Ttime - Tennis Milano

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Alberto Pavan, insegnante di tennis e Cardio Tennis a Milano. Programmi personalizzati per principianti e percorsi specifici per professionisti.

21/02/2021
27/08/2020

un momento triste...i più grandi

16/02/2020

Giù il cappello

C’era una volta un giocatore di tennis unico.
Serviva iniziando il movimento con le spalle al campo e colpiva la pallina senza imprimerle effetto. Non amava perdere tempo in lunghe corse da fondo campo, i suoi movimenti di dritto e rovescio erano cortissimi, portava dietro la racchetta giusto il minimo necessario per indirizzare la palla, che andava dove aveva deciso lui e dove l’avversario raramente arrivava, sempre.

Ma meno che correre, amava le regole. Nel 1981 vinse Wimbledon per la prima volta, contro la sua antitesi tennistica Bjorn Borg. Non c’erano terze vie all’epoca: o si stava con John o con Bjorn. La loro rivalità è stata una delle più amate e appassionanti della storia del tennis.

Oggi, oltre a rimpiangere ancora la finale del Roland Garros 1984, persa con Lendl nonostante un vantaggio di due set in finale, è un saggio dispensatore di consigli, intervistatore e anche intrattenitore.

“You cannot be serious” disse all’arbitro in un’epica protesta diventata immortale, oggi avrebbe chiesto il challenge e forse non conosceremmo Johnny Mac come lo abbiamo conosciuto.
Tanti auguri per i tuoi 61 anni John!
🎂

20/01/2020

«Se io ad allenamento chiedo di ripetere un gesto 10 volte di fila, stiamo lì finché non lo facciamo. Questa è la parte più difficile del nostro lavoro. C’è una fase in cui dobbiamo rompere i co****ni.

Io sono un rompico****ni, lo so. Voi pensate che sia divertente? Non lo è. Io la notte non dormo perché penso: “Il mio giocatore crede che ieri gli stessi rompendo le b***e”.

Io non volevo rompergli le b***e. Io volevo solo che facesse le cose come la competizione richiede che siano fatte.

La più grande difficoltà che ho avuto coi miei giocatori nella mia carriera è tradurgli nell’allenamento la difficoltà della competizione. Io gli chiedo di fare certe cose in una maniera non perché piace a me, ma perché altrimenti loro troveranno un avversario che non gliele farà fare.

Se vuoi giocare a un certo livello, le cose devono essere fatte con mezzo secondo in meno. Le cose devono essere fatte con uno grande e grosso come te che ti spinge quando tocchi la palla. Le cose devono essere fatte con diecimila persone che ti insultano. Le cose devono essere fatte con un arbitro che magari non vede.

E allora ti devi abituare ad allenamento, non puoi scoprirlo nella partita. O, peggio, non puoi chiedermi 10-15 partite per capire com’è la vita. E tutto il problema nasce lì.

Se io ad allenamento chiedo di fare una cosa 10 volte di fila, stiamo lì finché non le facciamo. Perché questo è niente in confronto alla pressione che ti metterà il momento del gioco quando scenderai in campo.

È un problema di auto esigenza. Io credo che posso essere allenatore se lotto per stimolare l’auto esigenza. Se io allenatore riesco a convincere 3 dei miei 10 giocatori a essere auto esigenti con sé stessi e con i compagni, io lì ho vinto. Non alleno più. Io mi metto a guardare e la macchina va da sola.

La nostra lotta non è cambio di direzione, schema 1 o schema 3. La nostra lotta è che loro arrivino al punto che in un momento di grande pressione si passino la palla uno con l’altro. Perché è troppo facile, in un momento di pressione, abbassare la testa, palleggiare e faccio io».

Ettore Messina ha spiegato così l’importanza dell’auto esigenza a una platea di giovani coach e giocatori. Si parlava di basket. Ma si parlava anche di pallavolo. Di ogni genere di sport. E anche un po’ della vita.

Tratto da un video di La Giornata Tipo

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