Matti Miti e Meteore del Fútbol Sudamericano

Matti Miti e Meteore del Fútbol Sudamericano

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42 storie più una del calcio dell'America Latina e dei suoi protagonisti (Stefano Agresti, Direttore di Calciomercato.com)

"Remo Gandolfi è una specie di "cantastorie" documentatissimo, con uno stile personale ed estremamente coinvolgente. Racconta di storie a volte atroci, a volte esaltanti con una capacità narrativa fuori dal comune. Ti prende, ti appassiona, ti fa essere dentro una vicenda spesso indossando i panni degli stessi protagonisti. Riesce a farlo grazie a due elementi che sono spesso sottovalutati: la cul

Photos from Matti Miti e Meteore del Fútbol Sudamericano's post 30/10/2024

Ne "IL CALCIO DIMENTICATO" c'è uno spazio anche per il più grande di tutti e noi vogliamo ricordarlo oggi, nel giorno del suo compleanno. Ciao Diego.

DIEGO MARADONA E MATIAS ALMEYDA: Quando amicizia e rispetto contano più di tutto il resto.
Boca e River. Con ogni probabilità il derby più sentito del calcio. Due mondi opposti, in costante conflitto, divisi da una rivalità storica.
Eppure, l’amicizia può abbattere anche questo “odio” conclamato.
C’è chi ha saputo andare oltre.
I nomi li conosciamo tutti. Sono quelli di Diego Armando Maradona e Matias Almeyda.
“Cuori divisi” dall’amore viscerale rispettivamente per Boca e River.
Ma quando c’è stima, rispetto e amicizia nel calcio tutte le barriere possono essere abbattute.
Anche quello del “tifo” per le due squadre probabilmente più antagoniste del globo terrestre.
Mancano poche ore alla partita che potrebbe sancire il ritorno del RIVER PLATE nella massima serie del calcio argentino, quella che i Millionarios giocheranno contro l’Almirante Brown al Monumental.
A Matias Almeyda arriva questo messaggio.

“Manca davvero poco alla tua gran finale contro l’Almirante Brown e io ho appena chiesto a Dio di aiutare il River a vincere questa partita.
Forse non mi crederai.
Però è esattamente quello che ho fatto.
Parliamoci chiaro.
Se tu non fossi l’allenatore del River Plate non glielo avrei mai chiesto.
Anzi.
Invece di guardare la partita del River domani metterei nel videoregistratore un vecchio film in bianco e nero e non me ne fregherebbe nulla di quello che succede nella cancha del Monumental.
Solo che io sono totalmente dalla tua parte e spero con tutto il cuore che tu ce la faccia amico mio.
Ma comunque vada ti voglio dire una cosa: tu devi essere sereno.
Perché una partita o un campionato non possono cambiare nulla di quello che sei tu come persona.
“Pela” tu sai quanto ti ammiro e quanto ti voglio bene.
Ti ho conosciuto davvero solo pochi anni fa ma quello che ho capito di te mi ha colpito in maniera incredibile.
Persone come te stanno scomparendo dalla faccia della terra.
Persona che hanno una parola sola, una faccia sola.
Persone che danno valore alla verità … e all’amicizia.
Ti auguro il meglio “Pelado”.
Dal profondo del cuore e credimi … mai e poi mai avrei immaginato di chiedere a Dio di aiutare il RIVER PLATE!!!
E’ completamente f***e se ci penso.
… e se questo è successo il merito è tuo, soltanto tuo, querido Pelado.

Firmato: DIEGO ARMANDO MARADONA.

Photos from Matti Miti e Meteore del Fútbol Sudamericano's post 19/10/2024

E' uno degli allenatori più amati e al tempo stesso controversi del calcio mondiale. Ha allenato in Spagna, Inghilterra, Francia, Messico e oggi, dopo aver guidato la nazionale Argentina e quella del Cile è sulla panchina dell'Uruguay.
Ma dei suoi inizi da osservatore prima e da allenatore poi per il "suo" Newell's Old Boys, dei suoi titoli vinti con e di una finale di Copa Libertadores persa, dell'origine del suo soprannome "El Loco" cosa sappiamo? E' tutto qui, ne "IL CALCIO DIMENTICATO".

26/09/2024

JUAN ROMAN RIQUELME: la meraviglia dell’attesa
“Papà, chi era Riquelme? Era davvero così bravo?”
Queste erano esattamente le domande che papà Federico sognava di sentire un giorno dal piccolo Jorge, il figlio maggiore nato nove anni prima e con tre di anticipo rispetto alle due gemelline Clara e Veronica.
Ci sperava, ma non se l’aspettava così presto.
In fondo era da poco più di un anno che il padre portava Jorge con sé alla Bombonera e per il figlio e per quasi tutti i suoi coetanei è Carlitos Tevez l’idolo assoluto.
Rimessosi dalla sorpresa Jorge guarda il figlio e gli sorride accarezzandogli i riccioli ereditati da mamma Isabela.
“Hai presente Jorge quando dopo le vostre partite estive dietro la chiesa di San Giovanni ti andavi a bere una granita con i tuoi amici ? Oppure quando dopo un’intera settimana di pioggia ti svegli alla domenica mattina è c’è un bel sole caldo? O hai presente quando andiamo dai nonni su a Rosario e quando entri in casa senti il profumo della torta ai mirtilli che ti ha preparato la nonna ? Ecco Jorge. La granita, il sole e la torta sono come JUAN ROMAN RIQUELME !” conclude il padre con tutta l’enfasi possibile.
“Papà … non è che ci ho capito granché!” è la perplessa risposta di Jorge.
Federico scoppia in una fragorosa risata.
“Hai ragione figlio mio! Te lo spiegherò in maniera molto più semplice!” ne conviene il padre sempre sorridendo.
“Juan Roman Riquelme era gioia, era poesia, era bellezza.
Ed era molto di più.
Era “conforto”.
C’erano partite in cui potevamo perdere o giocare veramente da schifo.
Ma anche in quelle partite lui ti lasciava qualcosa.
Tornavamo a casa con qualcosa da ricordare, qualcosa con cui consolarci e tirarci su il morale. Una finta, un tunnel, un passaggio di cinquanta metri sui piedi di un compagno …
Faceva sempre qualcosa di bello, in ogni partita.
Anche in quelle dove la squadra non riusciva proprio a seguirlo o lui stesso era meno ispirato.
Ma c’è un’altra cosa ancora Jorge.
Quella che solo pochissimi calciatori sanno regalarti: l’emozione dell’attesa.
...... C O N T I N U A .....
Tratto dal libro qua sotto.

02/06/2024

Remo Gandolfi è una specie di “cantastorie” documentatissimo, con uno stile personale ed estremamente coinvolgente. Racconta di storie a volte atroci, a volte esaltanti con una capacità narrativa fuori dal comune.
Ti prende, ti appassiona, ti fa essere dentro una vicenda spesso indossando i panni degli stessi protagonisti. Riesce a farlo grazie a due elementi che sono spesso sottovalutati: la cultura (sportiva ma non solo) e la ricerca (spinta dalla sua grande passione).
Quando ti avventuri in un suo racconto, anzi in un suo brano, non riesci a staccartene fino alla fine.

STEFANO AGRESTI – Direttore di Calciomercato.com

Si, a volte capita che un libro si trasformi in un viaggio.
Un viaggio bellissimo.
La penna di Remo Gandolfi ci prende per mano e, grazie a 43 bellissime storie, ci fa scoprire Matti, Miti e Meteore del Fútbol Sudamericano: quasi quattrocento pagine che, scorrendo agili, sanno regalare sensazioni, emozioni, brividi e lacrime.
Non ci può essere un solo amante del LatinoAmerica, del suo fútbol, dei suoi personaggi e delle sue storie che non trovi piena soddisfazione, gioia e totale appagamento in questo libro.
… tutto merito di Remo Gandolfi, un italiano dal cuore sudamericano.

ROBERTO COLOMBO – Scrittore e giornalista di Tuttosport

05/05/2024

Se ne è andato poche ore fa uno dei più grandi allenatori della storia del calcio ... e un uomo di grande intelligenza e spessore. Non tutti sanno che "El Flaco" è stato anche un eccellente calciatore e compagno di squadra di Pelè nel Santos. A seguire il mio tributo.

CESAR “EL FLACO” MENOTTI: la sua storia di calciatore
Impossibile trovare nella storia del calcio argentino un allenatore più emblematico, controverso e carismatico.
A parte il fatto di essere entrato di diritto nella storia come il primo “Mister” capace di portare l’Argentina sul tetto di mondo, tutta la sua carriera, da calciatore prima e da allenatore in seguito, è stata ricca di contraddizioni, di scelte coraggiose, di trionfi spettacolari, di cadute e di flop altrettanto clamorosi … ma tutto condito da prese di posizione sempre forti, determinate e a volte estreme.
Già l’inizio della storia di Cesar Menotti è controverso … perfino sulla sua data di nascita ci sono contraddizioni !
Menotti infatti nasce il 22 ottobre del 1938 ma in tutti i documenti ufficiali la sua data di nascita risulta essere il 5 novembre !
E’ lo stesso Menotti che spiega come è potuto accadere, con la sua consueta ironia “Io sono nato effettivamente il 22 di ottobre ma con ogni probabilità mio padre si prese qualche giorno di tempo prima di decidere se tenermi o buttarmi ! In realtà mio padre era a Tucuman per lavoro e quando rientrò erano scaduti i termini per presentarmi all’ufficio nascite. Per cui fu costretto a dichiarare che ero nato successivamente … il 5 di novembre. Per questo motivo quel giorno risulta come mia data di nascita ufficiale ! … in realtà non mi offendo assolutamente se mi fanno gli auguri sia il 22 ottobre che il 5 novembre !”
Menotti nasce a Rosario, quella che per chi conosce il calcio argentino è per antonomasia la CITTA’ DEL CALCIO in Argentina. Rosario è divisa esattamente a metà; rossonera o gialloblu. O sei “canaglia” o sei “lebbroso”. Menotti nasce (e ovviamente rimane per tutta la vita !) “canaglia” cioè tifoso del Rosario Central, gli acerrimi rivali del Newell’s Old Boys.
Altra contraddizione; per tutti, in Argentina e nel mondo, Cesar Menotti è conosciuto come “El flaco”, il magro. Non per la gente del suo “barrio” di Rosario: per loro è e sarà sempre “Cito” da Cesarcito, il nomignolo che aveva da ragazzo.
La vita per Menotti non è facile fin da subito. E’ figlio unico e a 16 anni perde il padre. A scuola se la cava discretamente, è un ragazzo sveglio anche se restio alla disciplina, ma l’unico grande talento che sa di possedere è quello di saper prendere a calci un pallone. Rosario Central e Newell’s se lo contendono da tempo ma prima è il padre ad allontanarli affermando che il calcio è meraviglioso, ma “è un gioco da fare con gli amici, l’importante è la scuola e la formazione”. Successivamente sarò lo stesso Menotti a decidere di non entrare nel mondo professionistico. Il perché lo spiega lo stesso Menotti “giocando con i dilettanti del mio quartiere nella “Liga Carcaranense” guadagnavo molti più soldi di quello che avrei potuto prendere nelle giovanili di una squadra professionistica. Guadagnavo 1000 pesos al mese, 250 a partita e mi bastava giocare alla domenica, non dovevo neanche allenarmi con la squadra”. In quel periodo rifiuta contratti professionistici anche da Velez Sarsfield e Huracan.
Ma il talento di Menotti, elegantissimo “enganche” (rifinitore, trequartista) con grande visione di gioco e un tiro dalla distanza micidiale, non poteva “morire” nei campetti di periferia. E così finalmente accetta di giocare una partita amichevole con la squadra giovanile del suo adorato Rosario Central. Si gioca di domenica mattina, il sabato notte Cesar è talmente interessato (!) ad entrare nelle file del Rosario Central che decide di stare fuori a ballare con gli amici tutta la notte ! Nonostante questo nella partita del giorno dopo segna due gol e gioca il suo solito calcio, fatto di passaggi illuminanti, di finte e tocchi sopraffini. Ovviamente non passa inosservata la sua prestazione: tre giorni dopo viene chiamato a giocare con la squadra B del Rosario in una partitella contro la prima squadra.
Segna altri due gol, uno dei quali “barbaro” come si definisce in Argentina qualcosa di davvero speciale, con un tiro al volo da 25 metri. A quel punto la pressione per firmare con il Rosario diventa insostenibile … ma “Cesarcito” non è ancora convinto. E qui accade una cosa che solo nella “splendida follia” degli Argentini per il calcio può accadere; il giornale locale parla dell’amichevole e ovviamente della grande prestazione di Menotti … che però non è Cesar Menotti di Rosario ma nella cronaca dell’incontro diventa “il giovane attaccante di Cordoba Fernandez, attualmente in prova con il Rosario Central” … il tutto per evitare che il Newell’s sappia del talento locale e lo “rubi”, come accadeva spessissimo a quel tempo, ai rivali del Rosario !
Lo convoca addirittura il Presidente del Rosario Central in persona, il celeberrimo Flynn “Allora Cesar vuoi giocare o no con il Rosario ?” “Presidente, io sono un hincha del Rosario da quando sono nato ! ma devo mantenere me e mia madre. Con i dilettanti prendo 2000 pesos al mese (bugia clamorosa !) e nessun altro può darmi questa cifra ! Il Presidente ci riflette un solo secondo e poi “Bene. Allora io ti do 40.000 pesos alla firma del contratto e 2.500 pesos al mese e vai dritto in prima squadra”
Menotti ricorda che “rientrai a casa piangendo dalla gioia e quando lo dissi a mia madre iniziò a piangere ancora più forte” aggiungendo “tutti questi soldi … e poi con il Rosario Central !” La madre e il padre infatti erano entrambi fanatici del Rosario Central in una famiglia, ricorda lo stesso Menotti, “dove tutti gli altri, nonni, zii e cugini erano tifosi del Newell’s”.
Menotti, che si è sempre definito “un malato di calcio”, a quel punto inizia a dedicare ogni minuto del suo tempo al pallone. Quando non gioca o si allena va ad assistere ad incontri (compreso il Newell’s !) oppure va nel garage di casa a giocare con un pallina di tennis, tirandola contro un muro per poi stopparla, palleggiare o ti**re. … “potevo passare anche un intero pomeriggio a fare sempre gli stessi 3-4 movimenti”.
L’esordio in prima squadra arriva prestissimo, dopo sole 6 partite nelle riserve.
Il talento di Menotti è evidente e per sua grande fortuna il giocatore più rappresentativo del Rosario Central in quel periodo, il “gitano” Juarez, lo prende sotto la sua ala protettrice e nonostante i 10 anni di differenza tra i due nasce un amicizia che si rivela fondamentale in campo e fuori.
“Era come un fratello maggiore e per me, che avevo perso il padre e non avevo fratelli, fu una persona fondamentale nella mia formazione di uomo e di calciatore”
Da allora la carriera di Menotti non conosce pause o passi indietro. Rimane quattro stagioni nel Rosario Central ma poi arrivano ottime stagioni al Racing Club e soprattutto al Boca Juniors dove nel 1965 conquisterà il suo unico trofeo da calciatore in Argentina, il campionato Metropolitano. Mentre è al Boca arriva una clamorosa, dal punto di vista economico, offerta dai “New York Generals” neonato team del calcio statunitense allora davvero agli albori. Il Club però finisce di esistere al termine della prima stagione di Menotti, nel 1968 e quando pare tutto pronto per un rientro in Argentina (con il Rosario Central che riabbraccerebbe con grande gioia il figliol prodigo) arriva un’offerta altrettanto allettante; il Santos brasiliano, la squadra dove gioca Pelé, lo vuole nelle sue file per continuare a mantenersi al vertice e per poter dare a Pelé una spalla di alto valore tecnico. Menotti va in Brasile, rimane a fianco di Pelé per due stagioni vincendo il campionato Paulista del 1968. Ma la sua carriera è in fase discendente, il suo calcio lento e ragionato fa fatica ad imporsi e dopo una breve esperienza nella stagione 1970-1971 in un piccolo team di San Paolo, il Club Atletico Juventus, decide di abbandonare il calcio giocato anche perché arriva una proposta davvero irrinunciabile per “El flaco”; quella di fare da secondo allenatore all’amico e mentore, il Gitano Juarez. C’è però un piccolissimo dettaglio; la squadra in questione è il NEWELL’S OLD BOYS !!! In realtà il Presidente del Newell’s del periodo e carissimo amico personale di Menotti chiede al “Flaco” di fare da allenatore al Newell’s ma al deciso rifiuto di Menotti decide di optare per Juarez, con Menotti come secondo, ma più che classico “aiutante di campo” Menotti funge da Direttore Sportivo, indicando quali giocatori acquistare e curando personalmente gli aspetti tecnico-tattici della squadra. Nonostante questo i dubbi rimangono “Gitano, quando sapranno che andiamo a lavorare per il Newell’s i tifosi del Rosario ci uccideranno !” E solo dopo molte rassicurazioni da parte di Juarez Menotti decide di accettare l’incarico
Come calciatore Menotti si è sempre definito “uno con una ottima tecnica, con la capacità di mettere in porta i compagni, a cui piaceva la palla, averla tra i piedi e “disfrutarla” cercando tunnel, palleggi eleganti e tocchi di fino. Uno alla “Riquelme” anche se probabilmente non così forte !” ricorda con un sorriso Menotti.
“Ero talmente innamorato della palla che se durante un incontro stavo 3-4 minuti senza toccarla andavo direttamente dal nostro portiere a farmela dare appena fuori dalla nostra area … ovviamente facendo incazzare di brutto il mio allenatore di turno !”
Un’altra delle caratteristiche di Menotti è però sempre stato il rifiuto dell’autorità, che fossero giocatori più esperti che pretendevano da lui umiltà ed abnegazione o allenatori che provavano a proporgli la cosa che lui in assoluto odiava di più; rincorrere gli avversari per riconquistare il pallone ! In calce, nella “zona aneddoti”, qualche perla assoluta sull’argomento …

ANEDDOTI E CURIOSITA’

“Mio padre morì quando avevo 16 anni. Era un fumatore incallito. Era da qualche tempo che entrava ed usciva dall’ospedale. Un giorno mentre stavamo parlando tranquillamente a tavola gli dissi “Pà, ti vedo meglio in questi giorni” Lui scoppiò a piangere. Fu la prima volta che vidi il mio vecchio piangere. Rimasi sconcertato. “Cesar, questi medici credono che io sia un id**ta. Sono 4 anni che mi dicono che devo smettere di fumare completamente e sai cosa mi hanno detto stamattina ? Se ti va fumare qualche sigaretta ogni tanto beh, puoi farlo. Tu sai cosa vuol dire questo vero ?” Avevo solo 16 anni ma sapevo bene cosa era un cancro.

Fin dagli esordi nel Rosario Central Menotti si rivelò, come detto, assai poco incline ai dettami tattici dei suoi allenatori. A tal punto che dichiarò “Diciamo la verità; cosa vengono a fare gli allenatori al Rosario Central ? Secondo me vengono loro a imparare calcio da noi perché finora da nessuno di loro abbiamo imparato nulla!”

In una partita con il Boca Juniors contro il Banfield, con la propria squadra rimasta in dieci, gli si avvicina capitan Rattin (capitano dell’Argentina ai Mondiali inglesi del 1966) “Flaco, forza devi tornare in difesa ad aiutare, corri !” La risposta di Menotti “Non mi arriva una palla da un quarto d’ora e adesso mi devo mettere anche a correre ??? Corri tu se ne hai voglia !” è la replica stizzita di Menotti … che però aggiunge “Negli spogliatoi mi prese letteralmente a calci nel sedere !” ricorda oggi Menotti divertito.

All’inizio della sua avventura da tecnico nel Newell’s gli chiesero se non si sentiva di tradire il suo amato Rosario Central. “No. Io prima di tutto sono ROSARINO ! Amo la mia città prima di tutto. Tifo Rosario ma quando i Newell’s giocavano contro Boca, River o Velez io ho sempre fatto il tifo per il Newell’s !” … chissà in quanti gli avranno creduto …

05/05/2024

Un paio di giorni fa PABLO VICO' si è seduto per l'ultima volta sulla panchina del suo BROWN DE ADROGUE'. Dopo 15 anni ininterrotti stabilendo un record nella storia del calcio argentino. La sua è una storia incredibile, bellissima e tragica che raccontai ormai sei anni fa in STORIE MALEDETTE e che ripropongo integralmente qua sotto.
PABLO VICO’: In nome del figlio

Ci sono storie che sembrano favole.
Quelle in cui l’altalena della vita può farti toccare il fondo (e magari cominciare pure a scavare come diceva il grande Freak Antoni) e subito dopo proiettarti in Paradiso, posto che magari pensavi esistesse solo per quelli ricchi, quelli belli e quelli davvero fortunati.
La storia di Pablo “El flaco” Vicò è una di queste.
Pablo vive nella piccola cittadina di Adrogué, poco più di 20 km a sud di Buenos Aires.
Qualche centinaio di case attorno ad una fermata della stazione di questo piccolo centro dell’area metropolitana della Grande Buenos Aires.
Pablo, da quando ha l’età della ragione, ha un'unica grande passione; il Brown o meglio il Club Atletico Brown.
La squadra della sua città.
Questo piccolo e orgoglioso Club che dei suoi 70 anni di storia (la fondazione risale al marzo del 1945) ne ha passati più della metà in Primera C (la quarta serie del calcio argentino) con brevi e fugaci apparizioni nella categoria superiore.
Pablo in gioventù ci gioca anche per il suo adorato Brown. E’ un buon “9”, di quelli che lottano su tutti i palloni, che corrono come matti su tutto il fronte d’attacco e che quando riesce a liberarsi al tiro sa fare anche male.
Finito questo periodo diventa una delle poche centinaia di tifosi fedeli e appassionati che seguono questo team ovunque e tutti conoscono questo baffuto spilungone quasi pelle e ossa con l’immancabile sigaretta fra le labbra.
Quando arriva la possibilità di dare una mano con il settore giovanile del Club per Pablo sembra davvero il Paradiso.
Ma la vita comincia a presentargli il conto, cosa che gli accadrà di continuo sparandolo in questo ottovolante impazzito che sembra non voglia dare tregua a quest’uomo buono e gentile.
Pablo perde il lavoro e con il lavoro la possibilità di pagare un affitto.
Per lui e la sua famiglia si prospetta un futuro nella miseria, cosa non aliena nel sul piccolo barrio.
Il “suo” Club si ricorda di lui.
Gli offrono la possibilità di fare il custode al Club. Apre le porte a giocatori e dirigenti, tiene pulita la sede sociale, cura il terreno di gioco e lo stadio, perfino i campi da tennis adiacenti.
Gli trovano pure due stanze dentro il Club in cui vivere.
Anni di incondizionato amore per il Brown non sono passati inosservati.
A Pablo sembra già il massimo. Vive “dentro” il Club che ama.
Di certo non naviga nell’oro ma ha un tetto sopra la testa, un po’ di cibo nel piatto e … può vedere il suo Brown gratis !
Ma il bello deve ancora ve**re.
Come detto da una mano nelle giovanili e qualche volta lo inseriscono pure nello staff della prima squadra.
Pablo capisce di calcio. Adora Marcelo Bielsa e Angel Cappa.
Come dire “quelli che fanno giocare a calcio le loro squadre”.
Il Brown continua a vivacchiare nella serie C argentina ma nel 2009 la possibilità di una retrocessione in Primera C (cosa che non accadeva dal 1996) è evidente.
E allora a qualcuno nel Club viene un idea “ Scusate, ma chi è che conosce davvero questo Club, giocatori, dirigenti e ogni zolla della cancha e ogni pezzo di cemento delle gradinate ? Quest’uomo è Pablo Vicò ed è l’unico che può davvero raddrizzare la baracca”.
Sembra una follia.
Ma a volte le follie si fanno.
A Pablo viene affidata la prima squadra.
Con lui nello staff gli amici di sempre.
L’impatto è immediato. Non solo come “Mister” ha le idee chiare (la palla la giochiamo a terra, niente pelotazos e chi sa saltare l’uomo in dribbling … sarà libero di farlo !) ma è lo spessore umano che colpisce e spiazza tutti.
I giocatori gli vogliono bene, per lui danno l’anima in camp
E lui se li coccola o li sgrida come farebbe un padre con i figli.
“Noi allenatori possiamo correggere i dettagli in un calciatore, ma è il valore dell’uomo che anche in campo fa la differenza”. Questo dice ed è questo in cui crede “El Flaco”.
La costruzione di un team non è cosa che si fa in pochi mesi.
Ci vuole pazienza, dedizione, osservazione e ascolto.
E nel giugno del 2013 Pablo Vicò e il suo Brown riscrivono la storia di questo piccolo Club.
Il Brown arriva alla finale dei play-offs per la Promozione nella Primera B Nacional, la serie B argentina.
Si arriva ai rigori contro l’Almagro.
Il Brown vince.
Pablo viene portato in trionfo come un eroe, come una star o un icona rock.
Ormai tutti quanti lo chiamano “Don Ramon”.
Poi il giorno dopo lo puoi trovare dare una mano a rimettere a posto il campo da tennis del Club.
Ma “El trico” (così viene chiamato il Club) non naviga certo nell’oro, La serie B argentina è tosta.
Tutto quello che può andare storto ci va. Infortuni, pali e traverse, pure qualche decisione arbitrale un po’ strana … fatto sta che il Brown ritorna, nemmeno un anno dopo, nella serie C argentina.
Praticamente ad ogni latitudine retrocessione vuol dire una cosa; il licenziamento del Mister.
Nel Club Atletico Brown non funziona così.
Pablo Vicò rimane intoccabile sulla sua panchina.
Sanno benissimo tutti quanti, tifosi, dirigenti e calciatori, che un mister e soprattutto un UOMO così, sono un autentico lusso per un Club del genere.
E Pablo non prende neanche in considerazione di andarsene, nonostante qualche altro Club di Primera B Nacional, abbia messo gli occhi su questo dinoccolato baffone.
Lui vive “del” e “per” il Brown.
E cosi inizia una nuova stagione.
Siamo a febbraio del 2015
C’è una banda di delinquenti che da un po di tempo sta mettendo a ferro e fuoco il barrio e le sue immediate vicinanze. Rapinano piccoli negozi e attività commerciali ma soprattutto sono specializzati in furti d’auto.
Sono le 13.30 del 5 febbraio.
La gang in questione ha appena rubato una VW Golf ma stavolta la polizia è nei paraggi.
Inizia un furioso inseguimento per le vie di Adroguè.
I delinquenti perdono il controllo del mezzo che va a centrare un piccolo furgoncino bianco.
Alla guida c’è un uomo di 40 anni, che sta andando a lavorare.
E’ Cristian Gabriel Vicò, il figlio di Pablo.
Dopo 4 giorno di agonia Cristian muore.
Pablo e la sua famiglia sono distrutti.
Anche il calcio, il suo amato calcio e il suo adorato Brown, paiono non riuscire a chiudere questa ferita.
La gente di Adroguè gli si stringe attorno.
I messaggi di affetto, le visite al Club anche solo per dare una pacca sulla spalla o due parole di conforto a Pablo si moltiplicano.
Tanto lui è sempre lì. Vive ancora nelle stanze che il Club gli ha messo a disposizione, all’interno dello stadio. Da quasi 15 anni.
Pablo pian piano si riprende. Il suo Brown continua a giocare un buon calcio e le vittorie iniziano ad arrivare in serie.
Si arriva all’ultima di campionato. Il Brown ci arriva come 2° in classifica, ad un punto dalla capolista, l’Estudiantes de Buenos Aires.
Il Brown gioca fuori casa, contro il Deportivo Moron.
Il risultato è sull’1 a 1. Non sufficiente per tornare in Primera B Nacional, anche perché l’Estudiantes sta pareggiando il suo match.
Il match è agli sgoccioli. E’ iniziato il 4° e ultimo minuto di recupero.
C’è un corner per il Brown. La palla schizza impazzita verso l’area di porta.
Sembra un pallone innocuo ma sul secondo palo arriva come un furia Juan Manuel Garcia, un difensore.
E’ nel posto giusto al momento giusto. Proprio come gli eroi delle favole.
Il suo gol riporta il Brown Adroguè in Serie B.
Le immagini a fine partita sono qui a seguire.
https://youtu.be/Tfld03pvFuk

Non occorrono commenti. Pablo Vicò chiede solo di estraniarsi per un momento da quella bolgia.
Si rivolge al cielo e poi si inginocchia. Cristian Gabriel da lassù, ne è certo, gli ha dato una mano.
Il Brown ritorna in Primera B Nacional. Pablo Vicò e la sua impresa sono su tutti i media argentini.
Tutti imparano a conoscere la sua incredibile e commovente storia.
E ancora una volta è il Paradiso, anche se certe cicatrici non potranno chiudersi mai.
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E’ il 15 dicembre del 2016.
Il mio piccolo tributo al “Flaco” è già praticamente pronto.
Ma l’ottovolante impazzito che è la vita di quest’uomo decide di fare un altro giro.
Pablo ha un malore. Un forte dolore al petto.
Viene ricoverato d’urgenza. E’ un infarto.
Le ultime notizie parlano di condizioni stabili e i medici sono ottimisti.
“Evoluciona favorablemente” dicono da quelle parti.
L’intervento chirurgico non è ancora scongiurato.
Un barrio intero è con il fiato sospeso.
Forza Pablo … ci sono ancora tanti giri da fare su quel pazzo ottovolante che è la tua vita.

E così sarà.
Pablo Vicò si riprende completamente e a tutt’oggi continua a guidare, per la nona stagione consecutiva il suo adorato Club Atletico Brown, con risultati ogni anno migliori tanto da essere ormai una realtà una presenza assodata nella Primera B Nacional, la serie “B” del calcio argentino.
E sarà così per chissà quanti anni ancora si augurano i tifosi de “El Trico” di Adroguè.
Tifosi che sanno che dopo ogni gol il secondo sguardo di Pablo sarà sempre rivolto a loro … ma il primo sarà sempre rivolto verso il cielo, verso il suo adorato Cristian.
… è davvero bello quando le favole non vogliono saperne di avere una fine …

Photos from Matti Miti e Meteore del Fútbol Sudamericano's post 31/03/2024

Il calcio argentino piange la scomparsa di uno dei suoi più grandi calciatori di sempre. Uno che nonostante le immense doti calcistiche fece una scelta di vita ben precisa, per amore della famiglia, della sua gente e della sua città.
E' uno dei protagonisti di "MATTI, MITI E METEORE DEL CALCIO SUDAMERICANO".
A seguire un breve estratto.

Siamo nella terra del calcio.
No, non dove il calcio è nato.
Siamo dove il calcio è esattamente quello che diceva il grande Bill Shankly.
“Il calcio non è una questione di vita o di morte. Il calcio è molto più importante”.
Questo paese si chiama Argentina.
Non è un caso che quando si parla dei 5-6 migliori calciatori della storia di questo gioco (si, gioco … non sport … perché lo sport è per atleti, il gioco è per gli artisti) almeno tre di questi sono nati in questo paese.
Alfredo Di Stefano, Diego Maradona e Lionel Messi.
Ebbene in questo paese accade che un giorno, più o meno verso la metà degli anni ’60 arrivano degli emissari del grande Real Madrid, la squadra più importante e vincente del continente europeo.
Attendono la fine dell’allenamento e all’uscita dagli spogliatoi dei calciatori vanno verso questo ragazzo moro, del cui sinistro magico hanno sentito dire meraviglie perfino nella lontana Europa.
Uno di loro gli va incontro.
“Victor, le carte sono tutte a posto. Abbiamo l’accordo con il tuo Club. Siamo lieti di dirti che da questo momento sei un calciatore del Real Madrid. Ah, dimenticavo, questo è un presente che ti manda direttamente Don Santiago Bernabéu, il Presidente del Real Madrid”.
E’ un orologio d’oro.
Victor, che tutti, tifosi, dirigenti e compagni di squadra chiamano “El Maestro”, guarda il dirigente del Real Madrid dritto negli occhi, sorride e gli dice “Grazie di cuore. Ma io sto bene qua. Mendoza è casa mia e questo è l’unico Club nel quale mi interessa giocare” .
I dirigenti del grande Club spagnolo sono letteralmente spiazzati.
Il silenzio è rotto solo pochi secondi dopo, sempre dal “ Maestro”.
“Comunque ringraziate il vostro Presidente per l’orologio. E’ davvero molto bello !”.
Verranno a cercarlo i dirigenti dell’Inter di Milano, del Colo Colo, del Santos, del Penarol … ovviamente anche quelli di Boca Juniors e River Plate. Nei primi anni ’70 perfino i Cosmos di Pelè, Beckenbauer e Chinaglia cercheranno di portare nelle loro fila “El Maestro”.
Ma la risposta sarà sempre la stessa.
Il Maestro si chiama VICTOR ANTONIO LEGROTAGLIE e la squadra dove giocherà quasi tutta la sua carriera si chiama GIMNASIA Y ESGRIMA de MENDOZA.

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