18/10/2026
C’è una questione di cui si parla poco quando si discute di escursionismo in alta montagna:
IL CONFINE tra il DIRITTO di affrontare un rischio e la RESPONSABILITA delle CONSEQUENZE che quel rischio può produrre.
Da guida mi capita di pensare a quanto sia cambiato il nostro rapporto con la montagna. Oggi abbiamo previsioni meteo sempre più accessibili, GPS, tracce scaricabili, applicazioni che promettono di accompagnarci ovunque. E abbiamo un sistema di soccorso che, giustamente, consideriamo un presidio fondamentale.
Ma siamo sicuri che tutta questa disponibilità di strumenti e risorse ci abbia reso più consapevoli del rischio? Perché esiste una differenza sostanziale tra sapere che una montagna può essere pericolosa e comportarsi come se il pericolo fosse sempre gestibile.
Il meteo cambia. Un sentiero apparentemente semplice può diventare insidioso. Una traccia sul telefono non ci dice necessariamente se siamo in grado di affrontare il terreno che abbiamo davanti. E una preparazione insufficiente non diventa adeguata soltanto perché abbiamo scaricato un’applicazione.
Il problema non è sbagliare. In montagna può sbagliare anche una persona esperta, così come può trovarsi in difficoltà chi ha fatto tutto correttamente. Gli imprevisti esistono e nessuna preparazione elimina completamente il rischio.
Il problema nasce quando smettiamo di considerare le conseguenze delle nostre decisioni.
Perché una scelta individuale, in montagna, raramente rimane soltanto individuale.
Può coinvolgere soccorritori che operano in condizioni difficili, altre persone esposte a un rischio durante un intervento, risorse pubbliche e famiglie che aspettano notizie.
Questo non significa che chi ha bisogno di soccorso debba sentirsi in colpa, né che si debba giudicare una persona prima di conoscere le circostanze. Il soccorso deve essere garantito a chiunque ne abbia bisogno. Un incidente non è automaticamente il risultato di una condotta irresponsabile.
Ma garantire il soccorso non significa dover rinunciare a una riflessione sulla prevenzione. (potete chiamare polemica, o riflessione)
!! ⚠La solidarietà non esclude la responsabilità.
Credo che una parte fondamentale del nostro lavoro sia proprio questa: aiutare le persone a comprendere che andare in montagna non significa soltanto scegliere una destinazione e raggiungere una vetta. Significa valutare le proprie capacità, conoscere i limiti degli strumenti utilizzati, interpretare le condizioni ambientali e, soprattutto, essere disposti a cambiare programma o a rinunciare.
Eppure, in una cultura escursionistica sempre più orientata al risultato, alla prestazione e alla condivisione dell’impresa, fermarsi può sembrare un fallimento, come se tornare indietro senza aver raggiunto la vetta significasse aver sprecato la giornata.
Forse è proprio qui che dobbiamo interrogarci: non soltanto sulla preparazione tecnica di chi frequenta l’alta montagna, ma sulla mentalità con cui la affronta.
La domanda, allora, non è se chi sbaglia debba essere soccorso. Deve esserlo. La domanda è se stiamo facendo abbastanza per evitare che errori prevedibili si trasformino in emergenze
Perché la cultura della montagna non si misura soltanto dal numero di persone che raggiungono una cima, ma anche dalla capacità di riconoscere quando è il momento di non raggiungerla. ( non conquistarla😊 )