27/10/2026
Sinceramente non si sa più a che santo appellarsi. Prima della finestra estiva di luglio 2026 si sperava che l’Italia, con tanti atleti che avevano brillato all’estero e un blocco proveniente dallo URC, riposato e desideroso di riscatto, potesse fare qualcosa in più. Quattro mesi dopo, Benetton e Zebre continuano a non carburare e la Nazionale si presenta al Nations Championship con una lista di infortunati che sembra non avere fine.
Al momento sono 16 i giocatori indisponibili. In lista ci sono nomi pesantissimi: Michele Lamaro, Nacho Brex, Tommaso Menoncello, Martin Page-Relo, Andrea Zambonin, Sebastian Negri, Mirco Spagnolo e, ultimo in ordine di tempo, Louis Lynagh.
Sedici giocatori fuori sono uno sproposito per qualsiasi Nazionale. Per l’Italia lo sono ancora di più. Il tema della profondità della rosa viene discusso da anni, alternando momenti di ottimismo ad altri in cui la coperta torna improvvisamente cortissima.
Questa volta, però, c’è poco da girarci intorno. Menoncello e Brex si sostituiscono male. Non soltanto per il valore tecnico individuale, ma per tutto quello che rappresentano in termini di confidenza reciproca, automatismi e capacità di leggere quello che succede in mezzo al campo. Lamaro, invece, oltre che il capitano è uno dei riferimenti emotivi e difensivi della squadra.
Nel pack qualche buona notizia in realtà c’è. Tornano a pieno servizio giocatori come Simone Ferrari, Lorenzo Cannone e Manuel Zuliani, mentre Ion Neculai e Ivan Nemer potrebbero ritagliarsi uno spazio che nel recente passato non hanno avuto. In seconda, però, pesa parecchio l’assenza di Andrea Zambonin, probabilmente il giocatore più poliedrico del reparto. E poi manca ancora un ball carrier ficcante come Sebastian Negri, ormai entrato in una br**ta spirale di infortuni che gli sta impedendo di trovare continuità.
Alla fine, inevitabilmente, l’Italia arriva a novembre tenuta insieme con il nastro adesivo. Da una parte c’è la grande occasione di allargare realmente il gruppo a un anno dalla Rugby World Cup 2027. Mattia Midena, Samuele Locatelli, Damiano Mazza, Giovanni Montemauri e Federico Zanandrea sono tra i giocatori che possono approfittare di questa situazione per guadagnarsi spazio e aumentare le opzioni a disposizione di Quesada.
Dall’altra parte, però, c’è il calendario. Sudafrica il 7 novembre a Torino, Argentina il 14 a Genova e Fiji il 21 a Udine, prima del weekend delle finali a Twickenham dal 27 al 29 novembre. Non esattamente il programma ideale per fare esperimenti con serenità.
Dei Boks sappiamo tutto: profondità, fisicità, organizzazione e un modo quasi granitico di dominare gli avversari. L’Argentina, invece, ha mandato un messaggio molto chiaro in vista del Mondiale aggiungendo allo staff di Felipe Contepomi due pezzi da novanta come Mario Ledesma, responsabile degli avanti, e Shaun Edwards, chiamato a occuparsi della difesa. Due innesti coerenti con le ambizioni dei Pumas, un po’ stufi di essere discontinui.
E poi occhio a dimenticare le Fiji, che restano una delle squadre più funamboliche del panorama internazionale e che adesso hanno affidato la propria stabilità a Jake White, il coach che nel 2007 ha vinto una Coppa del Mondo con il Sudafrica e che certamente non è stato chiamato per fare presenza.
Insomma, tre partite difficili anche con la formazione migliore possibile, figuriamoci in emergenza.
A questo punto cambia completamente il significato della finestra di novembre. I test match estivi avrebbero dovuto essere quelli degli esperimenti. Le partite autunnali, almeno nelle intenzioni, dovevano invece restituire qualche certezza dopo un tour australe decisamente negativo. Gli infortuni, che nel rugby non sono un imprevisto ma quasi una variabile strutturale, hanno riscritto tutto.
Quesada dovrà usare queste settimane per capire quanto sia realmente ampio il gruppo e soprattutto quanto possa reggere quando vengono meno contemporaneamente diversi titolari. L’esame, quindi, non riguarda soltanto i giocatori, riguarda anche lo staff.
Gli ultimi allenatori arrivati alla corte del coach argentino sono Sergio Parisse e Roberto Santamaria. Entrambi hanno il compito tutt’altro che semplice di preparare un pacchetto di avanti costretto a confrontarsi con avversari di primissimo livello, mentre Quesada dovrà trovare nuovi equilibri in una linea arretrata privata di alcune delle sue principali certezze. A questo punto, fare di necessità virtù non è soltanto un’opzione, appare più come un obbligo.