07/09/2023
Vi invitiamo a perdere 10 minuti della vostra giornata per leggere e riflettere su questo testo prodotto dallo Sgarrupato (una realtà che da anni opera sul territorio).
Perché ha ragione Monsignor Battaglia quando ieri diceva "Perdonaci tutti Giogiò, perché quella mano l’abbiamo armata anche noi, con i nostri ritardi, con le promesse non mantenute, con i proclami, i post, i comunicati a cui non sono seguiti azioni, con la nostra incapacità di comprendere i problemi endemici di questa città che abitata anche da adolescenti - poco più che bambini – camminano armati, come in una città in guerra. Perdona i nostri individualismi, i nostri protagonismi sterili, le nostre visioni parziali, la nostra incapacità di fare rete, di superare l’idolatria dell’io per creare il “noi”, opponendo un sistema di vita al sistema di morte di cui anche tu sei stato vittima innocente!"
“L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio” (I. Calvino, le città Invisibili)
La morte violenta e assurda di Giovanbattista Cutolo, Giò Giò per quant* tra noi lo conoscevano, ci ha sconvolto e scosso. Un musicista di talento, un giovane gentile e disponibile ma soprattutto un ragazzo con tutta la vita davanti che improvvisamente se l’è ritrovata alle spalle solo per aver incontrato sulla sua strada un giovanissimo, un minorenne che girava armato nella notte di Napoli.
Per esperienze come la nostra, abituate da anni a mettere le mani nelle contraddizioni dei nostri territori, a costruire percorsi con i ragazzi/e, a fallire e a rialzarsi, a non affidarsi a stereotipi e pregiudizi, a rivendicare una città più libera e più equa e in tal senso anche più sicura, il senso acuto di ingiustizia per una tragedia come questa è sempre un momento di disorientamento, di senso di impotenza.
L’unica bussola che conosciamo, insieme alla vicinanza e alla solidarietà con chi vive il dolore e la perdita, è il confronto collettivo per fare i conti con il sentimento di inadeguatezza.
Non potremo mai accodarci alla rassegnazione di chi dice che avviene in tante altre metropoli del mondo, perché noi viviamo in questa e la amiamo e neppure ci appartiene la retorica del fujtavenne, anche per rispetto delle tante e dei tanti che invece sono stati costretti ad andarsene per forza, per mancanza di reddito, di lavoro, di opportunità. Storie che in fondo riflettono pure quella di Giovanbattista, costretto a lavorare in un pub fino a tarda notte pur suonando stabilmente in un orchestra, perché d’arte a Napoli non si vive. Eppure aveva scelto di restare.
No, non ci si può rassegnare alla violentizzazione delle relazioni sociali, alla crescita della circolazione di armi tra i minorenni, giovani e giovanissimi che vanno a schiantarsi con la vita nell’indifferenza dei più e qualche volta mettono sotto qualcuno che ne ha semplicemente incrociato la strada.
Il punto però è una città che a partire dalle sue Istituzioni si fa determinate domande solo in questi casi, solo (e nemmeno sempre) di fronte all’irreparabile, al lutto.
Un sistema dei media e della politica ufficiale che di fronte alla disperazione e al dolore delle vittime sa solo alimentare l’aspettativa di un’accelerazione securitaria: l’abbassamento dell’età punibile, l’ergastolo per i minorenni, il daspo urbano a 14 anni, il carcere per chi non manda i figli a scuola… l’uso emozionale del diritto penale insieme a operazioni spot come quella di Caivano.
Un piano del discorso che non ci appartiene ma in cui anche non crediamo, perché produce una visione distorta della questione sociale ed effetti conseguenti. E consegna alla politica stessa un alibi per sfuggire alle proprie responsabilità nascondendosi nella propaganda. Il tasso di minorenni nel circuito della detenzione è già tra i più alti d’Europa, ma questo non ha reso la città più “sicura”...
Si perde di vista quel contesto che per alcuni è “sociologismo” e per noi è semplicemente la realtà quotidiana delle strade che conosciamo. Quelle motivazioni strutturali che non cancellano ovviamente le responsabilità personali, ma fanno si che le tragedie si ripetano, anzi che purtroppo abbiano smesso di sorprendere.
Siamo l’area metropolitana con il più alto tasso di evasione scolastica dell’Europa occidentale, con un livello di disoccupazione giovanile e di lavoro nero insostenibile. Utopico aspettarsi in queste condizioni percorsi di educazione sentimentale, all’uso dei social media, di contrasto al bullismo che mancano pure in contesti più privilegiati. Condizioni di marginalità e disgregazione sociale e familiare nella cui rabbia si amplificano gli effetti di quelle sottoculture del macismo e del consumismo competitivo, che sono molto più trasversali ai ceti sociali e molto più globali. Condizioni che certo rischiano di essere sfruttate dalle forme organizzate della criminalità predatoria. Ma pure situazioni su cui è possibile intervenire, con le giuste risorse, mentre chi doveva farlo, dal piano comunale e regionale a quello nazionale, ha progressivamente dismesso ogni servizio pubblico.
Una realtà su cui incide pure l’isolamento delle lotte sociali, che invece sempre rappresentano anche un percorso di autoformazione civile, dando voce e consapevolezza al bisogno di cambiamento: rassegnazione pubblica e rabbia privata sono spesso facce della stessa medaglia.
Nei quartieri del centro storico si è affermato un modello di crescita economica basata esclusivamente sul turismo, un economia della rendita più che del reddito, che perciò è per sua natura profondamente diseguale se non ci sono politiche pubbliche che lo governano garantendo i diritti sociali e le condizioni dell’abitare. Si parla di “Rinascimento” come se per questo bastasse il profitto e il denaro. Quanto di questa rendita è stata invece convertita in progetti sociali, culturali, in reddito, in salari adeguati e opportunità di emancipazione!?
Almeno ai Quartieri Spagnoli molto poca temiamo...
Diversi anni fa l’omicidio di Petru, un suonatore di organetto, durante una clamorosa stesa di camorra determinò una scossa dal basso nel quartiere Montesanto. Che vide in prima fila le realtà di base ma anche le componenti più consapevoli dei cittadini comuni e dei ceti popolari, nel tentativo di riprendersi il diritto allo spazio pubblico, alla vita sociale, alla scuola e all’emancipazione dei ragazzi. Si sono cosi moltiplicate esperienze e percorsi spesso nell’indifferenza delle amministrazioni pubbliche. Alcuni di questi r/esistono ancora oggi, altri sono nati ma sappiamo che non basta.
L’abbiamo già scritto, non abbiamo risposte, non abbiamo soluzioni per quello che è successo, diffidiamo profondamente per chi dice di averne, perché la morte è sempre irreparabile. Ma con limiti e inadeguatezze sappiamo quello che faremo. Torneremo a confrontarci con le persone nelle strade, con le sorelle e i fratelli che dal centro alle periferie provano a non rassegnarsi al cinismo, a lottare per un cambiamento, per una pedagogia dal basso, cercando però stavolta di non fare sconti a chi invece avrebbe la responsabilità di intervenire, di garantire l’accesso ai diritti, all’educazione, al reddito, alla cultura e se ne lava le mani… è il nostro modo, l’unico che conosciamo, anche per ricordare Giovanbattista. Le migliaia di persone che ieri hanno partecipato ai funerali in piazza del Gesù possono essere un segnale o anche solo un evento, un rito. Dipende da quello che faremo tutte e tutti. Per sancire che le vite e le storie dei ragazzi contano. Sempre.
“L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio” (I. Calvino, le città Invisibili)