28/05/2025
📌 𝐂𝐈 𝐌𝐀𝐍𝐂𝐇𝐄𝐑𝐀𝐈, 𝐎𝐒𝐂𝐀𝐑 𝐃𝐄 𝐌𝐀𝐑𝐂𝐎𝐒!
✍️ "𝑬𝒔 𝒖𝒏 𝒉𝒐𝒎𝒃𝒓𝒆 𝒒𝒖𝒆 𝒔𝒆 𝒂𝒍𝒊𝒎𝒆𝒏𝒕𝒂 𝒅𝒆 𝒔𝒖 𝒑𝒓𝒐𝒑𝒊𝒐 𝒄𝒂𝒏𝒔𝒂𝒏𝒄𝒊𝒐" (𝑴𝒂𝒏𝒖 𝑺𝒂𝒓𝒂𝒃𝒊𝒂)
Domenica scorsa Oscar De Marcos Arana ha disputato la sua ultima gara con la gloriosa camiseta dell’Athletic, in un San Mamés gremito da oltre 50.000 persone. In totale fanno 573 partite ufficiali, che lo rendono il secondo più presente nella storia dei Leones, dietro solo all’inarrivabile “𝑇𝑥𝑜𝑝𝑜” Iribar. Nello specifico: 435 presenze in Liga, 77 nelle competizioni europee per club (statistica in cui è primatista), 53 in Copa del Rey e 8 in Supercoppa di Spagna, condite da 39 reti. Nessuno, nemmeno lui stesso, si sarebbe mai aspettato nulla del genere da questo ragazzo nato a Laguardia, paesino di circa 1500 anime situato in mezzo ai vigneti nella provincia di Álava, quando l'Athletic lo acquistò dall'Alavés nel 2009, per la modica cifra di 300.000 euro.
Il suo debutto ufficiale arriva nel luglio dello stesso anno, a Berna, contro gli svizzeri dello Young Boys, in quella che era la prima edizione dell’Europa League con nuova denominazione, agli ordini del tecnico Joaquin Caparros. Curiosamente, nella gara d'andata, era anche arrivato l'esordio di Iker Muniain e i due, come ben sappiamo e dopo letteralmente mille e una battaglie fianco a fianco, l'anno scorso si sono tolti la soddisfazione di alzare da co-capitani la Copa del Rey, che dalle parti di Bilbao mancava ormai da 40 anni. Senza dimenticare le due Supercoppa, vinte nel 2015 e nel 2021 e le 7 finali p***e (quattro in Copa del Rey, due in Supercoppa e quella di Europa League giocata a Bucarest).
Ma per un giocatore e tifoso dell'Athletic, come dirà lui stesso, l'esordio vero e proprio (peraltro con gol) è quello davanti al proprio pubblico. Nel suo caso, curiosamente, l'avversario è lo stesso che sfiderà nella sua gara d'addio, oltre che quello che gli infliggerà le sconfitte più dolorose in diverse finali di Copa del Rey: il Barcellona. Anzi, sicuramente non è un caso, visto che il club 𝑐𝑢𝑙𝑒́ rappresenta -almeno attualmente- l'esatto opposto di De Marcos e dell'Athletic: scandali di ogni genere, corruzione, arroganza, prevaricazione e il dover vincere a tutti i costi, anche barando.
Arrivato come mezzapunta o esterno d’attacco, nell'arco di 16 stagioni è stato capace prima di riconvertirsi mezzala d’inserimento agli ordini del "𝐿𝑜𝑐𝑜" Bielsa (stagione 2011-2012, in cui mette a segno ben 9 reti e 11 assist) e poi da terzino destro, ruolo in cui è diventato titolare indiscusso e determinante dopo il ritiro di Andoni Iraola. Una capacità di adattamento e una versatilità per niente banali, probabilmente derivanti dalla concezione ultra-collettiva con cui De Marcos ha sempre visto il gioco del calcio.
Ma aldilà dei numeri, delle vittorie e delle sconfitte, che genere di calciatore e soprattutto di persona sia Oscar De Marcos lo si può dedurre da alcune storie e aneddoti che lo riguardano. Ad esempio, come non dimenticare quando, durante un match contro il Real Zaragoza nel 2011, rifiutò di farsi sostituire e giocò oltre un’ora con “una grande lacerazione dell'uretra distale e tre ferite contuse incise nella regione inguinale-scrotale, che hanno richiesto il ricovero immediato e l'applicazione di circa 25 punti di sutura”.
Lo si capisce anche leggendo il piccolo libro -quasi 100 pagine- scritto da lui stesso (in collaborazione con José Mari Isasi) per 𝐿𝑒𝑡𝑟𝑎𝑠 𝑦 𝐹𝑢́𝑡𝑏𝑜𝑙, festival di calcio e letteratura organizzato dalla Fondazione Athletic Club e intitolato "𝑇𝑜𝑔𝑜". Un libro che ci racconta qualcosa di diverso rispetto alle barzellette di Totti, alle conquiste di Vieri o alla stucchevole autocelebrazione di Cristiano Ronaldo, giusto per fare alcuni esempi.
La frase d’apertura del libro, conosciuta grazie a Bielsa e di “proprietà” del grande scrittore Eduardo Galeano, è emblematica: "𝑳𝒂 𝒄𝒂𝒓𝒊𝒕𝒂̀ 𝒆̀ 𝒖𝒎𝒊𝒍𝒊𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒑𝒆𝒓𝒄𝒉𝒆́ 𝒔𝒊 𝒆𝒔𝒆𝒓𝒄𝒊𝒕𝒂 𝒗𝒆𝒓𝒕𝒊𝒄𝒂𝒍𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒆 𝒅𝒂𝒍𝒍'𝒂𝒍𝒕𝒐; 𝒍𝒂 𝒔𝒐𝒍𝒊𝒅𝒂𝒓𝒊𝒆𝒕𝒂̀ 𝒆̀ 𝒐𝒓𝒊𝒛𝒛𝒐𝒏𝒕𝒂𝒍𝒆 𝒆 𝒊𝒎𝒑𝒍𝒊𝒄𝒂 𝒊𝒍 𝒓𝒊𝒔𝒑𝒆𝒕𝒕𝒐 𝒓𝒆𝒄𝒊𝒑𝒓𝒐𝒄𝒐". Una massima attualissima, nel mondo iper-individualista di oggi e in cui abbiamo tutti il dovere di rispolverare concetti come cura e, appunto, solidarietà. Si tratta di un libro semplice, autobiografico, in cui De Marcos racconta per l'appunto del suo viaggio in Togo, fatto proprio al termine della sua prima stagione da calciatore dell’Athletic. Una stagione iniziata alla grandissima e terminata male, con la temporanea retrocessione nella squadra riserve, che gli permette di parlare di temi complessi come la paura di fallire, il modo in cui veniamo influenzati dalle critiche altrui, delle aspettative che rischiano di divorarci vivi, dell’ego che ti riempie in modo illusorio quando le cose vanno bene. Giunto nel paese centrafricano per collaborare ad un progetto umanitario, ricorda quanto lo avesse cambiato e portato a riflettere il fatto di non essere lì un calciatore dell'Athletic, ma semplicemente Oscar.
Riporto ora un passo che mi ha colpito: “𝐶'𝑒𝑟𝑎𝑛𝑜 𝑔𝑖𝑜𝑟𝑛𝑖 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑚𝑖 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑣𝑜 𝑖𝑛 𝑚𝑒 𝑠𝑡𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑒 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑖 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑚𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑐𝑟𝑢𝑐𝑖𝑎𝑙𝑖 𝑒 𝑑𝑒𝑐𝑖𝑠𝑖𝑣𝑖. 𝑄𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑣𝑎𝑖 𝑎 𝑑𝑜𝑟𝑚𝑖𝑟𝑒 𝑒 𝑡𝑖 𝑠𝑣𝑒𝑔𝑙𝑖 𝑙𝑎 𝑚𝑎𝑡𝑡𝑖𝑛𝑎 𝑠𝑒𝑛𝑧𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑖𝑛 𝑔𝑟𝑎𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑟𝑖𝑐𝑜𝑛𝑜𝑠𝑐𝑒𝑟𝑡𝑖. 𝑀𝑜𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑖𝑛 𝑐𝑢𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎 𝑛𝑒𝑚𝑚𝑒𝑛𝑜 𝑠𝑒 𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒 𝑣𝑎𝑛𝑛𝑜 𝑏𝑒𝑛𝑒 𝑜 𝑚𝑎𝑙𝑒, 𝑒̀ 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑎 𝑎𝑙𝑑𝑖𝑙𝑎̀ 𝑑𝑒𝑖 𝑠𝑢𝑐𝑐𝑒𝑠𝑠𝑖 𝑜 𝑓𝑎𝑙𝑙𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑝𝑝𝑎𝑟𝑒𝑛𝑡𝑖”.
Parliamo di una persona che ha dedicato -e continua a farlo- ogni suo venerdì libero a far visita ai bambini malati di cancro e che non prese per niente bene il fatto che tale “notizia” a un certo punto trapelasse e diventasse di pubblico dominio. In "𝑇𝑜𝑔𝑜" scrive anche del suo rapporto con Carlos Gurpegi, all'epoca capitano e dell'ammirazione che provava per lui. Una volta lasciata la magica maglia numero 10 a Muniain, prese il 18 proprio perché indossato in precedenza da Gurpegi il quale, proprio nei giorni scorsi, ha parlato dell'immensa capacità di De Marcos di “𝑣𝑒𝑑𝑒𝑟𝑒 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑙𝑎𝑡𝑜 𝑏𝑢𝑜𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑒 𝑐𝑜𝑠𝑒“. Numero 18 che è appena passato sulle spalle di Mikel Jauregizar, promettente centrocampista e athleticzale fino al midollo come l’ormai ex capitano, che al giovane Mikel ha fatto pubblicamente arrivare il suo endorsement. La fascia di capitano l'ha invece messa lui stesso al braccio di Iñaki Williams, al momento di essere sostituito al minuto 87 e di essere accolto da una straordinaria ovazione da tutto il pubblico.
De Marcos ha sempre sostenuto di sentirsi un privilegiato, che ha avuto la fortuna di rendere un hobby il proprio lavoro. Qualcosa di diametralmente opposto rispetto alle dichiarazioni che siamo soliti ascoltare dalla maggior parte dei calciatori contemporanei, come ad esempio quelle molto recenti in cui il difensore dell'Inter e della nazionale Alessandro Bastoni non ha potuto proprio fare a meno di farci sapere a quanti sacrifici e rinunce sono sottoposti i calciatori a quei livelli. Quando gli fu chiesto di una presunta offerta del Chelsea, ormai diversi anni fa, De Marcos rispose che i soldi non sono tutto nella vita e men che meno lo sono i trofei; che avrebbe lasciato l'Athletic solo quando il club non avrebbe più avuto bisogno di lui. 𝐔𝐧𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐦𝐞𝐬𝐬𝐚, 𝐪𝐮𝐞𝐬𝐭𝐚, 𝐜𝐡𝐞 𝐡𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐳𝐢𝐚𝐥𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐝𝐢𝐬𝐚𝐭𝐭𝐞𝐬𝐨: 𝐥'𝐀𝐭𝐡𝐥𝐞𝐭𝐢𝐜 𝐚𝐯𝐫𝐞𝐛𝐛𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐛𝐢𝐬𝐨𝐠𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐃𝐞 𝐌𝐚𝐫𝐜𝐨𝐬 𝐞 𝐢𝐥 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐨𝐫𝐬𝐨 𝐬𝐢 𝐩𝐮𝐨̀ 𝐞𝐬𝐭𝐞𝐧𝐝𝐞𝐫𝐞 𝐚𝐧𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐥 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐦𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐝𝐞𝐥 𝐩𝐚𝐥𝐥𝐨𝐧𝐞. Ma la capacità del campione risiede anche nel saper dire basta quando il fisico lo richiede, senza trascinarsi fino a diventare l'ombra di sé stesso, navigando a oltranza l'illusione di poter avere la meglio sull'incedere del tempo.
Concludo con le parole che lo stesso De Marcos ha pronunciato durante la cerimonia d'addio:
“𝑁𝑜𝑛 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑞𝑢𝑖 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑎𝑑𝑑𝑖𝑜, 𝑚𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑑𝑖𝑟𝑒 𝑔𝑟𝑎𝑧𝑖𝑒 𝑎𝑙 𝑝𝑜𝑠𝑡𝑜 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑠𝑜𝑛𝑜 𝑐𝑟𝑒𝑠𝑐𝑖𝑢𝑡𝑜 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑝𝑒𝑟𝑠𝑜𝑛𝑎 𝑒 𝑐𝑎𝑙𝑐𝑖𝑎𝑡𝑜𝑟𝑒, 𝑑𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑐𝑖𝑜̀ 𝑐ℎ𝑒 𝑎𝑣𝑒𝑣𝑜 𝑒 𝑟𝑖𝑐𝑒𝑣𝑒𝑛𝑑𝑜 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑝𝑖𝑢̀. 𝐶𝑜𝑠'𝑒̀ 𝑙'𝐴𝑡ℎ𝑙𝑒𝑡𝑖𝑐 𝑝𝑒𝑟 𝑚𝑒? 𝑁𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑢𝑛 𝑛𝑜𝑚𝑒 𝑛𝑒́ 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑞𝑢𝑎𝑑𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑐𝑎𝑙𝑐𝑖𝑜; 𝑒̀ 𝑙𝑎 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑎 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑖𝑐𝑒𝑏𝑒𝑟𝑔 𝑖𝑚𝑚𝑒𝑛𝑠𝑜, 𝑑𝑜𝑣𝑒 𝑙𝑎 𝑝𝑎𝑟𝑡𝑒 𝑝𝑖𝑢̀ 𝑖𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑛𝑡𝑒 𝑒̀ 𝑞𝑢𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑖 𝑣𝑒𝑑𝑒. 𝐸' 𝑙𝑎 𝑙𝑒𝑎𝑙𝑡𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑢𝑛 𝑝𝑜𝑝𝑜𝑙𝑜, 𝑙𝑎 𝑓𝑒𝑑𝑒𝑙𝑡𝑎̀ 𝑛𝑜𝑛 𝑛𝑒𝑔𝑜𝑧𝑖𝑎𝑏𝑖𝑙𝑒, 𝑖𝑙 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑎𝑛̃𝑒𝑟𝑖𝑠𝑚𝑜, 𝑖𝑙 𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑠𝑖 𝑠𝑒𝑚𝑝𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑠𝑒𝑟𝑣𝑖𝑧𝑖𝑜 𝑑𝑒𝑙 𝑔𝑟𝑢𝑝𝑝𝑜, 𝑖𝑙 𝑐𝑎𝑚𝑚𝑖𝑛𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑛𝑠𝑖𝑒𝑚𝑒 𝑒 𝑖𝑛 𝑠𝑖𝑙𝑒𝑛𝑧𝑖𝑜. 𝑃𝑒𝑟 𝑚𝑜𝑙𝑡𝑖 𝑒̀ 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑐𝑎𝑙𝑐𝑖𝑜 𝑚𝑎 𝑝𝑒𝑟 𝑚𝑒 𝑒̀ 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑔𝑙𝑖𝑎, 𝑎𝑚𝑖𝑐𝑖𝑧𝑖𝑎, 𝑒𝑑𝑢𝑐𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑖 𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎 𝑡𝑟𝑎𝑚𝑖𝑡𝑒 𝑙'𝑒𝑠𝑒𝑚𝑝𝑖𝑜 𝑒 𝑖𝑙 𝑟𝑖𝑠𝑝𝑒𝑡𝑡𝑜; 𝑒̀ 𝑑𝑎𝑟𝑒 𝑝𝑟𝑖𝑚𝑎 𝑎𝑛𝑐𝑜𝑟𝑎 𝑑𝑖 𝑟𝑖𝑐𝑒𝑣𝑒𝑟𝑒, 𝑒̀ 𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑧𝑖𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑒̀ 𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑜, 𝑒̀ 𝑙𝑜𝑡𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑓𝑖𝑛𝑜 𝑎𝑙𝑙'𝑢𝑙𝑡𝑖𝑚𝑜 𝑟𝑒𝑠𝑝𝑖𝑟𝑜. 𝑃𝑒𝑟 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑜 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜, 𝑞𝑢𝑎𝑛𝑑𝑜 𝑝𝑒𝑛𝑠𝑜 𝑎𝑖 𝑚𝑖𝑒𝑖 𝑓𝑖𝑔𝑙𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑚𝑝𝑎𝑟𝑖𝑛𝑜 𝑎 𝑎𝑚𝑎𝑟𝑒 𝑢𝑛𝑎 𝑠𝑞𝑢𝑎𝑑𝑟𝑎; 𝑣𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑚𝑝𝑎𝑟𝑖𝑛𝑜 𝑎 𝑣𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑐𝑜𝑚𝑒 𝑠𝑖 𝑣𝑖𝑣𝑒 𝑛𝑒𝑙𝑙'𝐴𝑡ℎ𝑙𝑒𝑡𝑖𝑐, 𝑐𝑜𝑛 𝑔𝑙𝑖 𝑜𝑐𝑐ℎ𝑖 𝑝𝑢𝑛𝑡𝑎𝑡𝑖 𝑛𝑜𝑛 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑖𝑡𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎 𝑚𝑎 𝑠𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑎 𝑑𝑖 𝑣𝑖𝑣𝑒𝑟𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑜𝑟𝑖𝑎. 𝑉𝑜𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑖𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑟𝑔𝑙𝑖 𝑢𝑛 𝑚𝑜𝑑𝑜 𝑑𝑖 𝑠𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑎𝑙 𝑚𝑜𝑛𝑑𝑜. 𝐸𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝐴𝑡ℎ𝑙𝑒𝑡𝑖𝑐 𝑠𝑖𝑔𝑛𝑖𝑓𝑖𝑐𝑎 𝑒𝑠𝑠𝑒𝑟𝑒 𝑓𝑒𝑑𝑒𝑙𝑒, 𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑜 𝑒 𝑜𝑛𝑒𝑠𝑡𝑜, 𝑎𝑛𝑐ℎ𝑒 𝑠𝑒 𝑛𝑒𝑠𝑠𝑢𝑛𝑜 𝑡𝑖 𝑠𝑡𝑎 𝑔𝑢𝑎𝑟𝑑𝑎𝑛𝑑𝑜”.
𝐄𝐒𝐊𝐄𝐑𝐑𝐈𝐊 𝐀𝐒𝐊𝐎, 𝐎𝐒𝐂𝐀𝐑! ❤️