26/07/2016
Il biliardino compie 65 anni. Icona di un’Italia scomparsa
Da strumento per la riabilitazione dei reduci e simbolo del boom. Il 31 agosto a Ostia si celebra la storia di quello che è più di un gioco
Doppietta, finta, mezza palla, rombo di tuono, contraccolpo, frullata: parole che ci riportano all’infanzia, ai semplici e ancora ingenui pomeriggi d’estate, ai bar rumorosi pieni di risate e urla di giubilo, davanti a statuette in plastica di calciatori bicolori che sembravano per incanto prender vita, restituendoci il fascino e le tensioni di una partita dal vero. Intorno uno stadio in miniatura, con tifosi veri e propri a sostenere il proprio campione-giocatore. Perché c’era sempre, fra noi studenti adolescenti delle medie, chi con un doppio passaggio e finta fra le tre statuette d’attacco del piccolo campo di gioco, insaccava da fuoriclasse, suscitando entusiasmi talvolta incontenibili.
Sessantacinque anni e non sentirli. Il Calcio Balilla, arrivato dalla Francia in Italia nel 1949, avrà la sua festa esclusiva il 31 agosto a Ostia. Sarà il Biliardino Day alla Casetta Village, una giornata dedicata a uno dei giochi più amati dagli italiani di ogni età che, per l’occasione, diventerà "accessibile" a tutti grazie all’allestimento di decine di tavoli da biliardino insieme a quelli utilizzati dalla Nazionale paralimpica italiana di Calcio Balilla, vincitrice del titolo mondiale nel 2013. In Italia il calcio da tavolo arrivò al termine della Seconda guerra mondiale, quando rudimentali biliardini furono utilizzati per la riabilitazione dei reduci di guerra. Da qui il nome di Balilla, omaggio postumo ai giovani italiani che dalla guerra non erano ritornati e ai loro coetanei "fortunati" che avevano potuto riguadagnare la strada di casa e di una vita futura possibilmente più felice. Il gioco nasce in Francia, nel 1947, quando il marsigliese Marcel Zosso crea i primi biliardini in serie simili a quelli che conosciamo oggi. Nel 1949 Zosso si spostò in Italia dove, curiosamente, i primi a credere nella sua invenzione furono i produttori di casse da morto. Oggi il biliardino, diffuso in tutto il mondo, è considerato un vero e proprio sport, con tanto di federazioni, associazioni e campionati. In Italia è stato anche riconosciuto come Sport Riabilitativo ed è impiegato nei principali ospedali e Centri spinali come terapia. A sessantacinque anni dal suo arrivo, resta protagonista dell’intrattenimento pulito e intelligente, trasversale e adatto a tutti, in grado di sviluppare una socialità ormai alienata dai videogiochi e dalle console più moderne.
Il decennio degli anni Cinquanta in cui esplose la moda del biliardino fu il primo momento di benessere per l’Italia. La guerra era appena finita, la stabilità politica una certezza, la libertà riconquistata condizione per lo sviluppo della nostra naturale creatività. Il Piano Marshall aveva posto le basi per una solida ricchezza del paese, che si avviava lentamente verso il boom economico. L’Italia, fino a quel momento nazione contadina, in breve divenne la sesta potenza industriale del mondo. La Vespa e la Lambretta furono i nuovi simboli di un’epoca veloce e spensierata. Il cinema nostrano proponeva il modello femminile della donna florida e maggiorata, con i volti e i corpi di Sophia Loren, Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Silvana Pampanini. la nascente televisione entrava nelle case di tutti, insegnando la lingua e iniziando a produrre miti mediatici. Architetti come Giò Ponti progettavano grattacieli (celebre quello Pirelli), le aziende italiane invadevano i mercati indigeno e internazionale con i loro prodotti, la Olivetti produceva la mitica «Lettera 22» disegnata da Marcello Nizzoli, la Fiat la Cinquecento, prima macchina destinata alle fasce sociali meno abbienti. Il livello della disoccupazione era ancora altissimo, le ferrovie erano a pezzi e si viaggiava spesso su vagoni merci perché i bombardamenti avevano distrutto case e stabilimenti, urgeva ricostruire. Tuttavia la gente era animata da un grande ottimismo, euforica, vogliosa di vivere. Aveva fiducia nel futuro e nessuna paura dei debiti. Fu il trionfo delle cambiali. Ne firmavi un pacco e finalmente ti motorizzavi. Chi aveva uno stipendio ne impegnava una parte, per molti mesi, per partecipare alla festa del consumismo. L’economia nazionale si resse per alcuni lustri su montagne di cambiali. Il consumismo galoppò e aprì così la strada al boom economico, che ebbe il suo simbolo nella Fiat 600, l’utilitaria per eccellenza, alla portata della piccola borghesia. Costava 640mila lire, circa otto stipendi di un bancario. Con la Fiat 600 l’Italia divenne un Paese moderno o almeno si avviò a esserlo. La gente amava il nuovo e si sbarazzava degli oggetti del passato. Una smania collettiva: non solo occorreva attrezzarsi di lavatrici, lucidatrici, aspirapolveri, frullatori, ma anche eliminare arredi o cose rievocativi di tempi duri, fatiche, fame, cappotti rivoltati, patimenti. Fu la nostra prodigiosa rinascita. La festa del Calcio Balilla ci riporta a quegli anni memorabili e ce li fa rimpiangere. Oggi la crisi ci ha fiaccati e resi vulnerabili. Soprattutto non riusciamo a recuperare lo spirito che risollevò l’Italia dalle rovine belliche, la forza che consentì ai nostri padri, che avevano poco o niente, di costruire per noi una vita migliore. Tutto dissolto, purtroppo, in un presente senza certezze, con un futuro molto difficile da immaginare.
Riccardo Scarpa