01/08/2026
Riflessioni...
𝐋'𝐀𝐜𝐞𝐫𝐨 𝐞 𝐢𝐥 𝐁𝐨𝐧𝐬𝐚𝐢
Nella Via che conduce alla realizzazione di Sé, la forma rappresenta solo il primo gradino da superare. Una forma non propria, ma imposta, può trasformare la pratica da percorso di crescita a vera e propria prigione.
Voglio fare un parallelismo non per vana ribellione, ma come invito a una riflessione consapevole.
Ho guardato la pratica dalla parte del “bonsai”.
Il bonsai che tengo in giardino è accudito con la massima cura, ha la luce ideale, le radici nella terra migliore e viene innaffiato puntualmente; se potesse parlare ringrazierebbe il cielo per questa fortuna, perché non conoscendo altro, ha finito per amare la sua gabbia.
Non sa dove finisca davvero il suo spazio; io gli dedico ogni cura, sì, ma intanto gli impongo la mia forma, non quella che avrebbe per sua natura, e la sua stessa esistenza dipende dal mio arbitrio e dall'acqua che decido di concedergli.
Potrebbe crescere maestoso e libero come un acero selvatico, se solo potesse allungare le radici oltre i bordi di quel vaso. Ma resta lì: è la mia creatura e guai se dovesse mai accorgersi del proprio potenziale e dei confini che gli ho tracciato attorno.
Perché il mio bonsai cresce solo quanto gli permetto di crescere e se mai le sue radici spingessero fino a incrinare la terracotta, sarei subito lì, pronto a riparare la crepa. A contenere. A limitare.
Eccolo, il parallelismo.
Moltissimi karateka, per la loro pratica, si affidano in via esclusiva alla solidità di un’organizzazione, una qualunque, magari ben strutturata, meglio se di tendenza, dipendendo costantemente da quel centellinato "sorso d'acqua" senza il quale sono convinti di non poter crescere, in un sistema che nutre dall’alto, ma a patto di non disobbedire, mai – pena l'emarginazione o la scomunica.
Vivendo a lungo in questa dimensione, molti si illudono di essere l’acero nel vaso più bello; protetti e appagati, non si accorgono mai, che quello standard imposto, spesso non serve a farli fiorire per ciò che sono, ma a uniformarli, in ciò che altri vogliono (o non vogliono) che diventino. Finché, quasi ipnotizzati, non si accorgono più che l’unica gratificazione che li appaga è limitata esclusivamente al riconoscimento offerto dalle stesse mani del bonsaika e per loro, infine, nient’altro ha lo stesso valore.
Una precisazione è necessaria: condivisibile o no, quanto scrivo non punta il dito verso alcuno in particolare, è solo una riflessione, frutto delle mie personali esperienze. Questo parallelismo non intende affatto rinnegare i nobili princìpi etici, spirituali e morali racchiusi nell'arte di curare un bonsai, né mettere in discussione la dedizione e i valori presenti in molte organizzazioni marziali. Il mio è un discorso sulla sola forma, dal punto di vista più basso, quello dell'Apprendista, e sulla differenza tra una crescita guidata e una libertà espressiva.
Dopo il tempo della forma, è necessario che si accenda, nel praticante ormai maturo, quella fiamma che infrange la terracotta per uscire dal vaso a cercare spazi sempre più ampi e fertili, in cui crescere e trasformarsi. Questo non significa rinnegare il vaso in cui si è nati, anzi, è proprio quell’ottima terra a fornire i presupposti necessari per permettere alle proprie radici di spingersi oltre.
Attraverso la ricerca, la scoperta e il confronto culturale, con l’umiltà di saper apprendere da chiunque e la mente aperta anche verso altri stili e discipline, ogni karateka può ampliare la propria visione e smettere di essere una miniatura, modellata da mani altrui, per diventare un albero completo, con radici profonde, finalmente padrone della propria forma, pronto a proseguire il Suo Cammino.
Osū
M° Alessandro Poerio