Amici di Enzo Montanari Karate

Amici di Enzo Montanari Karate

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La scuola nasce a Milano nel 1971. Si tengono corsi di Karate per cinture nere.

26/08/2026

Taiji Kase

1929, il 9 febbraio nasce Taiji Kase in Giappone
1934, Kase inizia a praticare Judo
1944, inizia a praticare Karate sotto la direzione di Yosh*taka Funakoshi
1956, entra nella Japan Karate Association (JKA)
1967, si stabilisce in Francia e insegna nel dojo di Henry Plée
1972, lascia il dojo di Henry Plée e insegna al Centre Daviel
1973, fonda il celebre Dojo di rue Daguerre
1976, riceve dalla JKA il grado di 8º dan
1987, lascia la JKA
1989, fonda la World Karate Shotokan Academy
2004, Taiji Kasé muore il 24 novembre

28/07/2026

Los Angeles, World Karate Championship, 1975.

Il M° Montanari, ai tempi dell’agonismo, applica il principio sen no sen: l’iniziativa sull’iniziativa dell’avversario, strategia combattiva molto affine al secondo precetto karate ni sente nashi,
nel quale, da una distanza ravvicinata, si consiglia di adottare il sensen no sen.

20/07/2026

Primo libro di Karate pubblicato in Italia.
Cesare Barioli, 1963, De Vecchi Editore. 750 lire.

08/06/2026

Il Kiai l'hai fatto?

13/05/2026

11 - Ki: energia

Dalla Cina e dal Giappone ci giungono racconti spettacolari di un potere che sembra sovrannatura­le. Storie di uomini in grado di scaraventare un avversa­rio in aria con una semplice torsione del polso e di contra­stare l'attacco più micidiale senza ba***re ciglio.

Questi racconti, a volte, sono anche più fantastici. Il potere può anche essere esteso fino al punto di riuscire a spostare og­getti senza neppure toccarli. Gli avversari possono ve**re uccisi con un gesto eseguito a distanza. E il potere, secon­do queste storie, può anche essere manipolato per guarire e realizzare altri prodigi. In cinese questa forza esoterica si chiama Qi, in giappone­se Ki.

Come molte cose di origine orientale, il ki ha acquisito un alone di esotismo. I praticanti di arti marziali, abituati a parlarne quasi sottovoce, si stupiscono quando, apprese le basi della lingua nipponica, si accorgono che la parola ki vie­ne usata in termini piuttosto ordinari. Nella palestra di alle­namento, frasi e parole come aikido (la Via dell'armonia) e kio musubi (l'atto di unificare il proprio ki) vengono usati in to­no colloquiale.

Ma la parola ki ricorre in giapponese anche quando si parla di tempo (tenki), di follia (kichigai) o addirit­tura del carburatore di un'automobile (kikaki).

Ancora più sorprendenti possono essere espressioni co­me ki ga awanakatta, che vuol dire «non andiamo troppo d'accordo», o kimochi ga warui, «le ‘vibrazioni' non sono buone».

La confusione che circonda le molte identità del ki può essere chiarita esaminando il kanji corrispondente. Ki è un carattere composto che unisce il kanji che significa «ri­so grezzo» con altri tratti sopra di esso che rappresentano il vapore che sale dal riso quando cuoce. Il ki, dunque, viene pittograficamente rappresentato come un'energia plastica, invisibile eccetto che per i suoi effetti.

Noi non recepiamo il vapore che sale dalla pentola ma possiamo sentirlo e ve­derlo quando agita il coperchio. In giapponese, ki si riferisce a una forza organica che può prendere una miriade di forme, può descrivere il clima, la personalità di un indivi­duo, oppure quelle vaghe simpatie o sensazioni che noi tut­ti abbiamo sperimentato.

A Chicago o in un'altra città americana, durante una conversazione, potremmo usare la parola soul, anima, che in inglese può essere usata sia in senso religioso sia per caratterizzare una particolare tendenza culturale. Allo stesso modo, ki può essere usato in giapponese per descri­vere sia cose sacre sia cose profane.

24/02/2026

Palestra n. 3, Centro Sportivo Saini, bianco e nero.

29/12/2025

10 - Oku: i segreti

Per indicare una moglie, in giapponese, si usa il termine okusan, che si potrebbe tradurre con «signora della casa». Okusan è sempre stato reso in un'accezione dispregiativa per connotare una moglie che rimane a casa come una serva. Oku significa «dentro». Per essere ancora più precisi, significa «profondamente all'interno».

Il carattere per oku è fatto di due componenti. Quello più in alto vuol dire «riso dentro un edificio», quello inferiore «spingere con le mani». Così oku può anche indicare l'atto di spingere qualcosa di valore nel punto più segreto. L'okuma è la parte più interna e sicura della casa giapponese. L'oku-no-in è il santuario più interno del tempio shintoista. Considerata in questo contesto, una okusan è una donna che ha accesso alla parte più intima della vita del marito e alla quale è demandata la sua protezione.

Nelle antiche forme di arti bugei, i princìpi fondamentali di una particolare disciplina o tradizione vengono chiamati okugi o okuden, gli «insegnamenti segreti». Quando gli obiettivi di tali arti avevano conseguenze letali, oku indicava gli insegnamenti cautamente trasmessi solo ai più abili e affidabili discepoli del maestro.

Ancora oggi un praticante deve mostrare un'eccezionale pazienza e impegno prima di venir iniziato a qualsiasi okuden. Un'ovvia ragione per l'esclusività della trasmissione degli okuden era che questi segreti risultavano più efficaci e utili in battaglia se erano conosciuti solo da pochi bugeisha. Una ragione ugualmente importante riguarda la struttura di tutti gli insegnamenti di un'arte bugei. Questi vengono spesso percepiti dal profano come un qualcosa di natura gerarchica, in grado di far progredire verso l'alto fino a qualche tipo di «illuminazione» marziale. In realtà, gli insegnamenti seguono un andamento circolare a spirale che torna continuamente alle tecniche fondamentali affrontandole ogni volta in maniera più dettagliata e approfondita.

Gli okuden sono dunque i segreti conservati nel nucleo, nel cuore potremmo dire, dell'arte. Non si tratta del fatto che siano così complessi e sofisticati che solo gli allievi avanzati li possono comprendere. Gli okuden sono nascosti perché tali insegnamenti sono di una sublime semplicità, raffinati, al centro di una spirale più che mai concentrica. Solo gli adepti che hanno percorso il cammino attraverso tutte le sue circonvoluzioni esterne possono veramente comprendere e apprezzare il loro valore.

03/12/2025

9. Heiho: princìpi di guerra, princìpi di pace

«Heiho è heiho» recita un assioma che illustra il ruolo del kanji corrispondente nella comprensione degli elementi della Via marziale. Ridondante nella sua forma scritta in caratteri romani, il significato reale di heiho emerge solo attraverso il kanji. Hei può essere scritto nella sua accezione di «guerra» con un kanji che pittograficamente mostra un'ascia da guerra impugnata a due mani. Scritto con un altro carattere che si pronuncia nello stesso modo, hei può anche denotare una «pacifica prosperità». (Questo carattere è anch'esso di origine pittografica e illustra un ruscello che scorre fino a raggiungere uno stato di pacifica tranquillità in uno stagno.) Così, se conosciamo i caratteri che la compongono, la frase «heiho è heiho» può essere tradotta con «i principi delle discipline marziali sono identici a quelli delle arti della pace».

Il carattere comune a entrambe le versioni di heiho è ho, la «legge». Per scrivere ho il calligrafo traccia il radicale che rappresenta l'«acqua», poi, vicino a esso, un «contenitore». Un secchio sufficientemente grande per contenere l'acqua. Il kanji coglie l'essenza stessa della parola, poiché il Giappone fu, durante l'era feudale, un paese di leggi rigide e restrittive. Dal più umile dei contadini all'aristocratico, il giapponese dei tempi antichi era sottoposto alla legge in ogni singolo aspetto dell'esistenza.

I samurai non erano esenti dalle leggi. Il Buke shohatto, una vasta raccolta di decreti imposti dal regime dei Tokugawa, serviva proprio a governare la classe dei guerrieri.
Se, per esempio, il parente di un bushi veniva assassinato, il guerriero non era necessariamente libero di vendicarsi, come viene mostrato nei romanzi popolari e nei film storici nipponici. Prima doveva chiedere al suo signore il permesso di abbandonare i suoi abituali compiti. Se l'assassino fuggiva, il samurai doveva procurarsi i fondi necessari per mantenere se stesso e la sua famiglia mentre ricercava l'omicida. E una volta che al samurai veniva concessa la facoltà di vendicarsi, non poteva, secondo la legge, tornare al servizio del suo padrone prima di aver completato la propria missione.

In senso teorico, le rigidità della legge che governava i bushi così severamente dovevano renderli più partecipi della condizione delle altre classi. La realtà, come è ovvio, era che il samurai tendeva a preoccuparsi solo di se stesso, come la maggior parte della gente in ogni epoca. Eppure sarebbe scorretto non riconoscere che molti samurai si presero realmente a cuore il benessere delle altre classi.

Molti esercitarono la loro influenza per la realizzazione di benèfici comportamenti di governo, e tra i principali educatori e politici che portarono il Giappone nel XX secolo si ritrovano diversi famosi bugeisha.

Inevitabilmente, questi bugeisha applicarono i princìpi della disciplina marziale al governo. Coraggio, integrità morale, rispetto per gli altri: tutte queste convenzioni delle Vie marziali venivano tradotte nella pratica del governo, poiché quei princìpi portavano a una maggiore capacità di individuare il tradimento, a essere pronti ad affrontare il pericolo, a una calma spirituale durante le crisi. L’esempio di questi guerrieri, la loro abilità di utilizzare le leggi della battaglia nella formulazione di leggi per il miglioramento della loro società, dovrebbe essere d'ispirazione per i moderni bugeisha. Se questi ultimi, durante l'allenamento, non riescono a vedere l'applicazione delle leggi della loro Via nella vita sociale, allora, per quanto possano procedere nell'apprendimento delle arti marziali, il perfezionamento della Via sarà per loro privo del suo reale significato.

20/10/2025

MUSHOTOKU
Senza scopo né profitto.

Fissarsi sopra un solo oggetto, avere il più piccolo pregiudizio, il più piccolo pensiero, perseguire un fine, anche il più lontano, ci allontana ineluttabilmente dall'autenticità dello zazen.
Anche se, in quanto monaci, crediamo di praticare il Buddhismo, rispettandone i precetti e seguendo una pratica alquanto rigorosa, se continueremo a provare attaccamento non faremo altro che persistere nell’errore, mantenendo un atteggiamento di mortificazione e di egoismo o quanto meno di dogmatismo.

Satori significa solo diventare mushotoku comprendendone intimamente e profondamente il significato. Kodo Sawaki diceva che il satori equivale a un totale danneggiamento, a una perdita assoluta. In altre parole, alla spoliazione, al morire a se stessi, alla totale estinzione di sé e quindi di ogni ricerca.

Annullare questo spirito di attaccamento, non aderire a nulla, non aspettarsi più nulla, non inseguire nulla, non volere più nulla: questo è mushotoku.

La gente fa sempre calcoli: «Di più... di meno... », ma nello Zen, quando si dà qualcosa a qualcuno e si pratica il dono, si deve dimenticare a chi si dà, chi dà, e ciò che si dà. Questa azione dev'essere senza scopo. È il vero dono mushotoku.

Che cos'è un vero dono? Non attendere una ricompensa. Infine è attraverso il dono del proprio corpo, con il viso, con lo sguardo e con le parole che bisognà infondere negli altri il sentimento di sicurezza, di fiducia, di sollievo.

Così dev'essere un vero dono mushotoku. Nessuna ricompensa. Quando vi astenete dal gustare un piatto di delizie di cui avete una gran voglia, ciò diventa un grande dono per tutta l'umanità, per il mondo intero, un dono dai meriti infiniti. Il dono non è solo qualcosa di materiale: la sublimazione dei desideri è un dono perfetto. Si calcola continuamente, abbiamo sempre un fine, ma mushotoku è senza oggetto. La mente è senza ostacoli. La libertà non è egoismo.
Dare eccessiva importanza alla propria persona non è autentica libertà. In fondo molti fastidi e difficoltà derivano proprio da questo. Se siamo egoisti nei rapporti con il nostro compagno, avremo parecchi problemi. Se la mente segue completamente l'ordine cosmico diventa mushotoku e non si teme più nulla.

Se la mente non aderisce, non si volge a nulla, non c'è nessun bisognò di avere paura.

Mushotoku è il totale abbandono di sé, dei propri pensieri, dei propri fini e di tutto quel mondo mentale che costituisce la tela di fondo dello sviluppo dell'ego. La vera compassione consiste esattamente in questo tipo di abbandono, comincia da esso e finisce con esso. Non fate uso del pensiero nel campo della saggezza e non sforzatevi per ottenerla: la vera saggezza è mushotoku. La si ottiene solo per via inconscia in modo naturale ed automatico. In Oriente la saggezza affonda le radici nell'essenza prendendo origine da mushotoku, trascende tutti i limiti della mente, ed è, in un istante, oltre lo spazio e il tempo, eterna e immutabile. La più alta saggezza è senza scopo, non ha coscienza. Non si origina dal cervello frontale, ma dal talamo, dal cervello centrale, e nasce da tutto il corpo. È la vera saggezza, la saggezza perfetta.

18/09/2025

1° ottobre 2025

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