIZI

Alessandro Mazzola nasce nel 1942 a Torino, città nella quale la famiglia si era trasferita al seguito di papà Valentino, capitano leggendario dei granata più forti che si siano mai visti. Ad appena 7 anni, la vita bussa con furore alla porta del piccolo Sandro e di suo fratello Ferruccio; anche se nessuno glielo disse mai direttamente per proteggerlo, quel fatidico 4 maggio del 1949 perde il suo papà e lo segna per sempre, vergando con un pizzico di malinconia il suo sguardo vispo, ogni suo sorriso, ogni sua parola…

Trasferitosi a Milano si avvicina alla pallacanestro ma l’ex attaccante dell’Inter Benito Lorenzi, detto “Veleno”, ne intuisce le doti calcistiche vedendolo giocare al campetto dell’Oratorio e lo porta all’Inter dove trova un maestro non da poco: Giuseppe Meazza!

A nemmeno 19 anni esordisce in serie A grazie alla protesta del presidente Moratti (Angelo) che in polemica con la Federazione impone ad Herrera di schierare la formazione Ragazzi nella ripetizione della sfida contro la Juventus (che vincerà 9-1) precedentemente sospesa. L’unico sigillo nerazzurro, su calcio di rigore, porta la sua firma.

LA STAGIONE D’ORO

Dopo una stagione d’apprendimento ed una sola presenza, Mazzola sfrutta il momento negativo dell’Inter all’alba della stagione 62’-63’ e comincia a trovare spazio con continuità insieme ad un altro giovane: Giacinto Facchetti: i nerazzurri conquistano il tricolore dopo 9 anni e nasce la Grande Inter! L’anno dopo arriva la prima Coppa dei Campioni e Mazzola realizza in Europa ben 7 reti, compresa la doppietta in finale al Real Madrid! Al termine della gara Puskas gli regalò la sua maglia complimentandosi con Sandro per aver onorato la memoria di Valentino contro il quale aveva giocato una ventina d’anni prima. Pur partendo dal ruolo di mezz’ala, Sandro è spesso il finalizzatore della manovra del “Mago” e viene considerato giustamente l’astro nascente del calcio italiano.

La stagione successiva l’albo d’oro s’incrementa portando l’Inter nella leggenda: arriva un altro scudetto (rimontando 7 punti ai rivali cittadini) e soprattutto la conferma in Coppa dei Campioni superando il Benfica e la Coppa Intercontinentale contro l’Independiente; nella terza e decisiva sfida Mazzola, che vince anche la classifica dei marcatori della serie A con 17 centri, realizza un altro gol decisivo. L’Inter sembra inarrestabile e nel 1965-66 si aggiudica un’altra Intercontinentale, battendo ancora il Benfica, ed un altro tricolore che porta la prima stella sulla maglia!

FINE CARRIERA

Come ogni favola che prima o poi deve finire, anche il cammino della Grande Inter s’interrompe nella stagione 1966-67 che vide i nerazzurri perdere i propri obbiettivi proprio negli attimi conclusivi di ogni competizione.

Fraizzoli intanto succede a Moratti, l’Inter entra in un periodo di transizione e Mazzola ne diviene il capitano. Sandro arretra il suo raggio d’azione, prende anche ad indossare la maglia numero 10 e con Invernizzi in panchina nel 1971 torna a conquistare lo scudetto.

Col passare degli anni via via tutti i protagonisti della Grande Inter passarono la mano, tranne Facchetti e Mazzola che restano a mantenere vivo l’orgoglio nerazzurro in un periodo difficile e privo di vittorie; l’ultima gara per il “Baffo” nazionale fu il derby, col Milan del sempre amico-rivale Rivera, valevole per la finale della Coppa Italia che però fu vinta dai rossoneri.

LA MAGLIA AZZURRA

Mazzola fu grande protagonista anche in Nazionale; debutta in azzurro nel 1963 e segna subito un gol in amichevole contro il Brasile vinta per tre a zero.

Partecipa senza fortuna alla spedizione azzurra ai Mondiali inglesi del 1966 ma si rifà due anni dopo risultando il migliore in campo nella finale vittoriosa degli Europei contro la Jugloslavia.

Nel 1970 ai Mondiali in Messico è protagonista suo malgrado della famosa “staffetta” con Rivera; il CT Valcareggi non riesce a scegliere tra i due ed in nome dell’equilibrio tattico che a suo dire verrebbe smarrito con entrambi in mezzo al campo li schiera alternativamente in modo sistematico: prima il Baffo, poi l’Abatino… I risultati danno ragione all’allenatore toscano che arriva fino alla finale della manifestazione iridata ma poi all’atto conclusivo (perso 4-1 contro Pelè…) si “dimentica” Rivera in panchina fino a 6 minuti dalla fine generando una polemica che ha tenuto banco per anni sui giornali e nelle proliferanti trasmissioni televisive…

L’avventura in Nazionale per Mazzola si chiuse quattro anni dopo con l’eliminazione dai Mondiali tedeschi ad opera della Polonia.

DIRIGENTE E COMMENTATORE

Appesi gli scarpini al chiodo Mazzola è stato un ottimo dirigente dell’Inter, del Genoa e del Torino prima di lasciare definitivamente il mondo del calcio “attivo” e divenire un brillante, moderato e pacato commentatore televisivo; è stato anche una delle prime “seconde voci” affiancando con commenti sapidi, mai prevaricanti ed esagerati ma sempre tecnicamente e tatticamente inappuntabili il telecronista di turno.


I RECORD
Mazzola vanta una serie di record; è stato il calciatore più rapido a realizzare un gol nel derby di Milano: segna dopo 13 secondi in Milan-Inter (1-1) del 24 febbraio 1963.
E’ l’unico italiano e giocatore di una squadra italiana ad aver segnato in due diverse finali della Coppa dei Campioni (1964 e 1967).
Unico calciatore interista a conquistare il titolo di capocannoniere della Coppa dei Campioni con sette reti nel 1963-64.

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Ma al di là di ogni record, di ogni gesto tecnico, di ogni battuta sagace, resterà per tutti, non solo per gli interisti più accesi, lo sguardo ammirato e desideroso di aiuto di un ragazzino in difficoltà nel doversi allacciare le scarpe e quello orgoglioso del padre che lo aiuta… ora, dopo oltre 70 anni, Sandro e Valentino potranno finalmente tornare a giocare insieme, peccato possano goderseli soltanto gli Angeli…

Punto GG - Roma, Inter e Como: triello scudetto?*****La quarta giornata lascia da sole in testa Roma ed Inter proprio al...
16/09/2026

Punto GG - Roma, Inter e Como: triello scudetto?
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La quarta giornata lascia da sole in testa Roma ed Inter proprio alla vigilia della sfida che le vedrà di fronte sabato prossimo nell’ infuocato catino dell’Olimpico.
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I giallorossi vincono di forza a Torino grazie al solito Malen e Pisilli; la rete dell’olandese racchiude tutto il momento della squadra capitolina: la classe, la grinta, la determinazione ed un pizzico di fortuna (con le sembianze del portiere Perri…). Il Toro, ormai da anni distante dal “tremendismo granata” prova a recuperare ma punge poco, e quando ci riesce trova il muro Svilar.
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Risultato roboante per l’Inter che però soffre all’inizio pagando le consuete defaillances difensive stagionali che vedono il portiere Martinez quale principale responsabile. Nonostante l’assenza forzata di Calhanoglu e quella per scelta di Lautaro, i nerazzurri sprigionano una forza offensiva devastante andando in rete con 5 uomini differenti.
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Fatica un po’ il Como, alla prima esperienza post Champions, ma alla fine piega il Parma e prosegue a veleggiare alle spalle della coppia di testa alla quale promette di aggiungersi per dare vita ad un “triello” tricolore tutto da seguire.
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Milan e Napoli respirano; i rossoneri recuperano con un secondo tempo arrembante il doppio svantaggio subito da una Lazio bellissima ma solo a metà. Allegri vince grazie alla verve di Favasuli ma continua a non convincere…
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Continua invece il rebus Juventus; la br**ta sconfitta col Sassuolo pesa anche sulla schiena di Spalletti, per ora confermato con decisione dalla società.
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Gg

Punto GG - Le romane tengono il passo dell’Inter. Grosso primo esonerato!*********La terza giornata comincia a sgranare ...
08/09/2026

Punto GG - Le romane tengono il passo dell’Inter. Grosso primo esonerato!
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La terza giornata comincia a sgranare la classifica com’era inevitabile stante la presenza dei primi scontri diretti.
A Torino il Milan sfiora il colpaccio grazie al giovane Cisse ma Gatti, uomo della provvidenza bianconera, ne strozza in gola l’urlo di gioia.
Per Spalletti i problemi paiono ancora lontano dall’essere risolti, anche in virtù dei numerosi infortuni che ne stanno decimando la rosa.
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Il Como prosegue la marcia abbattendosi sul malcapitato Genoa che De Rossi al momento non riesce a far ripartire. Ora per Fabregas inizierà la fase più difficile: continuare la striscia positiva in campionato e contemporaneamente reggere la barra in Champions League.
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Inter e Roma cercano di farsi largo ai danni Napoli e Atalanta; entrambe vincono in rimonta sfidandosi a duello; terzo incomodo al momento la sorprendente Lazio di Gattuso che espugna Udine e resta incollata alla testa.
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Il primo esonero tocca a Grosso che perde la terza partita consecutiva e viene sostituto da Vanoli chiamato per il secondo anno consecutivo a salvare una stagione che partita tra mille attese rischia di impantanarsi nelle zone meno nobili della classifica.
Gg

Lazio e Frattesi: +6!******I biancocelesti vincono anche all’Olimpico ****Seconda gara di campionato e seconda vittoria ...
03/09/2026

Lazio e Frattesi: +6!
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I biancocelesti vincono anche all’Olimpico
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Seconda gara di campionato e seconda vittoria per la Lazio che supera il Genoa nel deserto dell’Olimpico.
I biancocelesti hanno giocato una discreta partita imponendosi grazie al secondo gol di Frattesi il cui impatto sul mondo Lazio dimostra quanto nel calcio sia ancora importante la qualità.
Molto bene sulle fasce Floriani Mussolini, che alla lunga potrebbe guadagnarsi il posto in luogo di Marusic, e Tavares, apparso quasi nella versione “deluxe” che due stagioni fa nei primi mesi aveva squassato il campionato.

Punto GG - Il Como “spaccaNapoli” ma la Roma fa paura!******Sei  squadre a punteggio pieno, sette ancora al palo: campio...
02/09/2026

Punto GG - Il Como “spaccaNapoli” ma la Roma fa paura!
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Sei squadre a punteggio pieno, sette ancora al palo: campionato già spezzato in due?
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La seconda giornata regala conferme e semina incertezze; la serie A sembra già divisa in due tronconi come non avveniva, dopo due turni, da diversi anni.
Il risultato della settimana lo centra il Como che sbanca il Maradona anche oltre il 2-1 finale scritto sul tabellino. La formazione di Fabregas ha impressionato per personalità e fluidità del suo gioco; male il Napoli di Allegri che già all’esordio col Genoa non aveva di certo illuminato la scena.
Vola la Roma sulle ali di Malen; 8 reti senza subirne nelle prime due uscite fanno intendere chiaramente le intenzioni dei giallorossi che giocano a memoria e sembrano ben consapevoli della loro forza e della grande occasione che potrebbe presentarsi in questa stagione.
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Tra le altre da mettere in evidenza la solidità dell’Inter, che però deve migliorarsi nel rapporto occasioni create/realizzazioni, la crescita del Milan che forse ha finalmente trovato un vero centravanti, e la sorpresa Lazio, capace di cogliere due vittorie grazie a Frattesi e ad una impermeabilità difensiva insospettabile alla vigilia.

Punto GG - Prima giornata senza sorprese e sotto il segno della Capitale*****Roma e Lazio firmano le vittorie più signif...
25/08/2026

Punto GG - Prima giornata senza sorprese e sotto il segno della Capitale
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Roma e Lazio firmano le vittorie più significative del turno d’esordio
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Inizia senza sorprese il massimo campionato; le favorite vincono tutte tranne il Como, ma ghermire i tre punti al Friuli quest’anno potrebbe essere difficile per tutti.
L’Inter passeggia nella ripresa grazie soprattutto al suo “pulcino” Pio, talento ormai definitivamente sbocciato e pronto per soffiare il posto da titolare a Thuram anche quando il francese ritroverà la forma perduta. Per Juric un primo tempo di speranze dalle quali ripartire per cercare una salvezza che pare molto lontana.
Soffre la Juve, soprattutto per la difficoltà di chiudere un risultato subito messo in cascina dal ritrovato Bremer. Ora con Yildiz fermo ai box, riprenderà la caccia ad un vero bomber che sappia concretizzare meglio il lavoro della squadra.
Il Milan di Amorim impressiona favorevolmente, più di quanto non dica il tabellino finale, tra nuovi (Cisse) e vecchi (Rabiot) protagonisti.
Ma i tre punti più pesanti li colgono le romane, con modalità e motivazioni diverse.
La Roma in p***a magna, col pubblico festante che la spinge alle spalle, arremba spavalda e maramaldeggiante, schianta la Viola baciata dal mercato e avvisa il campionato: con un Dybala e un Malen in queste condizioni nessun traguardo può essere precluso!
I biancocelesti invece, paiono una truppa assoldata con piatti di minestra e un letto caldo, ma in campo lottano, sudano e faticano fino alla fine portando a casa una vittoria fondamentale per il morale del gruppo (che c’è) e per dare energia all’ambiente (almeno alla parte che ci crede ancora); decisivo Frattesi, a testimoniare che la qualità può fare ancora la differenza.
Amen

Addio a Kaiser Franz. capitano rossonero***********Purtroppo stavolta è tutto vero; la notizia che nessuno avrebbe volut...
01/08/2026

Addio a Kaiser Franz. capitano rossonero
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Purtroppo stavolta è tutto vero; la notizia che nessuno avrebbe voluto ricevere, improvvidamente e con scarsa sensibilità e professionalità anticipata da qualcuno un paio di giorni fa,
è giunta ieri mattina direttamente dal Milan, la sua casa, la sua famiglia…
Franchino Baresi, per tutti Franco, se n’è andato a 66 anni dopo una malattia che dallo scorso anno lo teneva in scacco come nessun attaccante avversario era mai riuscito a fare dentro il rettangolo verde…

Inizialmente soprannominato Piscinin e poi Kaiser Franz (in onore di Franz Beckenbauer), è stato senza ombra di dubbio uno dei più forti e rappresentativi calciatori del calcio mondiale; un difensore completo, dotato di tecnica sopraffina, senso tattico straordinario e una personalità strabordante, il libero moderno per antonomasia come e forse più di Scirea al quale lo lega, oltre al ruolo e alla classe, un’immagine pulita, di uomo limpido, senza macchia e senza paura.
Le sue lacrime incontrollabili al termine della sfida persa ai rigori contro il Brasile ne testimoniano lo spirito più di ogni parola…
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GLI INIZI
Bandiera indiscutibile del Milan, del quale è stato capitano per 15 stagioni, in maglia rossonera ha conquistato sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe UEFA, e quattro Supercoppe italiane, componendo davanti a Galli e poi Rossi, con Tassotti, Costacurta e Maldini una linea “maginot” difficilmente superabile.

Rimasto orfano a quattordici anni, sembrava portarsi sempre dietro un alone di malinconia, una giovinezza sfiorita precocemente che lo fece crescere e maturare più in fretta, donandogli grande equilibrio e quel senso del pudore che gli impediva di andare oltre una semplice smorfia, “una specie di sorriso” avrebbe cantato De Andrè, anche nelle occasioni più importanti e gioiose.
Seguendo le orme del fratello Giuseppe, anch’egli ottimo calciatore e bandiera interista, Baresi a 12 anni sostenne un provino per la formazione nerazzurra ma non venne reclutato in quanto ritenuto troppo gracile…
Al terzo tentativo andò meglio sull’altra sponda dei navigli grazie alla perseveranza di Italo Galbiati e Guido Settembrino.
L'esordio in serie A non tarda: Franco viene lanciato nella mischia a Verona quando ha appena 17 anni; nel 78-79 Liedholm rompe ogni remora e lo impone come titolare nel delicato ruolo di libero; il Milan quell’anno vince lo scudetto, quello della prima stella!
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Atti d’amore

Al termine della stagione successiva il Milan viene retrocesso per lo scandalo delle scommesse; Baresi, nonostante fosse considerato tra i più forti talenti emergenti del momento, decide di non lasciare i rossoneri e resta in B anche due anni dopo quando il Milan retrocede nuovamente sul campo (anche a causa della sua lunga assenza dovuta ad una malattia del sangue). A 22 anni quindi, in piena ascesa professionale, rifiuta le offerte della Juventus e dopo la partenza di Collovati e Maldera, diventa il capitano del Milan, che contribuisce a riportare definitivamente nella massima serie. La società negli anni successivi riceve proposte concrete anche da Sampdoria ed Inter ma “Franz” resta sempre al suo posto dimostrando un grande attaccamento ai colori rossoneri.

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Berlusconi, Sacchi, gli olandesi e…Baresi

L’arrivo di Silvio Berlusconi alla presidenza del Milan ne cambia per sempre la storia e Baresi, che ne è il leader indiscusso, alza al cielo con la fascia al braccio, una serie infinita di trofei nazionali ed internazionali:
Sacchi, meticoloso fino allo stremo e “fanatico” della tattica, nei primi tempi a Milanello, secondo una “leggenda” mai confermata, gli mostra i movimenti della difesa del Parma ed in particolare di Signorini per spiegargli cosa vuole da lui; inizialmente il rapporto col mister di Fusignano non è dei più semplici ma man mano imparano a fidarsi l’uno dell’altro e Baresi diventa “il capitano con il braccio alzato” imponendosi non solo al suo reparto difensivo e a tutta la squadra, che comandava a bacchetta indicando i movimenti e i tempi delle chiusure e delle ripartenze, ma a volte, sostenevano soprattutto gli avversari e gli osservatori più critici, perfino a direttori di gara e guardalinee che rischiavano di rimanere schiacciati dalla sua fortissima personalità ed esserne condizionati nelle scelte, specie sulle chiamate del fuorigioco…

Sono gli anni degli “invincibili”, delle Coppe dei Campioni, degli scudetti, delle Supercoppe e delle Intercontinentali; il cambio in panchina, da Sacchi a Capello non incide sulla forza della squadra e sulla leadership di Franco che continua a dominare su compagni e avversari con quell’aria a volte truce, altre distensiva; i suoi interventi in piena area di rigore sono operazioni chirurgiche, gli scarpini, anche a bulloni esposti come un tempo si poteva, al posto del bisturi; scivolate, colpi di testa, uscite palla al piede e testa alta, rigori realizzati con freddezza e precisione.

Nel 1989, pur essendo un difensore, sfiora il Pallone d’Oro preceduto in classifica soltanto dal compagno di squadra Van Basten. Un’occasione sprecata da parte del mondo del calcio per consegnare un riconoscimento tangibile al “Kaiser” che resta il vincitore morale di quell’edizione e che riceverà una riproduzione del prestigioso trofeo il giorno del suo ritiro dalle mani del presidente Berlusconi che ne attesta così l’importanza ed il peso specifico per il suo Milan: perché quello fu senza dubbio il Milan di Sacchi e Capello, il Milan degli olandesi, di Savicevic e di Weah, ma fu soprattutto il Milan di Franco Baresi.

Il mitico capitano rossonero abdica il 1º giugno 1997 all’età di 37 anni disputando la sua settecentodiciannovesima partita con la formazione meneghina; la sua maglia numero 6, prima volta nel calcio italiano, viene ritirata dalla società: quel numero rimarrà per sempre scolpito insieme al suo nome.
31 le reti realizzate in carriera delle quali 21 dal dischetto; per una strana curiosità Baresi nel 1989-90 è stato capocannoniere, con 4 realizzazioni, della Coppa Italia, l’unico trofeo nazionale che non è mai riuscito a conquistare.
8 invece le reti insaccate nella propria porta (ma ai tempi bastava “guardare” il pallone per vedersi assegnato un autogol…) che lo collocano al primo posto di questa classifica insieme a Riccardo Ferri.

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In Azzurro tra delusioni e successi

Baresi naturalmente arriva presto alla maglia della Nazionale, prima quella dell’Under 21 con la quale disputa gli Europei 1980 e 1982, e poi quella della selezione maggiore ad appena 20 anni. Bearzot lo chiama anche per i Mondiali spagnoli, poi vinti, ma preferendogli il più esperto Scirea non lo schiera nemmeno per un minuto. L’esordio avviene così nel dicembre 1982 ma il suo rapporto con la maglia azzurra resta controverso perché nonostante le sue ottime prestazioni col Milan non ottiene mai la fiducia piena del “Vecio” che addirittura in diverse occasioni lo schiera da mediano davanti alla difesa, ruolo che sarà ricoperto dal fratello Giuseppe ai mondiali del 1986 per i quali non viene neppure convocato posposto al veronese Tricella, anche a seguito di un acceso diverbio col CT durante il torneo olimpico 1984.
Con l’avvento di Vicini sulla panca azzurra, Baresi torna al suo posto e stavolta da titolare e da libero. Gioca da protagonista gli Europei 1988 e soprattutto il Mondiale italiano del 90’; l’Italia subisce un solo gol in tutta la competizione ma non arriva oltre la terza piazza.
Nel 1991 Baresi ritrova Sacchi che appena assunto il ruolo di CT gli conferisce naturalmente la fascia da capitano.
Nel 1992 annuncia il ritiro dalla nazionale ma Matarrese, presidente federale, lo convince a tornare sui suoi passi e così, fascia al braccio e maglia rigorosamente fuori dai pantaloncini, Baresi affronta da vero leader anche il Mondiale del 1994 negli Stati Uniti.
Qui il Kaiser compie l’ennesima impresa; alla seconda partita subisce la rottura del menisco ma nonostante i suoi 34 anni recupera a tempi di record e torna in campo 25 giorni dopo in occasione della finalissima contro il Brasile; quella coi gialloverdi è da molti considerata la sua partita migliore in assoluto. Tatticamente perfetto, Franco non commette nessun errore chiudendo tutti i varchi davanti a Pagliuca; purtroppo non serve per vincere la Coppa; Baresi si assume anche la responsabilità di calciare il primo dei rigori decisivi e con Massaro e Roberto Baggio è uno dei tre azzurri a fallirlo. A fine gara il suo pianto a dirotto è un misto tra rabbia, scarico dopo la tensione e la fatica accumulata per recuperare dall’infortunio ed esserci, e delusione…
Il suo bilancio azzurro conta 81 presenze e 1 gol.
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Milanista a vita

Dopo il ritiro Baresi resta comunque al Milan ricoprendo vari incarichi sia in panchina, come tecnico della Primavera e della Berretti, sia da dirigente; “tradisce” il rossonero soltanto per 81 giorni durante la sua brevissima esperienza da direttore sportivo del Fulham.
Il 28 ottobre 2020 la nuova proprietà Elliott lo nomina vicepresidente onorario del club, carica che ricoprirà fino alla sua prematura scomparsa.

Saluto a Osvaldo Bagnoli, l’ultimo allenatore a vincere in provincia*****Se n’è andato stamattina, alla veneranda età di...
18/07/2026

Saluto a Osvaldo Bagnoli, l’ultimo allenatore a vincere in provincia
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Se n’è andato stamattina, alla veneranda età di 91 anni, Osvaldo Bagnoli, passato alla storia calcistica per aver portato lo scudetto fuori dalle città metropolitane guidando al successo l’Hellas Verona che mai prima di allora aveva nemmeno sperato di poter raggiungere simili traguardi.
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Nato nel 1935 a Milano (nel quartiere della Bovisa), dopo gli inizi in società dilettantistiche, a vent’anni viene acquistato dal Milan ed esordisce in serie A disputando le ultime otto partite della stagione 1955-56. Nei due anni in rossonero vince uno scudetto ed una Coppa Latina (una delle “antenate” dell’odierna Champions League), competizione nella quale risulta decisivo realizzando una rete al Benfica in semifinale ed una all’Atletico Bilbao nella finalissima.
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Calciatore di buon livello

Al Milan però c’è poco spazio e la stagione successiva Bagnoli entra in contatto per la prima volta col suo destino: i meneghini lo cedono al Verona con il quale disputa tre campionati, uno in A e due in serie B (per un totale di 27 reti in 97 gare).

Dopo un rapido passaggio all’Udinese, si trasferisce al Catanzaro nel quale disputa altre tre stagioni tra i cadetti (22/102) prima di passare alla Spal. Qui gioca insieme a Reja e Capello, pure loro futuri allenatori, conquista una promozione in serie A e due salvezze; in 92 apparizioni centra per 12 volte il bersaglio, tra cui il gol che regala la permanenza nella massima serie nella decisiva sfida col Brescia.

A 32 anni scende in serie C tornando per un anno in Friuli; qui, complice un incidente stradale, medita di attaccare gli scarpini al chiodo ed accettare un lavoro alla Mondadori ma poi cede alle lusinghe del Verbania, sempre in terza serie. A seguito di un grave infortunio nella stagione successiva assume il doppio incarico di allenatore – giocatore. Conclude la sua parabola agonistica nel 1973, a 38 anni, con un totale di 319 presenze tra A e B.

Inizialmente ala destra, Bagnoli ha interpretato soprattutto il ruolo di mezzala, arretrando poi in mediana e giocando da libero nelle ultime stagioni al Verbania. Calciatore di buon livello, era dotato di un’ottima visione di gioco e particolarmente abile nelle conclusioni dalla distanza.
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Gli inizi da allenatore

Dopo le prime esperienze nel Verbania, inizia la carriera di allenatore alla Solbiatese (serie C) per poi passare sulle panchine di Como, Rimini e Fano. Alla guida del Cesena, dopo averla sfiorata nel torneo precedente, conquista la promozione in serie A al termine del campionato 1980-81. Nonostante il successo ottenuto, Bagnoli decide di lasciare la compagine romagnola per sposare il progetto del presidente Guidotti e si accasa al Verona col quale vince di nuovo il campionato cadetto ed inizia di fatto la costruzione del suo “miracolo” sportivo.

Nella stagione successiva, con l’ossatura della formazione promossa rinforzata da calciatori “scartati” dalle grandi perché non ritenuti all’altezza e dal brasiliano Dirceu, si piazza al quarto posto e si gioca la Coppa Italia perdendo la doppia finale con la Juventus con un gol decisivo di Platini al 119’. L’anno seguente, senza innesti di grande rilievo, arriva sesto e perde nuovamente la finale di Coppa Italia, stavolta con la Roma, a causa di un’autorete di Ferroni nella gara di ritorno.
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Il miracolo Verona

Forse nemmeno Bagnoli se ne rende conto ma ormai il dado è tratto: con l’arrivo decisivo del gigante tedesco Briegel, un terzino che il tecnico piazza in mezzo al campo, e del potente centravanti danese Preben Larsen-Elkjaer, i gialloblù avviano sin dalla prima giornata (3-1 al Napoli di Maradona) una cavalcata trionfale che spazza via chiunque si frapponga sulla loro strada.

Quel Verona è quanto di più somigliante si sia mai visto alla Lazio di Maestrelli di dieci anni prima; una squadra formata da un gruppo di uomini un po’ sgangherati e dal carattere difficile da domare, gente che prima e dopo quegli exploit fece difficoltà a raggiungere livelli sia pure soltanto paragonabili a quelli toccati in quei frangenti, soprattutto grazie all’opera sapiente di due maestri di calcio, che sapevano essere per loro dei padri putativi, dei punti di riferimento anche e soprattutto fuori dal campo.

Così Garella diventa Garellik, Galderisi asciuga le polveri bagnate dalle tante panchine bianconere e con 11 reti è il cannoniere dello scudetto, Fanna vive una seconda giovinezza che lo riporta in azzurro, Di Gennaro è il regista che spegne o accende le fasi di gioco, Marangon uno stantuffo inesauribile, Fontolan e Tricella una coppia insuperabile…

L’alchimia magica, in quanto tale, non può durare e la stagione successiva il Verona, privato dal mercato di alcuni elementi cardine, è soltanto decimo; in Coppa dei Campioni ha la sfortuna di incrociare la Juventus al secondo turno ed esce prematuramente pur non demeritando. La parabola veronese di Bagnoli si chiude definitivamente nella stagione 1989-90 quando gli scaligeri, ormai lontani e sbiaditi parenti dello squadrone tricolore, e con le casse societarie in dissesto, finiscono mestamente in serie B. Il “mago della Bovisa” non si spaventerebbe nel ripartire dalla serie cadetta ma entra in contrasto con la nuova proprietà e lascia a malincuore la “sua” Verona per trasferirsi a Genova, sponda rossoblu.
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Genoa ed Inter tra gioia e amarezza

Con un formazione che ricorda negli uomini e negli schemi quella Campione d’Italia nella città di Giulietta (la coppia Aguilera – Skuhravy in particolare sembra la riedizione di quella formata fa Elkjaer e Galderisi), Bagnoli centra un mirabolante quarto posto, miglior piazzamento del Genoa in serie A nel dopoguerra e nella stagione successiva porta la formazione ligure fino alla semifinale di Coppa Uefa, persa contro i lancieri dell’Ajax e dopo aver espugnato addirittura il campo del Liverpool!

Dopo voci che lo vedevano accostato alla panchina del Milan (lo stesso Bagnoli affermò anni dopo che Berlusconi non lo volle in quanto uomo di sinistra…), accetta la corte dell’Inter e al primo anno si siede sulla piazza d’onore proprio alle spalle della quasi invincibile armata rossonera. Nella stagione successiva, complice il difficile adattamento dei due olandesi Bergkamp e Jonk, coi quali va in conflitto per questioni tattiche, i nerazzurri stentano parecchio e a febbraio, dopo una sconfitta interna con la Lazio, Bagnoli viene esonerato. Amareggiato da quanto accaduto e non rispecchiandosi più in un mondo del calcio che sta rapidamente cambiando, Bagnoli a soli 59 anni decide di ritirarsi e non accetta più nessun offerta di lavoro, rimanendo completamente fuori dal circo mediatico che nel frattempo si è sviluppato attorno al pallone.
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Il lascito umano di Bagnoli

Questa scelta finale, definitiva, ci aiuta a capire, e spiega a chi non ha avuto modo di conoscerlo, chi fosse davvero Osvaldo Bagnoli; un tecnico di assoluto valore ma soprattutto un uomo cresciuto con la consapevolezza che il valore del sacrificio fosse quello fondamentale nel calcio come nella vita quotidiana. Uomo di poche parole, di silenzi che indicavano la via da seguire. In un calcio nel quale si cominciava a diffondere il turnover ed il concetto di rosa lunga, preferiva costruire un gruppo coeso di 14-15 elementi pronti a gettarsi nel fuoco per lui; zona, zona mista, pressing e tattiche particolarmente elaborate non erano per lui: le sue squadre praticavano un calcio semplice, “pane e salame”, ma sapevano essere antiche ed innovative nello stesso momento.

Vinse dove nessuno aveva mai vinto e chissà se qualcun altro riuscirà a vincere ancora…
Buon viaggio mister!

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