28/11/2025
Sotto alcuni antichi ponti romani continua a lavorare un materiale che non vediamo più.
Un materiale che, immerso nell’acqua da duemila anni, non ha mai smesso di fare il suo dovere.
Siamo a Roma, lungo il Tevere, dove scorre il tempo prima ancora dell’acqua.
Qui il Ponte Fabricio, costruito in età romana, poggia ancora su parte delle sue fondazioni originarie.
Quando i Romani affrontavano fiumi profondi o soggetti a piene frequenti, non avevano cemento armato o sonde per il terreno.
Avevano però osservazione, esperienza e una tecnica che oggi appare sorprendente.
Realizzavano enormi strutture di legno, i cosiddetti cassoni, assemblati come enormi casse vuote.
Questi cassoni venivano affondati sul fondo del fiume e poi riempiti di pietre e malta.
In questo modo creavano camere sigillate che tenevano lontana l’acqua.
All’interno si poteva lavorare all’asciutto per costruire pilastri solidissimi.
Il segreto stava non solo nella muratura, ma proprio nel legno.
Perché il legno, se completamente sommerso e privo di ossigeno, non marcisce.
In assenza di aria i batteri responsabili della decomposizione non possono vivere.
Così travi e pali rimangono stabili per secoli, continuando a sostenere il peso delle strutture.
Alcuni tratti delle fondamenta del Ponte Fabricio poggiano ancora su travi di quercia.
Sono state messe in posa oltre duemila anni fa e risultano perfettamente conservate.
Questa soluzione ingegneristica, oggi quasi dimenticata, aveva un altro vantaggio.
I cassoni di legno e pietra contribuivano ad assorbire gli scuotimenti in caso di terremoto.
La stessa struttura offriva una resistenza notevole alle spinte dell’acqua durante le piene.
Riduceva il rischio di cedimenti, un problema che non di rado riguarda ponti moderni privi di accorgimenti simili.
Costruire questi cassoni richiedeva una precisione enorme.
Si lavorava contro corrente e spesso sott’acqua, regolando la posa con sistemi di travi interconnesse.
Queste armature di legno erano vere opere d’arte ingegneristica.
Nei secoli successivi, anche a causa della perdita di know-how durante il Medioevo, la tecnica si è sostanzialmente persa.
Solo i restauri recenti hanno riportato alla luce molti di questi cassoni romani.
La loro riscoperta ha entusiasmato ingegneri e studiosi, colpiti dalla tenuta di queste strutture sommerse.
Oggi la domanda è abbastanza semplice ma densa di implicazioni.
Quante altre soluzioni antiche abbiamo dimenticato e quanto potrebbero ancora insegnare alle nostre infrastrutture.
💁♂️ Quel che non sapevi, in breve
👉 I Romani usavano cassoni di legno affondati e riempiti di pietre e malta come fondazioni dei ponti
👉 Il legno sommerso senza ossigeno non marcisce e sostiene ancora ponti come il Fabricio dopo duemila anni
👉 Questi cassoni assorbivano parte degli scuotimenti sismici e resistevano meglio alle piene rispetto a molte soluzioni moderne
👉 La tecnica, quasi scomparsa dopo il Medioevo, è stata riscoperta durante restauri recenti, riaprendo il dibattito sulle conoscenze ingegneristiche dell’antichità
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