Il Kiai l'hai fatto?
Amici di Enzo Montanari Karate
La scuola nasce a Milano nel 1971. Si tengono corsi di Karate per cinture nere.
13/05/2026
11 - Ki: energia
Dalla Cina e dal Giappone ci giungono racconti spettacolari di un potere che sembra sovrannaturale. Storie di uomini in grado di scaraventare un avversario in aria con una semplice torsione del polso e di contrastare l'attacco più micidiale senza ba***re ciglio.
Questi racconti, a volte, sono anche più fantastici. Il potere può anche essere esteso fino al punto di riuscire a spostare oggetti senza neppure toccarli. Gli avversari possono ve**re uccisi con un gesto eseguito a distanza. E il potere, secondo queste storie, può anche essere manipolato per guarire e realizzare altri prodigi. In cinese questa forza esoterica si chiama Qi, in giapponese Ki.
Come molte cose di origine orientale, il ki ha acquisito un alone di esotismo. I praticanti di arti marziali, abituati a parlarne quasi sottovoce, si stupiscono quando, apprese le basi della lingua nipponica, si accorgono che la parola ki viene usata in termini piuttosto ordinari. Nella palestra di allenamento, frasi e parole come aikido (la Via dell'armonia) e kio musubi (l'atto di unificare il proprio ki) vengono usati in tono colloquiale.
Ma la parola ki ricorre in giapponese anche quando si parla di tempo (tenki), di follia (kichigai) o addirittura del carburatore di un'automobile (kikaki).
Ancora più sorprendenti possono essere espressioni come ki ga awanakatta, che vuol dire «non andiamo troppo d'accordo», o kimochi ga warui, «le ‘vibrazioni' non sono buone».
La confusione che circonda le molte identità del ki può essere chiarita esaminando il kanji corrispondente. Ki è un carattere composto che unisce il kanji che significa «riso grezzo» con altri tratti sopra di esso che rappresentano il vapore che sale dal riso quando cuoce. Il ki, dunque, viene pittograficamente rappresentato come un'energia plastica, invisibile eccetto che per i suoi effetti.
Noi non recepiamo il vapore che sale dalla pentola ma possiamo sentirlo e vederlo quando agita il coperchio. In giapponese, ki si riferisce a una forza organica che può prendere una miriade di forme, può descrivere il clima, la personalità di un individuo, oppure quelle vaghe simpatie o sensazioni che noi tutti abbiamo sperimentato.
A Chicago o in un'altra città americana, durante una conversazione, potremmo usare la parola soul, anima, che in inglese può essere usata sia in senso religioso sia per caratterizzare una particolare tendenza culturale. Allo stesso modo, ki può essere usato in giapponese per descrivere sia cose sacre sia cose profane.
24/02/2026
Palestra n. 3, Centro Sportivo Saini, bianco e nero.
29/12/2025
10 - Oku: i segreti
Per indicare una moglie, in giapponese, si usa il termine okusan, che si potrebbe tradurre con «signora della casa». Okusan è sempre stato reso in un'accezione dispregiativa per connotare una moglie che rimane a casa come una serva. Oku significa «dentro». Per essere ancora più precisi, significa «profondamente all'interno».
Il carattere per oku è fatto di due componenti. Quello più in alto vuol dire «riso dentro un edificio», quello inferiore «spingere con le mani». Così oku può anche indicare l'atto di spingere qualcosa di valore nel punto più segreto. L'okuma è la parte più interna e sicura della casa giapponese. L'oku-no-in è il santuario più interno del tempio shintoista. Considerata in questo contesto, una okusan è una donna che ha accesso alla parte più intima della vita del marito e alla quale è demandata la sua protezione.
Nelle antiche forme di arti bugei, i princìpi fondamentali di una particolare disciplina o tradizione vengono chiamati okugi o okuden, gli «insegnamenti segreti». Quando gli obiettivi di tali arti avevano conseguenze letali, oku indicava gli insegnamenti cautamente trasmessi solo ai più abili e affidabili discepoli del maestro.
Ancora oggi un praticante deve mostrare un'eccezionale pazienza e impegno prima di venir iniziato a qualsiasi okuden. Un'ovvia ragione per l'esclusività della trasmissione degli okuden era che questi segreti risultavano più efficaci e utili in battaglia se erano conosciuti solo da pochi bugeisha. Una ragione ugualmente importante riguarda la struttura di tutti gli insegnamenti di un'arte bugei. Questi vengono spesso percepiti dal profano come un qualcosa di natura gerarchica, in grado di far progredire verso l'alto fino a qualche tipo di «illuminazione» marziale. In realtà, gli insegnamenti seguono un andamento circolare a spirale che torna continuamente alle tecniche fondamentali affrontandole ogni volta in maniera più dettagliata e approfondita.
Gli okuden sono dunque i segreti conservati nel nucleo, nel cuore potremmo dire, dell'arte. Non si tratta del fatto che siano così complessi e sofisticati che solo gli allievi avanzati li possono comprendere. Gli okuden sono nascosti perché tali insegnamenti sono di una sublime semplicità, raffinati, al centro di una spirale più che mai concentrica. Solo gli adepti che hanno percorso il cammino attraverso tutte le sue circonvoluzioni esterne possono veramente comprendere e apprezzare il loro valore.
03/12/2025
9. Heiho: princìpi di guerra, princìpi di pace
«Heiho è heiho» recita un assioma che illustra il ruolo del kanji corrispondente nella comprensione degli elementi della Via marziale. Ridondante nella sua forma scritta in caratteri romani, il significato reale di heiho emerge solo attraverso il kanji. Hei può essere scritto nella sua accezione di «guerra» con un kanji che pittograficamente mostra un'ascia da guerra impugnata a due mani. Scritto con un altro carattere che si pronuncia nello stesso modo, hei può anche denotare una «pacifica prosperità». (Questo carattere è anch'esso di origine pittografica e illustra un ruscello che scorre fino a raggiungere uno stato di pacifica tranquillità in uno stagno.) Così, se conosciamo i caratteri che la compongono, la frase «heiho è heiho» può essere tradotta con «i principi delle discipline marziali sono identici a quelli delle arti della pace».
Il carattere comune a entrambe le versioni di heiho è ho, la «legge». Per scrivere ho il calligrafo traccia il radicale che rappresenta l'«acqua», poi, vicino a esso, un «contenitore». Un secchio sufficientemente grande per contenere l'acqua. Il kanji coglie l'essenza stessa della parola, poiché il Giappone fu, durante l'era feudale, un paese di leggi rigide e restrittive. Dal più umile dei contadini all'aristocratico, il giapponese dei tempi antichi era sottoposto alla legge in ogni singolo aspetto dell'esistenza.
I samurai non erano esenti dalle leggi. Il Buke shohatto, una vasta raccolta di decreti imposti dal regime dei Tokugawa, serviva proprio a governare la classe dei guerrieri.
Se, per esempio, il parente di un bushi veniva assassinato, il guerriero non era necessariamente libero di vendicarsi, come viene mostrato nei romanzi popolari e nei film storici nipponici. Prima doveva chiedere al suo signore il permesso di abbandonare i suoi abituali compiti. Se l'assassino fuggiva, il samurai doveva procurarsi i fondi necessari per mantenere se stesso e la sua famiglia mentre ricercava l'omicida. E una volta che al samurai veniva concessa la facoltà di vendicarsi, non poteva, secondo la legge, tornare al servizio del suo padrone prima di aver completato la propria missione.
In senso teorico, le rigidità della legge che governava i bushi così severamente dovevano renderli più partecipi della condizione delle altre classi. La realtà, come è ovvio, era che il samurai tendeva a preoccuparsi solo di se stesso, come la maggior parte della gente in ogni epoca. Eppure sarebbe scorretto non riconoscere che molti samurai si presero realmente a cuore il benessere delle altre classi.
Molti esercitarono la loro influenza per la realizzazione di benèfici comportamenti di governo, e tra i principali educatori e politici che portarono il Giappone nel XX secolo si ritrovano diversi famosi bugeisha.
Inevitabilmente, questi bugeisha applicarono i princìpi della disciplina marziale al governo. Coraggio, integrità morale, rispetto per gli altri: tutte queste convenzioni delle Vie marziali venivano tradotte nella pratica del governo, poiché quei princìpi portavano a una maggiore capacità di individuare il tradimento, a essere pronti ad affrontare il pericolo, a una calma spirituale durante le crisi. L’esempio di questi guerrieri, la loro abilità di utilizzare le leggi della battaglia nella formulazione di leggi per il miglioramento della loro società, dovrebbe essere d'ispirazione per i moderni bugeisha. Se questi ultimi, durante l'allenamento, non riescono a vedere l'applicazione delle leggi della loro Via nella vita sociale, allora, per quanto possano procedere nell'apprendimento delle arti marziali, il perfezionamento della Via sarà per loro privo del suo reale significato.
20/10/2025
MUSHOTOKU
Senza scopo né profitto.
Fissarsi sopra un solo oggetto, avere il più piccolo pregiudizio, il più piccolo pensiero, perseguire un fine, anche il più lontano, ci allontana ineluttabilmente dall'autenticità dello zazen.
Anche se, in quanto monaci, crediamo di praticare il Buddhismo, rispettandone i precetti e seguendo una pratica alquanto rigorosa, se continueremo a provare attaccamento non faremo altro che persistere nell’errore, mantenendo un atteggiamento di mortificazione e di egoismo o quanto meno di dogmatismo.
Satori significa solo diventare mushotoku comprendendone intimamente e profondamente il significato. Kodo Sawaki diceva che il satori equivale a un totale danneggiamento, a una perdita assoluta. In altre parole, alla spoliazione, al morire a se stessi, alla totale estinzione di sé e quindi di ogni ricerca.
Annullare questo spirito di attaccamento, non aderire a nulla, non aspettarsi più nulla, non inseguire nulla, non volere più nulla: questo è mushotoku.
La gente fa sempre calcoli: «Di più... di meno... », ma nello Zen, quando si dà qualcosa a qualcuno e si pratica il dono, si deve dimenticare a chi si dà, chi dà, e ciò che si dà. Questa azione dev'essere senza scopo. È il vero dono mushotoku.
Che cos'è un vero dono? Non attendere una ricompensa. Infine è attraverso il dono del proprio corpo, con il viso, con lo sguardo e con le parole che bisognà infondere negli altri il sentimento di sicurezza, di fiducia, di sollievo.
Così dev'essere un vero dono mushotoku. Nessuna ricompensa. Quando vi astenete dal gustare un piatto di delizie di cui avete una gran voglia, ciò diventa un grande dono per tutta l'umanità, per il mondo intero, un dono dai meriti infiniti. Il dono non è solo qualcosa di materiale: la sublimazione dei desideri è un dono perfetto. Si calcola continuamente, abbiamo sempre un fine, ma mushotoku è senza oggetto. La mente è senza ostacoli. La libertà non è egoismo.
Dare eccessiva importanza alla propria persona non è autentica libertà. In fondo molti fastidi e difficoltà derivano proprio da questo. Se siamo egoisti nei rapporti con il nostro compagno, avremo parecchi problemi. Se la mente segue completamente l'ordine cosmico diventa mushotoku e non si teme più nulla.
Se la mente non aderisce, non si volge a nulla, non c'è nessun bisognò di avere paura.
Mushotoku è il totale abbandono di sé, dei propri pensieri, dei propri fini e di tutto quel mondo mentale che costituisce la tela di fondo dello sviluppo dell'ego. La vera compassione consiste esattamente in questo tipo di abbandono, comincia da esso e finisce con esso. Non fate uso del pensiero nel campo della saggezza e non sforzatevi per ottenerla: la vera saggezza è mushotoku. La si ottiene solo per via inconscia in modo naturale ed automatico. In Oriente la saggezza affonda le radici nell'essenza prendendo origine da mushotoku, trascende tutti i limiti della mente, ed è, in un istante, oltre lo spazio e il tempo, eterna e immutabile. La più alta saggezza è senza scopo, non ha coscienza. Non si origina dal cervello frontale, ma dal talamo, dal cervello centrale, e nasce da tutto il corpo. È la vera saggezza, la saggezza perfetta.
18/09/2025
1° ottobre 2025
28/08/2025
Un nostro stage di qualche anno fa.
Chi si riconosce?
E chi indovina l’anno?
La palestra era la n. 3 del Centro Sportivo Saini.
30/07/2025
8. Dan: il grado del praticante esperto
«Scolpire gradini su per la montagna» è il significato letterale del kanji usato per esprimere il concetto di dan. Per i bugeisha di maggior esperienza si tratta del termine ideale per descrivere i progressi fatti.
E in effetti è proprio così. Nelle forme moderne di arti bugei che riconoscono il grado di avanzamento nell'abilità con il conferimento di cinture nere, tali gradi sono noti secondo un sistema numerico: shodan, nidan, sandan, e via dicendo.
Tuttavia, sebbene un esame del kanji possa condurre a una più profonda comprensione, esso può anche fuorviare e causare un’irrequietezza che porta a deviare dal cammino.
Quando il praticante inizia il viaggio in un'arte bugei, capisce di essersi inoltrato in un territorio piuttosto sconcertante. Niente gli è familiare. Procede seguendo le istruzioni del maestro e, a poco a poco, gli appaiono i contorni del paesaggio. Il bugeisha individua una direzione. In termini di tecnica, egli vede il suo maestro come un campione, un modello a cui si sforza di adattarsi, e lavora per realizzare questo scopo. Sale sempre di più verso la sommità della montagna. Mentre compie questo percorso può raggiungere alcune vette ed essere premiato con gradi e promozioni, e si può fermare a guardare indietro i gradini che ha scolpito, misurando i progressi fatti.
Una volta raggiunta la sommità che ha individuato co¬me obiettivo, il bugeisha viaggiatore si meraviglia nello scoprire qualcosa di completamente diverso. A volte sarà una parola del suo maestro, più spesso una lezione impartitagli dall'esempio fisico del suo insegnante. In entrambi i casi, il bugeisha si trova improvvisamente di fronte al fatto che ciò che riteneva essere la perfezione della tecnica è in realtà solo un'«introduzione» a essa. Una visione completamente differente si apre davanti ai suoi occhi. Quella che gli sembrava la destinazione a cui arrivare diventa un semplice passo di montagna che gli consente la visione di un nuovo panorama degno di essere esplorato. Dietro il momentaneo affinamento della sua arte, il bugeisha scopre luoghi che al momento e nel luogo opportuno lo condurranno ad altre regioni.
E così, soffermandosi un attimo quando riceve un nuovo dan, il bugeisha può indulgere nell'opportunità che gli viene offerta per guardarsi indietro e riflettere sui progressi fatti. Può contemplare la collina che ha appena scalato, ma dev'essere pronto a distogliere lo sguardo dal picco che ha appena raggiunto e prepararsi a scalare la cima che è improvvisamente spuntata davanti ai suoi occhi.
20/06/2025
7. Shi: il maestro
Nessuno, non importa quanto sia ben intenzionato o preparato, può viaggiare a lungo senza la guida di un maestro.
Quest'ultimo è indispensabile. Ciò nonostante, dei molti che considerano la possibilità di cercarlo, solo pochi inizieranno realmente la ricerca. Meno persone ancora avranno la persistenza di continuare fino a trovare un maestro. E una volta in sua presenza, quanti fra quelli rimasti avranno il coraggio di apprendere da lui?
La figura del maestro incombe sull'immaginazione. Ne vengono presentati ritratti che lo raffigurano come un guru taciturno, come un saggio che sa tutto, come un eccentrico asceta: tutte queste raffigurazioni spesso perdono di vista la sua vera essenza. Nel momento in cui non allena o non insegna, il maestro sarà una persona piuttosto socievole e incline ad ammettere di avere lacune nella propria conoscenza.
Piuttosto che essere un eremita, è più facile che sia un uomo d'affari, un contadino o un macchinista di treni. Quale che sia la sua personalità, il maestro di un'arte bugei ha alcuni inevitabili tratti caratteristici. Ha percorso la Via, ne ha esplorato tanto la strada principale quanto i sentieri collaterali, e possiede l'abilità e il desiderio di condurre lungo
lo stesso cammino le generazioni successive.
Nelle arti come quelle bugei, il ruolo del maestro non può essere sottostimato. Le Vie marziali non vengono trasmesse attraverso istruzioni scritte. I compagni di allenamento sono di poco aiuto: anch'essi stanno imparando e spesso indulgono a praticare l'uno con I’altro senza supervisione.
Il maestro è l'unica fonte di insegnamento. Senza di lui, lo studente vaga in giro come un non vedente. Un vicolo cieco spesso viene scambiato per la Via. Ancor peggio, è in agguato un precipizio, e lo studente, senza una guida, vi precipita. Solo seguendo le istruzioni del maestro c'è la speranza di seguire correttamente la Via.
Esistono diversi termini giapponesi che denotano il maestro o un insegnante di livello superiore: shihan, shisho, doshi, renshi, kyoshi, hanshi. Il loro elemento comune «shi» non è basato su qualche concetto pedagogico, come si potrebbe sospettare.
La sua derivazione è, invece, topografica. Il radicale di shi è «collina». Altri tocchi di pennello aggiungono il concetto «una pianta che cresce».
«Una pianta che cresce su una collina» diventa la metafora logica che indica l'insegnante se, come avviene per molte parole giapponesi, consideriamo l'eredità marziale del Giappone. Per osservare le sue truppe che combattono, il comandante sale in cima a una collina. Il vantaggio dell'altezza è imperativo per ottenere un'ampia visuale sia della strategia sia della disposizione delle armate. Poiché si trova in una posizione che rappresenta anche un bersaglio, l'astuto generale, se possibile, sceglierà un declivio boscoso.
Nascosto dagli alberi, potrà osservare e dirigere gli scontri senza attrarre attenzione su di sé.
Il maestro osserva e insegna da una simile prospettiva.
Il suo carattere, profondamente maturato dal processo della Via, è privo delle insicurezze che rendono l'ego irrequieto. Non nutre ambizioni. La sua umiltà e la sua autocoscienza riflettono una personalità di tale forza che in lui non è possibile distinguere nessuna artificiosità. La sua personalità gli è utile nell'attività di insegnante. Impartisce con calma le sue istruzioni. Rimane in qualche modo sullo sfondo, anche se è al centro di tutto l'allenamento. È il generale sulla collina.
Il metodo elusivo del maestro di impartire le istruzioni verrà compreso solo da una minoranza di coloro che sono venuti ad allenarsi sotto la sua guida. Quei pochi lo osserveranno proprio come i più abili guerrieri manterranno sempre un occhio fisso sul loro comandante per determinare l'andamento della battaglia. In questo modo, il maestro si assicura che solo i più perseveranti e astuti discepoli lo emuleranno. Costoro saranno gli studenti desiderosi di affidarsi completamente a lui, e avranno il desiderio di percorrere gli stessi passi che egli ha già fatto.
Dalla sua posizione in cima alla collina, il maestro possiede un punto di vista che solo pochi altri condividono. Dev'essere osservato in ogni momento, i suoi comandi devono essere obbediti. Lui solo può guidarci su questo particolare cammino. Il saggio bugeisha lo seguirà.
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