23/08/2026
Una mamma che guarda la figlia fare ginnastica artistica.
È un lavoro a tempo pieno non muovere un muscolo.
Stai seduta su quella panca di plastica, con la borsa piena di elastici per capelli e cerotti, e dentro ti succede di tutto.
Vedi le mani prima di tutto. Le sue. Piccole, bianche di magnesite, con quei calli che tu conosci uno ad uno. Le stesse mani che stringevi per attraversare la strada.
Poi la vedi prendere la rincorsa e il tuo respiro si ferma. Per tutti gli altri è un esercizio. Per te è una lista infinita di cose:
Le cadute che non hai potuto evitare.
Le sere in cui è tornata a casa stanca e ha pianto perché la trave era troppo alta.
La forza assurda che ci vuole per sorridere dopo un errore e ricominciare.
Tu non guardi se arriva dritta. Guardi se si rialza con gli occhi giusti.
Non conti i decimi. Conti quante volte ha avuto il coraggio di provarci ancora.
E quando atterra — anche se fa un passettino — a te sembra di atterrare insieme a lei. Con il cuore che fa un tonfo sordo sul tappeto blu.
Nessuno in tribuna può capire. Vedono una ginnasta.
Tu vedi tutta la strada che ha fatto per diventare quella che vedi in pedana per 90 secondi.
È orgoglio, sì. Ma è soprattutto quel pensiero muto che ti ripeti ogni volta:
Vai amore. Io sono qui. Qualunque cosa succeda, io sono qui.
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