11/06/2026
Ci metto un po’ per partire. Giro attorno alla Chiesa Millenaria di Ruta, ne colgo le diverse angolazioni, con tutta la calma che l’austera eleganza di questo gioiello romanico merita.
Partenza ideale per raccontare la complessità del territorio capitemontino, la Millenaria sorge al crocevia di diversi percorsi, fra cui la secolare strada che punta al cuore del promontorio. E lungo questa strada, in salita verso Gaixella, già apprezzo il lento cambiare del paesaggio.
Dalle tracce dell’antropizzazione costiera, con le tipiche case liguri circondate da uliveti e giardini, si passa a un lungo lembo di lecceta interrotto dalla visione liberty del Portofino Kulm, simbolo della Belle Époque in cui reali, nobili e notabili del secolo scorso cercavano ristoro all’ombra del monte di Portofino, dove antica è la vocazione alla ricerca di uno spazio lontano dal mondo.
L’ombra del versante settentrionale mi accoglie col passaggio dall’ambiente di macchia mediterranea ad un bosco moderatamente mesofilo di carpini neri, ornielli e castagni. Albero, questo, che troverebbe le sue condizioni ideali sopra i 600 metri di altezza e che qui, come in altre parti della Liguria, trova ambienti favorevoli quasi a picco sul mare.
Ed è sul punto più alto, il monte di Portofino, che si apprezzano le due anime di questo territorio. A pochi metri dall’ombreggiato versante nord, ecco la macchia mediterranea con le sue processioni di erica arborea, corbezzolo, lembi di lecceta e pinete.
Il mare compare finalmente all’orizzonte, al Semaforo Nuovo le nuvole basse si diradano abbastanza da regalarmi la vista del monte Campana e del golfo Paradiso. Nel mezzo, in fondo, ecco comparire Punta Ch***pa.
Per arrivarci scendo lungo il complesso delle Batterie, un sistema di casematte e fortificazioni costruito nel 1941 e rimaneggiate dopo il 1943, silenti e vivi testimoni dell’ultimo conflitto mondiale.
Arrivo finalmente a Punta Ch***pa. Una lingua di conglomerato che si protende verso un mare cristallino. Riposo un po’, seduto a godere del sole già caldo, della brezza ancora fresca, del paesaggio dove il ripido incontro fra terra e mare disegna, qui come altrove, la Liguria e i suoi abitanti.
E dopo il riposo, affronto con più freschezza l’ultima salita, quella che passa la medievale chiesa di San Nicolò di Capodimonte, altro gioiello romanico che testimonia il profondo legame fra l’ambiente impervio del promontorio con la ricerca di una più profonda spiritualità, in un rapporto complesso di distanza e legame dalle cose umane.
Il panorama da San Rocco di Camogli, con gli ultimi chilometri di asfalto verso Ruta, sono come una passeggiata per rilassare le gambe dopo i vari sali e scendi.
La visione della Millenaria, adornata dal sole pomeridiano, è la piacevole chiusura di questa escursione attraverso le varie anime del promontorio capitemontino, dove la profondità – e la fragilità – di questo territorio possono essere apprezzate cercando le sue parti più autentiche.
[2 di 8] – Prossima puntata: Il secolare crocevia della Millenaria di Ruta
09/06/2026
Come Scarpinate sono stato un po’ assente negli ultimi mesi. Il motivo è un progetto accarezzato da molti anni e ora finalmente compiuto, che ha richiesto il tempo e le energie di tutto l’inverno e di parte della primavera. Per amore della sorpresa ne parlerò meglio a fine estate.
Insomma, niente Scarpinate in questi mesi?
E invece qualcuna l’ho portata a casa, con la consueta carrellata di racconti fra territorio e storia che, spero, continuerà ad aiutarvi nella riscoperta della nostra terra.
La prima scarpinata viene dal mese di marzo. Il Parco di Portofino è sicuramente fra le zone più note e apprezzate dagli escursionisti e, in generale, dai turisti.
Eppure il territorio capitemontino non finisce mai di raccontarsi, ricco di storie legate alla sua conformazione geomorfologica, alla sua biodiversità, alla particolare antropizzazione e presenza umana che, nei secoli, ha saputo far tesoro di un territorio difficile.
Nasce così un’escursione ad anello con partenza dalla Chiesa Millenaria di Ruta. Crocevia di percorsi secolari fra costa e profondo entroterra, la Millenaria è uno dei punti di partenza ideali per entrare nel cuore del Parco di Portofino.
Da qui, circa 15 km di percorso mi hanno portato a toccare diversi punti di interesse, come Semaforo Vecchio e Nuovo, le Batterie e Punta Ch***pa, San Nicolò di Capodimonte, San Rocco di Camogli e ritorno alla Millenaria.
Per oggi mi fermo qui: nei prossimi giorni cammineremo assieme alla riscoperta dei sentieri e delle storie del monte di Portofino.
[1 di 8] – Prossima puntata: fra le varie anime del monte
27/04/2026
La Scarpinassa Resistente è stata occasione, per una piccola comunità in movimento, di riscoprire parte del proprio territorio e della sua storia.
E la Festa della Liberazione ci ha dato modo di raccontare le vicende locali della Resistenza, dell'impatto della guerra sulle genti del Tigullio - e non solo - e sulle tracce materiali che il secondo conflitto mondiale ha lasciato ancora oggi.
Il tutto camminando lungo un paesaggio segnato dall'ardesia: ne abbiamo approfittato anche per parlare di questo pietra preziosa per l'economia locale, e di quanta fatica venne fatta per costruire questi versanti fra terrazzamenti, canalizzazioni, colture di ulivo e castagno.
Una giornata ricca, che è stata possibile solo grazie al famoso "fare rete": quando si condividono esperienze e saperi il risultato non può essere che buono.
E allora, grazie.
Grazie a Pietre Parlanti ed Oenone Lloyd per aver costruito assieme a noi il percorso di questo 25 aprile. E per aver riaperto, e mantenuto, i sentieri che si diramano alle spalle di Lavagna.
Grazie a Flora Labigalini, Guida Escursionista Ambientale che ci ha guidato con passo dolce e sicuro condividendo con noi la sua conoscenza.
Grazie a Matteo Brugnoli, presidente di Anpi Lavagna, per aver aperto questa giornata riaffermando il valore fondante che il 25 aprile ha per la nostra storia.
Grazie al Comune Di Lavagna per il patrocinio.
E grazie a tutti voi che avete partecipato, condividendo con noi un'esperienza fra le più importanti del progetto Tigullio Verticale.
25/04/2026
La Scarpinassa Resistente del 2026 in una sola, bella immagine.
Una bella escursione per riscoprire luoghi che hanno lasciato stupiti tutti.
Con storie sulla Resistenza che hanno interessato e commosso.
E con un caldo sentimento di comunità che sente di festeggiare degnamente questa importante ricorrenza.
Buon 25 aprile!
14/04/2026
Scarpinate ed io ritorniamo sul territorio con un evento che unisce storia ed escursionismo, per una data particolare e ricca di avvenimenti per la nostra terra. Ci vediamo qui! 👇🏻
TIGULLIO VERTICALE
SCARPINASSA RESISTENTE
SABATO 25 APRILE
PARTENZA ORE 09:30
CHIESA DI SANTA GIULIA DI CENTAURA, LAVAGNA
Sulle tracce dei luoghi della Resistenza e delle storie che hanno segnato il nostro territorio nel
secondo conflitto mondiale.
In collaborazione con Pietre Parlanti e Anpi Lavagna.
Accompagnatore: Flora Labigalini (G*E), interventi storici a cura di Scarpinate, Nassa Rapallo ed Anpi Lavagna.
Distanza: 12 km ca – Dislivello positivo: 373 m – Difficoltà: EE
Durata: 6 h e mezza di cammino complessivo comprese soste, interventi storici e piccolo rinfresco
finale.
Equipaggiamento obbligatorio: calzature da trekking con suola scolpita, borraccia d’acqua, pranzo
al sacco.
Partecipazione gratuita, prenotazione obbligatoria (max 25 posti): 3312851961 Fabio (Scarpinate)
17/03/2026
Il Monte Penna è fra i giganti dell’Appennino ligure. Con i suoi 1735 metri e la sua forma inconfondibile, svetta maestoso alla confluenza delle valli dell’Aveto, del Taro e del Ceno.
Alle sue pendici, i passi dell’Incisa e del Chiodo mettono in collegamento le diverse vallate, rendendo il Penna uno dei punti focali per la viabilità del territorio.
In corrispondenza dei due passi sorgevano infatti, nei secoli del Basso Medioevo, strutture dedicate ai viaggiatori, gli “hospitali” già incontrati in altri articoli di Scarpinate. Per quanto possa sembrare inospitale, questo territorio mostra una spiccata quanto antica vocazione per strade e collegamenti.
La vista di questo gigante affascina noi visitatori, ogni volta che ci si para davanti. Visto da lontano, sembra il trono di una divinità celeste. Il culto delle vette, presso gli antichi Liguri, aveva nel dio Pen la sua divinità, ed è lecito supporre che questo popolo vedesse il Penna come una delle sue case.
Inoltre questo non è sempre stato il suo nome: è bene sapere che il Monte Penna, fino a qualche secolo fa, veniva chiamato monte Appennino.
Lo sappiamo da due documenti: uno del 1549, chiamato “Confine de la iurisditione di Santo Stefano”, l’altro frutto del cartografo Matteo Vinzoni, che nella “Visita de’ confini del Commissario di Compiano dell’anno 1708 del mese d’ottobre” cita sia il monte “Apennino” che il “Montenegro”, che possiamo supporre essere il vicino monte Nero.
Quanto agli “hospitali” sopra citati, questi facevano parte di una più vasta rete di strutture assistenziali presenti, in maniera capillare, dal passo del Bocco fino al passo del Tomarlo, a supporto di un asse viario che legava le già citate valli dell’Aveto, del Taro e del Ceno, con l’aggiunta della valle Sturla e della Val Nure. Una vera e propria arteria di traffico fra costa, Appennino e Pianura Padana.
A oggi, il Penna è una delle mete preferite dagli escursionisti, sia per la sua bellezza, che per i paesaggi meravigliosi che si godono dalla sua vetta, sia ancora per le meraviglie naturali che troviamo alle sue pendici, come il lago e la foresta del Penna. Luoghi particolari, con una storia propria e che verrà raccontata nelle prossime Scarpinate.
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11/03/2026
La distesa ghiacciata di fronte a noi è il Lago del Penna, un piccolo specchio d’acqua incastonato nella Foresta Demaniale del Penna, sul versante nord dell’omonimo monte.
Se a prima vista può sembrare modesto, il lago ha una marcata importanza per gli equilibri naturali del Parco dell’Aveto: è infatti un sito riproduttivo di primaria importanza per diversi tipi di anfibi, dalle rane montane ai tritoni alpestri.
Si tratta di un lago poco profondo, al massimo un metro e mezzo, alimentato sia da un ruscello perenne, che sgorga poco sopra, che da un altro ruscello stagionale che si anima principalmente in primavera.
Le acque in uscita scendono lungo il versante, verso nord-est, dando vita a uno dei rami del torrente Gramizza.
Il lago è adagiato sul fondo di una piccola conca, di probabile origine glaciale e originato da un piccolo ghiacciaio qui presente fra 20.000 e 10.000 anni fai, in corrispondenza dell’ultimo periodo glaciale.
L’intero territorio a cavallo fra Liguria ed Emilia, infatti, appare segnato dalla presenza di ghiacciai risalenti all’ultimo periodo glaciale, quello di Wurm, che durò circa fra i 110.000 e i 12.000 anni fa.
Le tracce possono essere diverse, come la presenza dei già citati circhi glaciali, i profili trasversali a U delle valli, la presenza di rocce montonate (cioè con la forma a dorso di montone) e in generale i detriti prodotti dall’esarazione delle rocce, che possono andare a depositi detti “morene”. Fra i detriti vi possono essere anche massi di grandi dimensioni, detti “erratici”, trasportati dalla lenta azione delle lingue glaciali a distante, anche considerevoli, dalla loro sede originaria.
Un esempio dell’azione di un ghiacciaio si può trovare, a relativa poca distanza, sempre nel Parco dell'Aveto. Il versante nord del Monte Aiona è stato caratterizzato dalla presenza di un ghiacciaio, come mostrano i laghi, tutti di origine glaciale, che si trovano dalla Riserva delle Agoraie fino al Lago delle Lame: da qui, a poca distanza, è anche possibile osservare il cosiddetto “anfiteatro morenico”.
Ancora una volta, il nostro territorio si presta a molteplici letture, dove nulla è lì per caso.
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09/03/2026
L’anfiteatro naturale davanti a noi, coperto da una spessa coltre di neve, è chiamato la Nave del Penna. La forma, infatti, ricorda quella di una chiglia e per questo è diventato uno dei luoghi più riconoscibili dell’omonimo monte.
Preceduta a nord-est da una lunga e ripida cresta di rocce ofiolitiche, la conca della Nave si è formata grazie ad un fenomeno chiamato “deformazione gravitativa profonda di versante” (DGPV). Consiste in un movimento franoso a lunghissima evoluzione, che coinvolge volumi di roccia enormi – in questo caso, una parte importante del versante del Penna – e dove il movimento è molto lento, anche inferiore al millimetro all’anno.
Nel caso della Nave, inoltre, le sponde rocciose vengono modellate dall’erosione glaciale fino ad ottenere l’attuale e caratteristica forma di una chiglia.
L’intero comprensorio del Penna e dell’Aiona presenta infatti numerose tracce della presenza di ghiacciai, risalenti all’ultima glaciazione, detta di Würm.
La ricerca di una di queste tracce mi porterà alla prossima tappa: il laghetto del Penna, uno dei punti di interesse naturalistico fra i più importanti del Parco dell'Aveto.
(la seconda foto risale al 2023, giusto per far vedere anche un po' di luce...)
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05/03/2026
Il nuovo anno di Scarpinate continua tornando alle origini, in quella Val d’Aveto a cui sono legato e che ho spesso percorso e raccontato.
E il monte Penna, ogni inverno, mi richiama a sé per ripercorrere i suoi sentieri, come una felice tradizione che si ripete di anno in anno. Tornare qui è sempre un’esperienza che unisce escursionismo, esplorazione e conoscenza del territorio.
Conoscere la zona che ruota attorno al monte Penna consente infatti di approfondire una parte importante della Val d’Aveto. Un territorio che da secoli funge da cerniera, solcata da una sorprendente quantità di assi viari che, dalla costa, convergono nella vallata, la solcano e si diramano verso il settore della pianura Padana compreso fra Pavia, Piacenza e Parma.
Una terra di passaggio, dunque: una vocazione che dura da secoli e che ha lasciato dei segni tangibili sul territorio avetano. Alcuni ancora presenti, altri di cui si indovinano appena le tracce.
A questa vocazione si aggiunge l’importanza economica che, nel corso dei secoli, la vallata ha acquisito grazie alle attività agricole, di allevamento e di sfruttamento delle materie prime, in primis il legname, che ha aperto questo territorio a uno scambio di lungo raggio.
Il prossimo capitolo di Scarpinate è, quindi, approfondire assieme a voi la conoscenza della Val d’Aveto e della sua storia, segnare le tracce di queste vocazioni, scoprirne i resti e vedere dove sono ancora vive. E raccontarle, assieme a paesaggi e alle meraviglie naturali di una fra le più belle vallate del territorio ligure.
Un capitolo che è iniziato nel pieno dell’inverno, in una vallata ammantata di neve, dove i primi passi li muovo in una fredda mattina di inizio febbraio, alle Casermette del Penna. Conoscenza, contatto con la mia terra, pace e quella concentrazione che solo il silenzio della foresta può donare: ecco cosa vado cercando.
Infilo scarponi e ramponcini e sono pronto. Vado a reincontrare finalmente un vecchio amico. Il Monte Penna, nascosto lassù da qualche parte in mezzo alle basse nubi, mi aspetta.
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23/02/2026
Le Tre croci in legno qui, nella foto, ricordano la sorte toccata a tre sfortunati mulattieri di Caprile, frazione di Propata, incappati in una bufera di neve nel tentativo di valicare il crinale.
Il passo delle Tre Croci è, infatti, un valico fra la val Brugneto e la val Borbera, situato a circa metà strada fra Casa del Romano e la vetta del monte Antola.
Una storia che riporta ai tempi in cui la viabilità correva su mulattiere e sentieri, e dove i crinali, e i passi che vi si aprivano, avevano una funzione fondamentale di collegamento. In particolare, il passo delle Tre Croci era una tappa di un importante percorso che trovava la sua origine dal mare.
Da Chiavari fino a Nervi si staccavano numerosi percorsi che si incontravano alle pendici dei monti Becco e Bado. I mulattieri proseguivano poi in un unico percorso fino alle pendici del monte Lavagnola: qui le strade si dividevano nuovamente.
Il percorso che interessa a noi, attraverso Torriglia e Donetta, portava poi in Antola, alla Casa del Romano e alle Capanne di Carrega. Erano possibili anche eventuali deviazioni verso la Valbrevenna e la Val Borbera.
Passato il monte Carmo, l’antico percorso portava alle Capannette di Pey, controllo doganale dell’allora Ducato di Milano. Ecco la porta della Lombardia, che si apriva su diverse possibili destinazioni.
Si poteva infatti raggiungere Tortona attraverso la val Curone, oppure Varzi attraverso la val Staffora. E ancora, attraverso il passo del Brallo di Pregola, si arrivava fino al passo del Penice e a Bobbio.
Uno dei lunghi fili che univa la pianura Padana e la parte più occidentale del Levante ligure, memorie di una rete che, ora come allora, è in grado di unire punti distanti attraverso l’escursionismo e la Storia.
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