DIARIO DI BORDO #300
di Antonio Salvati
Arrivano la primavera e il gran caldo, si inizia a sudare e sulla barca di chi tifa Napoli, per fortuna, ieri si stava meno stretti, dopo che in molti sono tornati a riva a nuoto, dichiarando finita la stagione, la settimana scorsa dopo il pareggio di Milano, con la Juventus a ben quattro punti di svantaggio con dieci partite da giocare.
Adesso ritorneranno a tutti quanti, millantando di non aver mai detto niente a riguardo, sostenendo di averci sempre creduto. Questo dopo la vittoria di ieri sera contro il Genoa, che consente il Napoli di dimezzare il distacco dalla Juventus, fermata a Ferrara.
Non è stato semplice. Il Genoa è venuto a Napoli a giocarsi la sua partita, naturalmente imbottigliata in tutti i suoi effettivi nella sua metà campo ma giocando un buon primo tempo, andando anche vicino al gol contro un Napoli che, almeno nei primi trentacinque minuti, non è stato il solito. Stavolta ho avuto la netta percezione di una squadra nervosa, di una squadra che sentisse la partita e l’obbligo di vincerla a tutti i costi dopo il pareggio della Juventus.
Ne deriva una manovra offensiva ingolfata, lenta, prevedibile ed imprecisa. Merito anche del Genoa che si metteva dietro, con una difesa a sette, protetta da uno scudo di tre uomini davanti alla difesa che in altre circostanze sarebbe il tridente d’attacco. Mettiamoci pure un campo reso scivoloso dalla pioggia (se lo dicesse Sarri si beccherebbe insulti da ogni giornale, quindi meglio che lo dica io), Mertens insolitamente impreciso che nel primo tempo sbaglia quasi tutto quello che c’è da sbagliare. Mettiamoci anche la sfortuna, con il palo di Insigne a Perin praticamente battuto ed Hamsik costretto ad uscire per infortunio dopo un quarto d’ora. Insomma, tanti segnali che lasciavano presagire ad una partita di sofferenza, ma che avevo fiducia si sarebbe sbloccata, in un modo o nell’altro.
Quel modo si chiama calcio d’angolo. Arma in più che il Napoli ha reso un punto di forza. Albiol timbra il suo primo gol in campionato; un gol di importanza non quantificabile per le sorti del campionato. Un gol che scaccia i fantasmi, che aleggiavano sul San Paolo sempre più insistentemente, dopo il secondo palo della serata, firmato Mertens. Un gol meritato, per il pressing feroce che la squadra stava esercitando contro il quale il Genoa non riusciva a trovare efficaci contromisure, se non sparare il pallone il più lontano possibile.
Dopo il gol, il Napoli può usufruire di qualche spazio in più dal Genoa, che non può difendere una situazione di svantaggio, ma non approfitta di un paio di occasioni importanti, una delle quali clamorosa con Milik che davanti a Perin decide di lasciare ad Insigne l’onore di raddoppiare, ma il suo assist risulta lento, con Insigne costretto ad optare per una soluzione più complessa rispetto a quanto le circostanze avrebbero richiesto, con uno scavetto facilmente disinnescato dai difensori del Genoa.
Peccato, perché il raddoppio avrebbe chiuso la partita evitando dieci minuti di inutili sofferenze, nei quali il Napoli, anche abbastanza ingenuamente, non riusciva a tenere palla, cercando di uscire sempre e comunque palla al piede quando magari, in quel particolare momento, sarebbe stato meglio andare di sciabola che di fioretto, magari prendendo qualche fallo, magari perdendo qualche secondo in più per far scorrere il cronometro. Si tratta di furbizia e di esperienza, ma sono dettagli importanti.
Ah, a proposito di dettagli: minuto 82.10, cross del Genoa dalla sinistra, un campanile che potrebbe rappresentare un’insidia a causa del nutrito numero di attaccanti genoani presente in area. Reina, si muove, chiama palla e la fa sua in presa altra. Commozione. Davanti allo schermo, ho ringraziato il Dio Pallone per aver conferito una scintilla di mobilità al nostro portiere ed in quel momento ho capito che il Napoli avrebbe fatta sua la partita: a volte basta un segno. Quello che ci mette a due punti di distanza dalla Juventus, a nove partite dalla fine. E adesso, cortesemente, cari tifosi ad orologeria, restatevene a riva, che sulla barca non c’è più spazio per voi. Ed ora, obiettivo Sassuolo.
Diario di Bordo
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DIARIO DI BORDO #299
di Antonio Salvati
Prima del sorteggio di Champions, ho acceso un cero davanti ad un pallone, rappresentazione di un ipotetico Dio, per scongiurare il pericolo del derby italiano Juventus v Roma. E’ già fin troppo aberrante veder giocare due squadre di Serie A in Serie A, ergo avrei voluto evitare che tale scempio si ripetesse in Champions.
Fortunatamente, almeno per una volta, il Dio Pallone ha ascoltato la mia invocazione, non solo evitatandomi il più brutto quarto di finale della storia della Champions, ma facendo confluire le due squadre italiane contro due delle squadre più forti proposte in tabellone.
Alla Juventus tocca il Real Madrid, alla Roma il Barcelona. Roba tosta, ma d’altra parte non vincerai questa competizione se non ti confronti e batti i migliori. Sulla carta le due italiane partono sfavorite. Hai voglia a dire che la Juventus ha vinto sei Scudetti di fila e può ancora migliorare il filotto, ma vuoi mettere contro 12 Coppe dei Campioni, le ultime due delle quali vinte consecutivamente, l’ultima proprio contro la stessa Juve.
Non è solo questione di blasone, ma anche e soprattutto per la qualità di gioco espressa dalle due formazioni. Davvero bassa quella della Juventus, che basa la sua impiantistica di gioco sulla acclarata solidità difensiva, che se è ampiamente manifesta in Serie A, nella quale prende un gol ogni 5 mesi, in Champions basta un Tottenham qualsiasi per bucarla 3 volte in 180 minuti. Del Real cosa vogliamo dire? Due Champions consecutive ed il suo uomo di punta che vanta 117 gol nella competizione e 5 Palloni d’Oro, direi che va bene così. Non aggiungerei altro; lascio al campo il verdetto ultimo.
La forbice esistente tra Barca e Roma è ancora più netta e marcata. La Roma ha dovuto soffrire esageratamente contro il non insormontabile Shaktar, dovendosi affidare alla bravura del suo portiere. Basterà contro un Barcelona lanciatissimo, guidato da un Messi che, praticamente da solo, ha messo alla porta il Chelsea “Made in Italy” di Conte? Trovo che questo doppio confronto abbia davvero poca storia, specie quando il Barcelona gioca a buoni livelli come squadra, ma con quel numero 10 che decide quando e come vincere le partite.
Altro doppio confronto che, almeno sulla carta, sembrerebbe scontato ed appannaggio del Bayern che si confronterà con il Sevilla di Montella.
Strano il calcio: tre mesi fa il tecnico di Pomigliano era sulla graticola della panchina del Milan, da cui è stato esonerato, oggi invece va a giocarsi un quarto di finale di Champions, mentre proprio il “suo” Milan è stato fatto fuori in Europa League. Sicuramente quello del Sevilla è stato l’exploit degli ottavi di finale, andando a qualificarsi ad Old Trafford ai danni del Manchester United guidati da Mourinho, il quale non si sa se sia più imbarazzante per il livello di gioco che propone o per le dichiarazioni post-partita che rilascia.
Il Bayern invece è andato a passeggio contro il Besiktas e, forte di una Bundesliga ormai in cassaforte e di un gruppo sicuramente più solido, cementato da Heynckes, può focalizzare la sua attenzione sulla Champions. Lo stato di forma dei bavaresi è eccellente: l’attacco segna a valanga, la difesa prende pochi gol. Sarà arduo per Montella ripetere l’impresa di Manchester, soprattutto se si ostina a puntare su Muriel, tenendo Ben Yedder in panchina.
Il quarto di finale che più affascina è il derby inglese tra Manchester City e Liverpool; doppio confronto che porterà almeno un’inglese in semifinale, il minimo se pensiamo che la rappresentanza di Premier League era arrivata a batterie complete agli ottavi, presentando 5 squadre su 5 ma perdendone ben 3 agli ottavi. Restano però le due squadre che fanno spettacolo, che rendono una partita di calcio degna di essere vista, in mezzo al marasma che il calcio d’oggi propone.
Guardiola ha conferito al suo City finalmente la sua identità, dopo un anno di strascichi ed oggi il City può essere considerato al livello di Real Madrid e Barcelona. Però Klopp è uno che di calcio ne capisce, non è un fesso e quindi, sebbene il City parta nettamente avanti nel pronostico, non darei il Liverpool spacciato così facilmente. L’attacco dei Reds fa paura, con il suo tridente Salah-Firmino-Manè tra i migliori d’Europa, forse tra i primi tre. Peccato aver ceduto Coutinho, ma il prodotto offensivo non sembra al momento risentirne. E poi il Liverpool è una squadra molto più avvezza alla Champions che al campionato. Partita assolutamente di altissimo livello e che va gustata in tutti i 180 minuti (supplementari permettendo). Buona Chanpionz
DIARIO DI BORDO #297
di Antonio Salvati
Se i risultati sono questi, spero che anche Alisson voglia fare un piacere alla Juventus, sabato prossimo. Suppongo che Cragno la prossima volta l’unico piacere cha farà, sarà a stesso tacendo e pensando solo a giocare a pallone. Talvolta, certe dichiarazioni ottengono l’effetto inverso a quello desiderato e Cragno si è visto arrivare gli attaccanti del Napoli fino all’ultimo secondo, senza mai fermarsi quando, magari, avrebbero potuto alzare il piede dall’acceleratore.
In realtà non è stata colpa delle parole di Cragno se il Cagliari è tornato a casa con i suoi soliti cinque gol raccolti a domicilio. Il Napoli è così, cioè quando è in vena ancor più particolare del solito e la mira più precisa rispetto, ad esempio, alla settimana scorsa, allora sono dolori e non solo per il Cagliari.
Ennesima prestazione convincente, con inizio un po’ in sordina, durante il quale la squadra ha dovuto faticare più del dovuto per prendere le misure a Han e Pavoletti, che in paio di circostanze hanno messo in difficoltà la difesa. Pavoletti ha messo più volte il naso in area ieri che in sei mesi interi di Napoli, ma alla fine tanta belligeranza non ha fatto altro che far suonare il campanello d’allarme e svegliare il Napoli, forse sopito dal gelo e dal pensiero precoce di un +4 provvisorio sulla Juventus.
Da lì in avanti, è iniziato il monologo azzurro, con la squadra interamente riversata nella metà campo sarda che, da quel momento in poi, non è riuscita a creare più pericoli. Giacomelli ed il VAR riescono a non vedere un rigore evidente su Mertens ma la partita è nettamente in mano al Napoli che la sblocca con Callejon, assistito da Allan. Fine della contesa.
Inutile spendere ulteriori parole per Allan, inutile ripetere di quanto il brasiliano sia la nostra arma in più di questa stagione. Incredibile quanto riesca a correre per tutto l’arco della gara, riuscendo a recuperare decine di palloni in modo pulito ed avere, comunque, la lucidità tale per fare sempre la giocata più giusta. Allan meriterebbe il Mondiale in Russia e spero che Tite abbia annotato il suo nome sul taccuino, perché il buon numero 5 merita di giocarsi la rassegna iridata, al pari di suoi omologhi che hanno a loro favore il fatto di giocare in formazioni più blasonate.
Dicevo che dopo il vantaggio, il Napoli ha giocato sul velluto, mentre tutta Italia scivolava sulla neve ed ha continuato a dispensare calcio, trovando anche il raddoppio, prima dell’intervallo con Mertens. Stavolta il VAR è intervenuto celermente, ed a me va benissimo, perché voglio che al Napoli niente sia regalato. Il gol era regolarissimo e giustamente è stato convalidato. Se la partita era finita dopo l’1:0, figuriamoci con un doppio vantaggio, contro un Napoli finalmente concentrato dopo i primi minuti di stasi.
La ripresa è stata un monologo del Napoli e i calciatori del Cagliari non hanno lesinato numerosi falli di frustrazione che Giacomelli non ha mai sanzionato con un cartellino giallo. Ricordo di un intervento da dietro di Joao Pedro su Callejon che non è stato neppure fischiato per non parlare di Lykogiannis che ha cominciato a martellare le gambe avversarie senza sosta e mai ammonito.
Normale che il Napoli non poteva abbassare i ritmi della contesa che il Cagliari teneva alti mettendola sull’agonismo, a volte esasperato, cercando un gol che avrebbe riaperto una gara che non aveva, fin lì, senso. A questo riguardo ci ha pensato Hamsik a mettere un ulteriore punto esclamativo sulla gara chiudendo l’azione più bella della partita con il sinistro collocato sotto l’incrocio dei pali. La giusta coronazione di un’azione straordinaria che visto il coinvolgimento di tutti gli uomini in campo, che hanno toccato tutti palla in meno di un minuto, prima della conclusione finale dello slovacco. Ennesima perla di grande calcio di questa squadra che, vada come vada, ha settato in Italia nuovi standard di bellezza difficilmente riproducibile in terra nostrana, fin troppo incatenata agli standard storici ed al solito slogan “L’importante è i il risultato”.
A questa squadra diverte ed ha divertito anche la scorsa stagione quando la bacheca non ha visto l’aggiunta di trofei.
Ma, se fossi un tifoso neutrale, m’incollerei alla TV per vedere una partita de Napoli perché so che è una squadra che riesce a coinvolgere e suscitare emozioni. Pazienza se non si dovesse vincere (eventualità che, per quanto disfattista, va comunque presa in considerazione e messa in preventivo); da tifoso del bel calcio posso ritenermi sicuramente soddisfatto.
Tornando alla partita, ovviamente non c’è molto altro da dire, a parte gli ultimi due gol, su calcio piazzato, che hanno visto il ritorno al gol di Insigne, a cui Jorginho gentilmente concede l’opportunità dagli undici metri e la perla di Mario Rui, a cui stavolta nessuno può contestare la paternità del gol, deliziando la Sardegna Arena con un sinistro meraviglioso che Cragno ha potuto solo ammirare.
Grande Mario Rui, altra prestazione maiuscola. Presenza solida in fase difensiva, valido supporto in fase offensiva con la quale prende ogni partita che passa sempre più confidenza. Ne giova la catena di sinistra che, con l’assenza di Ghoulam, ha risentito all’inizio di un interprete capace di proporsi con continuità e qualità negli intricati circuiti offensivi di Sarri. Oggi Mario è una scommessa vinta e con l’innesto di Milic, almeno numericamente, la fascia sinistra dovrebbe essere sistemata.
E con questa, dunque, fanno dieci di fila, quattro punti di vantaggio sulla Juve (che deve comunque recuperare) che costituiscono un plus psicologico importantissimo. Preparare la prossima partita, importantissima, contro la Roma senza il fiato sul collo dei bianconeri porterà una carica superiore ai ragazzi che adesso sono chiamati alla fase più difficile: il doppio impegno Roma-Inter si rivelerà importantissimo per le sorti del Napoli. Uscire indenne da queste due partite rafforzerà in maniera abnorme la candidatura degli azzurri, soprattutto se la Juventus non dovesse vincere all’Olimpico contro la Lazio. E contro la Roma ci sarà un Milik in più; il polacco è finalmente recuperato e dovrebbe andare in panchina. Un’arma in più per il finale di campionato più avvincente degli ultimi quindici anni. Speriamo solo che il finale sia diverso dai soliti. Il Napoli ce la mette tutta e meriterebbe anche. Vediamo come va. Nel frattempo, come direbbe Sarri: “Un solo pensiero: ROMA”
DIARIO DI BORDO #296
di Antonio Salvati
Due sassolini dalle scarpe andavano tolti, dopo la br**ta figura europea del Napoli, non tanto dal punto di vista tecnico ma, più che altro, da quello comportamentale. La SPAL è capitata a fagiolo; squadra di bassa classifica, in evidente crisi di gioco, ancor prima di risultati. Una partita che doveva essere “mangiata” dal Napoli proprio per dimenticare in fretta il disastro infrasettimanale e rispondere alla Juventus che, nel frattempo, aveva ripreso il comando della classifica, battendo il Torino.
Una gara, quella contro gli estensi, che poteva produrre sicuramente qualche insidia, considerato l’approccio con il quale la squadra ha affrontato le ultime gare casalinghe, dovendo rimontare praticamente subito un gol di svantaggio. Saranno stati questi i motivi, non saprei, ma sta di fatto che il Napoli è sceso in campo bello ed aggressivo, segnando immediatamente il gol decisivo con Allan e creando una serie smisurata di occasioni che avrebbero chiuso la gara già dopo un quarto d’ora se non fosse stato per i pali e la gran giornata di Meret.
Probabilmente l’unica nota stonata di questa partita è stata proprio la mancanza di concretezza nel concludere a rete, problema nel quale il Napoli incappa di tanto in tanto ma al quale ha imparato a sopperire, quando occorre, con una solida fase difensiva. Nonostante, infatti, il vantaggio minimo, il Napoli non ha mai rischiato niente; la SPAL davvero di rado ha interferito nell’ordinata trama di passaggi che la squadra di Sarri ordisce solitamente, uscendo solo nel finale, allorquando Semplici ha buttato dentro Floccari e Paloschi per tentare il tutto per tutto, vanamente.
Per il resto il Napoli è stato il solito Napoli stagionale, padrone del campo, che ha trovato in Allan il suo bomber di giornata grazie alla solita azione che andrebbe incisa sui DVD e distribuita a tutte le scuole calcio del mondo: una serie di triangolazioni di prima che hanno permesso al brasiliano di presentarsi davanti a Meret e freddarlo sul primo palo. Davvero tanta roba. E davvero tanta roba Allan che è davvero l’arma in più di questa stagione del Napoli. Il brasiliano ha fatto progressi notevolissimi dal punto di vista tecnico e si sta confermando straordinariamente prolifico quando entra in area di rigore. Oltre al gol, infatti, sarebbe stato da mettere al referto anche un assist per il potenziale raddoppio di Hamsik, che il VAR ha poi giustamente annullato per fuorigioco.
Grande Allan, che si sostituisce per una volta, anzi per la quarta volta, al tridente d’attacco che oggi non ha trovato spazio nel tabellino dei marcatori. Talvolta succede, ed è importantissimo trovare gol dei gregari per portare a casa punti importanti. L’anno scorso non era così, con una squadra fin troppo legata agli umori del suo apparato offensivo, che non ha mai tradito le attese (va comunque ricordato).
Oltre a questo, sottolineerei nuovamente la prova della linea difensiva, ben altra cosa rispetto a giovedi scorso ed, in generale, rispetto alla scorsa stagione. Mario Rui è sempre più padrone della fascia sinistra e, se dovesse essere preso uno svincolato in attesa di Ghoulam, si può dire che attualmente il portoghese è una scommessa vinta. Se oggi il Napoli è ancora la difesa meno battuta d’Italia (in coabitazione con la Juventus) è merito anche suo.
Adesso che si è ripreso la testa della classifica c’è da capire come Sarri deciderà di interpretare il ritorno di coppa contro il Lipsia. Cercare l’impresa o lasciare andare l’Europa e risparmiare risorse per la prossima partita di Cagliari? Personalmente, propenderei per la prima opzione, semplicemente perché vedo durissima vincere con tre gol di scarto in Germania, non per capacità tecniche ma per le motivazioni che, come si è visto, sono completamente mancate all’andata.
DIARIO DI BORDO #295
di Antonio Salvati
Fossi in Sarri, guarderei 500 volte la partita di ieri sera con il Tottenham. Non perché sia uno sprovveduto ed abbia bisogno di lezioni di come si fa calcio, anzi. La partita di ieri sera ha messo in risalto tutte le pecche che normalmente questa squadra non evidenzia durante il campionato. Inoltre, la farei rivedere perché il Tottenham ha proposto, ieri, un’idea di gioco molto vicina a quella del Napoli.
Non so quanto sia stata ispirata, la condotta di gara di entrambe le squadre, ma sono sicuro cha la Juventus non avrebbe abbassato il suo raggio d’azione di 30 metri dopo dieci minuti se non avesse fatto due gol e nemmeno sono convinto di un Tottenham sì così intraprendente se non fosse stato sotto di due reti dopo due minuti. L’unica cosa certa è che la Juventus ha cercato di gestire la partita come se fosse, il Tottenham, una squadretta di Serie A qualsiasi. Errore grave. La squadra di Pochettino ha avuto l’enorme merito di non scoraggiarsi davanti al doppio svantaggio, iniziando, di fatto, una nuova partita, come se nulla fosse accaduto.
Una nuova partita, dallo stile al quale la Juventus è poco avvezza. Duro da metabolizzare il fatto che una squadre avversaria viene a Torino a giocare a calcio, cercando di imporre la sua identità in mezzo al campo e, udite udite, mettendo in difficoltà la difesa della Juventus che, in campionato, non prende gol da quando avevo 30 anni. Una differenza abissale condizionata non solo da un bagaglio tecnico, quello del Tottenham, difficilmente ricercabile nel mediocre torneo nostrano, ma anche per una differente mentalità che gli inglesi hanno mostrato a Torino; normalmente (e storicamente) le squadre inglesi hanno sempre impostato le loro qualificazioni nei tornei europei cercando in non prendere gol in trasferta , dando poi il tutto per tutto tra le mure amiche. Ieri sera c’è stata una diversità sostanziale nel concetto di fare calcio “all’inglese”, uno stravolgimento che la Juventus ha faticato a metabolizzare.
Va dato atto alla Juventus ha giocato a tutta i primi dieci minuti al massimo, trovando i due gol con Higuain, dei quali il primo era però da annullare per fuorigioco. Ma vabbè. Il secondo sul rigore nettissimo causato da Davies su Bernardeschi. Poi, solo Tottenham anche se, nonostante tutto la Juventus, e Higuain in particolare, avrebbe potuto chiudere il primo tempo con altri due gol in cassa, se l’argentino non avesse sbagliato un rigore in movimento prima, ed uno vero e proprio, dopo, sempre per un fallo solare di Aurier su Douglas Costa, spezzando in due la traversa della porta di Lloris, con una botta centrale; Un rigore calciato davvero malissimo.
Due errori enormi di Higuain che solo dopo la gara di ritorno avranno il loro specifico. Se la Juventus dovesse passare il turno, allora si chiuderà un occhio, ma in caso contrario al buon Gonzalo verranno addossate le colpe dell’ennesima delusione europea della Juventus. Vero che ha fatto due reti, ma un attaccante di livello ha il dovere di insaccare senza pietà anche gli altri due. Poi succede che il Tottenham, che non è il Sassuolo o il Cagliari o qualsiasi altra mediocre squadra di Serie A, giochi a pallone e ti mette in difficoltà. E Buffon si ritrova a dover fare anche parate importanti.
Su Kane soprattutto, sul colpo di testa che nove volte su dieci è gol. Oppure su un’azione successiva nella quale ha deviato il toro del centravanti (che andava fuori lo stesso). Al terzo tentativo l’attaccante ce l’ha fatta, andando sul sicuro, aggirando Buffon e insaccando a porta vuota. Un gol che sicuramente non avrebbe tolto al portiere i titoloni a nove colonne per la prestazione. Meno male che ci ha pensato lui stesso, nel secondo tempo, a piazzare una barriera indecorosa, sulla punizione di Eriksen. Lo capisco, Buffon, in Serie A, la squadre avversarie non passano neppure la tre quarti di campo, figurati se riescono ad arrivare al limite dell’area. Capisco che uno poi si disabitua a mettere barriere sui calci di punizione, quindi, può capitare un errore di questo tipo.
Al di là del sarcasmo, va detto che una Juventus che difende in dieci uomini, con Mandzukic e Bernardeschi ridotti a fare i terzini affiancati agli altri due terzini di ruolo mette un po’ di tristezza, perché la squadra che vince la Serie A sei volte di fila non può proporre una così bassa qualità di gioco. Vero che il Tottenham è una squadra cha dal centrocampo in su si fa rispettare da tutti, ma la Juventus di ieri sera è stata ridotta al rango di provinciale per buona parte dell’incontro. Poi, magari a Londra si qualifica, ma se giocasse in questo modo così imbarazzante dubito che possa alimentare sogni di gloria, a prescindere. Vero è che, come dice Allegri, nessuno poteva pretendere di ba***re 4:0 il Tottenham e qualificarsi già all’andata, ma si poteva pur pretendere di più (almeno credo da parte dei tifosi della Juventus) almeno come prestazione generale. Se poi qualcuno mi dice che sbaglio, allora rispondo che mi tengo io mio Napoli che farà anche 10 secondi posti ma che mi fa divertire, che per me è la cosa più importante quando guardo una partita di calcio.
DIARIO DI BORDO #294
di Antonio Salvati
Almeno, spero, Inzaghi non avrà da lamentarsi di assenze e vicissitudini varie per giustificare una sconfitta. L’allenatore della Lazio è anche bravo e gli va dato atto che Lazio esprime sicuramente un’ottima qualità di gioco, ma è dalla gara d’andata che continua(va) a sottolineare come quella sconfitta sia maturata non per meriti del Napoli, ma piuttosto dalle assenze forzate che si sono manifestate partita in corso.
Ebbene, stavolta, alla Lazio credo non mancasse nessuno, anzi si concesso il lusso di lasciare a casa Felipe Anderson per intemperanze post sconfitta contro il Genoa. Purtroppo per loro, il risultato è stato come all’andata, in una partita bellissima che si è rivelata essere una fotocopia dell’andata; buonissimo primo tempo della Lazio, eccelso secondo tempo del Napoli. La differenza sta tutto negli aggettivi.
Si, perché, come all’andata, la Lazio è partita con il piede a tavoletta sull’acceleratore, niente di più o di meno facciano altre squadre che mettono piede da queste parti, e con la fortuna (e bravura) di trovare subito il gol del vantaggio con De Vrij, come all’andata. Insomma, niente di più o di meno rispetto a quanto è successo nelle ultime uscite al San Paolo. De Vrij come Palacio o come Ramirez qualche mese fa. Il gol preso a freddo sta diventando una costante un po’ preoccupante, sebbene il Napoli stia dimostrando, oltre alla solita enorme capacità tecnica, anche una superba tenuta mentale, che ha consentito di capovolgere il risultato in molte occasioni, ieri compreso. Ma guai ad abusarne.
La Lazio ha poi fatto il suo buonissimo primo tempo, fatto di buone geometrie, pressing feroce e soprattutto tanto agonismo. Ottimi ingredienti per contrastare il Napoli a patto che la mescolanza del tutto si concretizzi in almeno un paio di gol di vantaggio, pena il ritorno devastante del Napoli che, quando è in particolare giornate di grazia, non lascia scampo a nessuno.
Purtroppo per la Lazio, il secondo tempo di ieri appartiene a quella tipologia di gara, vuoi perché, a differenza dell’andata, il gol del pareggio è giunto giusto tre minuti prima dell’intervallo, vuoi perché dopo il primo tempo a mille all’ora, la Lazio non avrebbe mai potuto reggere i ritmi che si è autoimposta per contrastare i ragazzi di Sarri. E quindi, come nella partita di andata, è arrivata una gragnuola di castagne sotto forma di azioni da rete una dopo l’altra e, pazienza poi, che il gol del vantaggio (autogol di Wallace) e quello del 3:1 (Mario Rui con deviazione di Zielinski) abbiamo avuto il sentore di episodi fortunosi: quel Napoli i gol li avrebbe trovati ugualmente, perché la Lazio era pesantemente alle corde e solo un miracolo calcistico avrebbe evitato loro la sconfitta.
Poi, ok, saranno stato anche episodi fortunati, ma poi il gol di Mertens annulla tutta la questione, spostando poi il focus su altre tematiche. Il gioco del Napoli è da paura, il quarto gol del Napoli è da paura, la velocità di pensiero, degli spostamenti senza palla, di quelli del pallone, della velocità di esecuzione, del modo di finalizzare, tutto è da paura. Fatele vedere alle scuole calcio quell’azione, e non solo quella, se davvero vogliono riportare il calcio italiano in auge, invece di idolatrare il solito “gioco all’italiana”, fatto di difesa a oltranza e fisicità. Non si lamentassero se l’Italia viene fatta fuori dai giganti senza né arte né parte della Svezia, se l’unico modo di fare calcio è rimasto lo stesso per 90 anni, senza mai evolversi.
Il Napoli di oggi, a prescindere da come finirà questa stagione, è l’evoluzione del calcio in Italia. Il Napoli di oggi è l’evoluzione del Napoli della scorsa stagione che, a detta di molti, era tra le prime cinque squadre più forti d’Europa, per qualità di gioco espressa. Il Napoli di oggi sa gestirsi, sa amministrare le sue risorse, sa quando attendere e quando far male. L’ha dimostrato ieri ed in molti fasi di questo campionato, in un percorso fin qui quasi perfetto nella quale è riuscito ad abbinare alla suddetta qualità di gioco, una dose di pragmatismo e concretezza che l’anno scorso non aveva ed una tenuta psicologica invidiabile, almeno per il momento.
L’anno scorso il Napoli, con due terzi di difesa acciaccati ed il duro colpo del nuovo infortunio di Ghoulam, probabilmente questa partita non l’avrebbe vinta, peraltro contro una squadra attrezzata come la Lazio, terza in classifica prima di questa giornata. E ricordiamo, e diamo meriti per questa grande vittoria anche a chi, spesso, viene messo in secondo piano, oscurato dai numeri da circo del trio di attacco che fa cosa folli, ma che comunque recita una parte più che mai importante per il buon evolversi delle vicende azzurre.
Mi riferisco a Hysaj, che ieri ha giocato forse una delle più belle prove in maglia azzurra, mi riferisco a Mario Rui, che gara dopo gara fa rimpiangere sempre di meno l’assenza di Ghoulam, trovando anche il primo gol, con l’involontaria assistenza di Zielinski, mi riferisco soprattutto a Tonelli, due settimane fa nemmeno in rosa e ieri sera titolare dopo mesi e mesi di assenza, tra infortuni e scelte tecniche, mi riferisco al solito Allan, che ormai non fa più notizia e mi riferisco anche a Zielinski che, entrando nella ripresa, ha letteralmente indirizzato la partita su binari più consoni. Ieri, il Napoli ha vinto anche, e soprattutto, grazie al gragariato, senza il quale le grandi imprese non si possono compiere. Perché nel calcio non si vince solo di fioretto, ma all’occorrenza anche con le rudi spade.
E quindi arriva la terza risposta alla Juventus, al terzo controsorpasso. Segnale importantissimo, che fa capire quanto il Napoli c’è con la mente e quanta concentrazione ci mette per rispondere, colpo su colpo ai sei volte Campioni d’Italia che non mollano un punto. C’è da reggere ancora per tante partite, soprattutto ora che arriva il bello, con la ripresa delle Coppe Europee che vede sia Juventus che Napoli impegnati, seppur non più nella stessa competizione. Ci sarà nuovamente da gestire il doppio impegno settimanale e con una rosa ridimensionata dagli infortuni ed da un calcio mercato che ha ridotto numericamente la rosa, Sarri sarà chiamato all’ennesimo capolavoro. Testa al Lipsia, e poi vediamo come si mettono le cose.
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