30/08/2026
🏀 DENNIS RODMAN, 100.000 DOLLARI E 13 TRIPLE
Dennis Rodman aveva costruito una carriera NBA facendo praticamente l’opposto di quello che accadde quella sera.
Difendere. Prendere rimbalzi. Entrare nella testa degli avversari.
Il tiro da tre? Non esattamente il suo mestiere.
Eppure, il 6 novembre 2005, a 44 anni, The Worm decise di reinventarsi. Per una sera.
La storia comincia in un bar in Finlandia, dove Rodman incontra il general manager di una squadra professionistica, la Torpan Pojat della capitale Helsinki. Il GM chiede al suo agente quanto servirebbe per convincere una leggenda NBA a scendere in campo.
La risposta: 100.000 dollari.
Affare fatto.
Il dettaglio più surreale arriva però all’intervallo: Rodman confessa di non aver toccato un pallone da basket nei sei mesi precedenti.
E cosa fa?
Si mette a ti**re da tre.
Sei tentativi nel primo tempo, altri sette nel secondo. Tredici triple complessive. Cinque segnate.
Dennis Rodman.
Quello che in NBA era diventato una leggenda senza aver praticamente mai bisogno di segnare.
Quello dei rimbalzi impossibili, della difesa asfissiante, dei capelli colorati e delle battaglie psicologiche.
In Finlandia, davanti a un pubblico accorso in massa per vedere una leggenda NBA, decise semplicemente di fare qualcosa che non ci si aspettava da lui: ti**re.
E quella partita diventò anche una delle ultime apparizioni sul parquet di una carriera ormai entrata nella leggenda.
Dopo Detroit e i due titoli con i Pistons, i tre con i Bulls insieme a Jordan e Pippen e le brevi parentesi successive, Rodman aveva ormai chiuso con la NBA.
Ma evidentemente non con il basket.
Per 100.000 dollari, una sera in Finlandia, Dennis Rodman si trasformò nel tiratore che non era mai stato.
E forse è proprio questo il finale più rodmaniano possibile. 🏀😅
30/08/2026
Spiegare a Sabonis perché non hai fischiato fallo...
Tutto in una foto! 😎😅🏀
28/08/2026
🏀👓 New York, 1947.
Un bambino nasce troppo alto per essere ignorato. I compagni di scuola lo guardano come un fenomeno da baraccone, ma quell'altezza diventerà la sua arma.
A UCLA domina come nessuno prima: tre titoli nazionali, tre volte MVP del torneo, Player of the Year per ben quattro associazioni. Il suo nome è Lew Alcindor Jr, poi tutto il mondo lo conoscerà come Kareem Abdul-Jabbar.
Ma c'è una storia meno raccontata, fatta di dolore silenzioso. Il 12 gennaio 1968, in un contrasto a rimbalzo, un colpo gli scortica la cornea sinistra. È solo l'inizio. La sua altezza lo rende un bersaglio costante di gomitate e dita negli occhi — spesso accidentali, poi sempre più spesso no, e gli avversari capiscono che gli arbitri professionisti chiudono un occhio (letteralmente) su questi episodi.
A Milwaukee conquista un anello nel '71 e tre MVP in cinque anni, ma nel 1974 il corpo dice basta: un'altra cornea graffiata, la frustrazione esplode e Kareem colpisce con un pugno il sostegno del canestro. Mano rotta, 16 partite saltate. Da quel momento indossa gli occhiali protettivi che lo renderanno iconico — ma il danno era già scritto nella sua storia clinica: erosione corneale ricorrente, occhi secchi che nel 1986/87 gli faranno saltare diverse partite.
Eppure nulla di tutto questo lo ha veramente fermato. Kareem Abdul-Jabbar resta, occhiali e cicatrici comprese, uno dei più grandi di sempre. 🐐
27/08/2026
Il 27 agosto di undici anni fa ci lasciava Darryl Dawkins. Aveva solo 58 anni.
Prima di diventare una leggenda, Dawkins era stato qualcosa di molto più difficile da definire: un vero personaggio, uno di quelli che entravano in una stanza e sembravano già occupare tutto lo spazio.
Nato a Orlando nel 1957, esplose alla Maynard Evans High School: da senior viaggiava a 32 punti e 21 rimbalzi di media, conquistando il titolo statale. Nel 1975 arrivò la scelta dei Philadelphia 76ers, quinta assoluta, direttamente dalla high school, aprendo una strada che negli anni successivi sarebbe stata percorsa da Kevin Garnett, Kobe Bryant e LeBron James.
Con i Sixers arrivò alle Finals del 1977 e, dalla stagione successiva, iniziò a ritagliarsi un ruolo sempre più importante. Ma Dawkins sarebbe diventato immortale per un'altra ragione.
Il 13 novembre 1979, contro i Kansas City Kings, una delle sue schiacciate fu talmente violenta da mandare in frantumi il tabellone. Non era un semplice gesto atletico: era una dichiarazione di forza. E non fu un episodio isolato.
Dawkins arrivò persino a dare un km nome alle sue schiacciate, trasformandole in piccoli eventi: The Yo-Yo from Puerto Rico, The Left-Handed Spine Chiller Supreme, The Rim Wrecker.
Aveva anche un soprannome impossibile da dimenticare: “Chocolate Thunder”.
🇮🇹 E poi ci fu l’Italia.
Nel 1989, a 32 anni e dopo 14 stagioni NBA, Darryl Dawkins arrivò alla Ipifim Torino, in Serie A2. E il suo impatto fu immediato: nella prima stagione trascinò Torino a un incredibile record di 23 vittorie e 7 sconfitte, il migliore dell'intero campionato, conquistando la promozione in Serie A1.
Rimase a Torino per due stagioni e proprio la seconda fu probabilmente la sua migliore esperienza italiana: oltre 21 punti e 11 rimbalzi di media, con percentuali al tiro superiori all'80%. Nella stagione 1990/91 fece registrare addirittura l'83,7% dal campo, un record ancora oggi negli annali della Serie A.
Nel 1991 arrivò la chiamata dell'Olimpia Milano. La Philips di Mike D'Antoni gli affidò il ruolo di centro e Dawkins rispose con una stagione da 15,5 punti e oltre 9 rimbalzi di media, tirando con l'incredibile 80,8% da due in campionato.
Ma soprattutto giocò una grande Coppa dei Campioni e Milano arrivò alle Final Four di Istanbul, chiudendo poi al terzo posto. Dawkins disputò 19 partite, segnò 265 punti, catturò 175 rimbalzi e tirò con l'80,7% da due. In semifinale contro il Partizan mise insieme una prova mostruosa: 21 punti e 19 rimbalzi.
Nel 1992 lasciò Milano e scese nuovamente in A2, questa volta alla Libertas Forlì, dove ritrovò Johnny Rogers. Rimase per due stagioni, senza riuscire a riportare il club in A1, ma continuando a produrre numeri impressionanti: nel 1993/94 tirò con l'85,5% dal campo, un'altra cifra rimasta nella storia del campionato italiano.
Cinque anni in Italia, tre città e una certezza: anche da noi, Chocolate Thunder continuò a far tremare i canestri. 🏀💥
25/08/2026
Quando l’America veste... Olimpia 🏀🇮🇹
Cinque uomini, cinque storie, una maglia che li ha legati per sempre.
Russ Schoene, Bob McAdoo, Mike D’Antoni, Joe Barry Carroll e Antonio Davis. Nomi diversi, epoche diverse, ma tutti protagonisti della storia dell’Olimpia Milano.
E soprattutto, una bella fetta di quella storia racchiusa in una sola fotografia: scudetti, coppe, ricordi e una quantità impressionante di talento. 🏆
D’Antoni è il simbolo di un’epoca, McAdoo il campione NBA arrivato a Milano per diventare anche un campione d’Europa. Carroll e Schoene hanno lasciato il loro segno, mentre Antonio Davis ha rappresentato una delle ultime grandi parentesi americane prima del definitivo salto verso la NBA.
Cinque ex giocatori dell’Olimpia.
Cinque pezzi di storia.
Milano non dimentica. 🔴⚪
23/08/2026
È il 23 agosto, auguri Kobe! ❤️🏀
Ho (quasi) giocato contro Kobe Bryant
Clicca qui per acquistarlo su Amazon! "Ho quasi giocato contro Kobe Bryant" rappresenta il mio piccolo contributo nel rendere omaggio allo sport più bello del mondo. Troverete aneddoti, ritagli di giornale e altri cimeli di quelli che per me sono stati gli anni d’oro della pallacanestro italiana...
20/08/2026
Il Brasile indosserà nelle prossime partite delle qualificazioni alla FIBA World Cup un distintivo speciale dedicato a Oscar Schmidt.
Sul petto, il volto della Mão Santa e una scritta semplice, ma enorme:
“Oscar Eterno”. 🏀🇧🇷
Perché Oscar non è stato soltanto il più grande realizzatore della storia del basket brasiliano. È stato una parte dell'identità di quella maglia.
E adesso quella maglia porterà ancora il suo nome.
Oscar Eterno. Per sempre. ❤️🏀
19/08/2026
John Starks non era ancora "John Starks" quando arrivò al training camp dei New York Knicks.
Nel 1990 aveva un solo obiettivo: conquistarsi un posto a New York, ma anche dimostrare alle altre 29 squadre NBA di meritarselo.
«Quando sono arrivato, però, ho sentito che quello era il mio posto. I Knicks mi sembravano casa. E diedi tutto in quel training camp».
L'ultimo giorno decise di lasciare il segno. In allenamento provò addirittura a schiacciare sopra Patrick Ewing. Non ci riuscì e si girò il ginocchio. I Knicks lo misero in injured list, garantendogli così il tempo necessario per recuperare.
Fu l'inizio di una storia che avrebbe legato Starks a New York per otto stagioni.
Con Pat Riley in panchina, quei Knicks erano duri, fisici, quasi feroci.
«Eravamo una squadra selvaggia. Se qualcuno sbagliava un movimento, glielo facevamo notare. Ma nessuno se la prendeva. Avevamo tutti lo stesso obiettivo. Eravamo la squadra più tosta e più lavoratrice della lega. Eravamo il riflesso della mentalità di Riley».
Poi arrivò il 25 maggio 1993.
Semifinali di Eastern Conference. Knicks contro Bulls. Madison Square Garden.
Starks riceve, attacca la linea di fondo e si trova davanti Michael Jordan.
Salta.
Schiaccia.
E corre immediatamente dall'altra parte del campo per tornare in difesa.
Il particolare più bello?
John Starks non sapeva nemmeno di aver schiacciato sopra Michael Jordan.
«Non mi ero accorto che Michael fosse nell'inquadratura. L'ho scoperto il mattino dopo, quando ho visto il giornale».
Anni più tardi, Starks e Jordan ne risero insieme.
«Michael mi disse che non avevo schiacciato sopra di lui. Gli risposi che era arrivato tardi sull'azione e quindi non avrebbe dovuto saltare. Però sono contento che fosse nella foto».
Quella fotografia è diventata una delle immagini più iconiche della storia dei Knicks!
15/08/2026
🏀 Da Milano.... a Springfield!
C’è un filo che attraversa una carriera lunga quasi mezzo secolo e che oggi arriva fino alla Naismith Basketball Hall of Fame.
Mike D’Antoni è ufficialmente nella Hall of Fame, pronto ad indossare l'inconfondibile giacca arancione.
Uno che il basket lo ha vissuto prima da giocatore, poi da allenatore. In Italia ha costruito una parte fondamentale della sua storia, prima di portare negli Stati Uniti un’idea di pallacanestro che sembrava quasi troppo veloce per quei tempi.
Non ha vinto il titolo NBA, ma cambiò il modo di pensare il gioco del basket. E forse è proprio questo il riconoscimento più grande per un allenatore: lasciare qualcosa che continua a esistere anche quando la tua lavagna è ormai vuota.
Oggi, a Springfield, Mike D’Antoni entra nella storia.
Uno di noi. 🇮🇹🏀
(La sua nomina è arrivata come membro della Classe 2026 nella categoria Contributors. La cerimonia si tiene oggi, 15 agosto, a Springfield).
14/08/2026
Magic andava troppo veloce.
È questo mio vano tentativo di "congelare" una sua azione a duecento allora ne è la prova, abbiate pazienza 😅
Non è facile raccontare Magic senza finire nei soliti numeri, nei titoli, negli assist.
Perché Magic era soprattutto una sensazione.
Quella di guardare un giocatore di 2,06 metri trattare il campo come se fosse casa sua: un passaggio dietro la schiena, un sorriso, una giocata che nessuno aveva visto arrivare.
E quando pensavi di aver capito cosa avrebbe fatto… aveva già fatto qualcos'altro.
Buon compleanno, Magic. 🏀✨