Tribuna D’Onore Lazio

Tribuna D’Onore Lazio

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Siamo un gruppetto di ragazzi provenienti dalla Curva Nord…Tribuna D’Onore Lazio!

Photos from Brigata Lazio's post 11/06/2026
Photos from A Roma solo la Lazio's post 06/06/2026
Photos from La VOCE DELLA NORD's post 05/06/2026
04/06/2026

04/06/1989: il buio a San Siro
Antonio De Falchi è un tifoso giallorosso, che ha preso il treno per Milano e sta per entrare al Meazza. Da Piazzale Axum - con tram numero 24 - bisogna fare circa 200 metri a piedi.
L'accento romano è difficile da dissimulare ed è praticamente la sua condanna a morte, alle dodici meno un quarto di una domenica qualsiasi, qualche ore prima della partita.
Trenta persone gli si parano davanti. Si lanciano verso la compagnia di De Falchi. I poliziotti ci sono, ma in numero troppo basso per cercare di bloccare le aggressioni. I quattro romanisti vengono raggiunti, in tre stanno in piedi mentre Antonio cade e viene preso a pugni, calci. Il pestaggio è furioso e dura pochissimo, ma è brutale.
De Falchi, di fatto, muore di infarto a causa di una lieve malformazione.
Ciao Antonio R.i.p.

Photos from Brigata Lazio's post 02/06/2026

Tutto torna al suo posto

20/05/2026

Il detentore della maggioranza delle quote della Lazio — anche se poi dalle recenti inchieste giornalistiche di Report risulta che le cose stiano diversamente — dovrebbe ricordarsi che i tifosi della Lazio hanno il potere di fare il bello e il cattivo tempo, e possono scegliere se riempire lo stadio o disertarlo a loro totale piacimento.

Con le sue supercazzole ormai non incarta più nessuno. Ammesso e non concesso che tutte le frottole che racconta siano vere (e non lo sono), si ricordi che il patrimonio e l’asset più grande della Lazio sono i Laziali stessi. Senza i Laziali, nessun partner commerciale si avvicinerebbe mai a questa società, le quote dei diritti TV crollerebbero vertiginosamente e i ricavi del botteghino sarebbero così irrisori da non raggiungere neanche il break-even point con i costi sostenuti per l’affitto dello Stadio Olimpico dal CONI.

Quello che il Popolo Laziale ha sempre saputo, è stato mostrato a tutta Italia da Report (consigliamo vivamente a chi non ha visto il servizio di andare a recuperarlo): gli infiniti giochi di parole — che si impicciano tra loro e che potrebbero sicuramente essere migliorati dall’ausilio di qualche logopedista — non fanno altro che ridicolizzare una figura già ampiamente compromessa e peggiorare la situazione. Una persona intelligente avrebbe scelto il silenzio come strategia comunicativa; al contrario, si è scelta la via dell’arroganza e della provocazione, ma d’altronde la classe non si compra, e, un burino arricchito, resterà pur sempre un burino.

Caro presunto detentore della maggioranza delle quote, quel benedetto giorno ti renderai conto di quanti tifosi ci sono davvero a Roma.

E se sei arrivato alla fine di questo testo senza addormentarti — come qualcun altro fa abitualmente sugli spalti degli Internazionali di tennis o sulle poltrone del Senato — sappi che il tempo è dalla nostra parte. Questo periodo, per tutti i Laziali, verrà ricordato in futuro soltanto come un brutto ricordo e risorgeremo come abbiamo sempre fatto.

19/05/2026

“Eroi”

il racconto di Luca ... la vergogna per "gli altri"
Venerdì 14 giugno 2024 — Una bandiera ..
Ci sono periodi della vita in cui non riesci a fermarti mai.
Corri da una parte all’altra della città, riempiendoti le giornate di impegni, incontri, cose da fare. Forse per sentirti vivo. Forse, più semplicemente, per non restare fermo a pensare.
Quel maledetto venerdì era stato esattamente così.
La mattina a Prati, per una vicenda giudiziaria. Poi una corsa all’Alberone, poco prima di pranzo, per un incontro veloce. Subito dopo di nuovo a casa: cambio motorino-macchina e via verso Rieti, per attività associativa. Nel tardo pomeriggio il tragitto inverso, ancora di corsa: macchina-motorino, perché c’era un altro appuntamento a cui non potevo mancare.
La manifestazione sotto la Curva Nord del Flaminio.
C’erano tanti amici. E certi richiami, per chi ama davvero la Lazio, non si ignorano.
Arrivai trafelato, con qualche minuto di ritardo.
Nel mio zainetto c’erano l’asta e quella bandiera raffigurante San Michele Arcangelo con la scritta “Militia Celeste”: una bandiera che avevo disegnato io stesso e che da tempo sventolava nel vecchio parterre della Tribuna Tevere.
Parcheggiai il motorino dall’altra parte del Palazzetto dello Sport, stretto tra due macchine, perché la zona era già piena di mezzi. Mentre mettevo la catena mi ricordai di aver lasciato qualcosa nel sottosella: lo aprii e lo richiusi in fretta, lasciando però le chiavi inserite nel cruscotto, nascoste dalla copertina Tucano che, nonostante fosse già giugno, non avevo ancora avuto il tempo — o forse la voglia — di togliere.
Quando arrivai era già tutto pieno. Preparai la bandiera, incontrai tanti amici. Si cantava, si parlava, si respirava quell’aria che solo certi momenti sanno creare. Poi partì il corteo e io, quasi naturalmente, mi ritrovai in fondo, a chiudere il popolo in cammino.
A Ponte Milvio la manifestazione iniziò lentamente a sciogliersi. Alcuni amici si fermarono a mangiare lì in zona, ma io avevo ancora un ultimo appuntamento da incastrare in quella giornata infinita: un vecchio amico era di passaggio a Roma e non potevo non salutarlo a Trastevere.
Erano circa le 21:40.
Gli ultimi chiarori stavano sparendo mentre risalivo via Flaminia insieme ad altre persone, fino all’incrocio con via Nedo Nadi. Appena girato l’angolo, il buio diventava più fitto: il palazzo del CONI incombeva sull’area e gli alberi sul marciapiede formavano quasi un piccolo tunnel sopra le auto parcheggiate.
Camminando iniziai a cercare le chiavi del motorino, che stranamente non trovavo in tasca. Pensai allora di averle infilate distrattamente nello zaino insieme alla bandiera. Mi tolsi lo zaino dalle spalle e iniziai a frugarci dentro continuando a camminare, con il capo chino.
Poi successe tutto in un istante.
Poco prima di via Canada sentii un colpo alle spalle e mi ritrovai a terra senza capire nulla, con qualcuno addosso. Riuscii a divincolarmi quasi d’istinto e, ancora stordito, trovai la forza di rialzarmi.
In quei pochi secondi iniziai a capire cosa fosse successo: vidi due figure giovani, longilinee, quasi delle ombre, correre veloci a più di venti metri di distanza, attraversando il campetto di basket lì davanti.
Niente scontro. Nessuna “guerra” da raccontare. Nessun gesto eroico. Solo una rapina vigliacca, consumata alle spalle: due contro uno. Come uno scippo qualsiasi.
Tornai verso il motorino e lì trovai le maledette chiavi ancora inserite nel cruscotto.
Solo allora realizzai davvero cosa avevano preso.
Non i soldi.
Avevano rubato uno zaino dentro al quale c’era una bandiera.
E qualcuno ebbe perfino il coraggio di ostentarla la domenica (17 maggio 2026) dopo due anni fuori dallo stadio, come fosse un trofeo di guerra, utile soltanto ai nuovi “siti” e agli hooligan da tastiera, mostrandola e vantandosi di quell’episodio come bambini in cerca di approvazione.

"Quella bandiera apparteneva semplicemente a un tifoso della Lazio. Uno che non apparteneva a gruppi ultras, che non cercava scontri, che veniva ogni domenica in Tribuna Tevere solo per amore della propria squadra.
E quella vigliaccata non riuscì a portargli via niente di davvero importante.
Perché, dopo qualche tempo, nel vecchio parterre della Tevere tornò a sventolare una nuova bandiera. Stavolta dedicata a Trilussa, poeta romano, ispirata ai vessilli storici degli Irriducibili del 1987.
La passione, quella vera, non si ruba.
E nemmeno l’appartenenza.
Per questo quella vecchia bandiera di San Michele tornerà ancora a sventolare, più grande di prima. Non come simbolo di guerra, ma come risposta silenziosa a chi confonde la vigliaccheria con l’onore.
E magari anche come esempio per chi è semplicemente tifoso della Lazio, senza bisogno di fare il teppista o il fenomeno da social.
Un abbraccio a Luca da parte del Sodalizio Tribuna Tevere

18/05/2026
17/05/2026

Scappa dall’Olimpico dopo aver perso derby e dignità per addormentarsi al centrale del tennis durante la finale di Sinner.
Le priorità di Lotito sono antitetiche a tutto ciò che riguarda la Lazio.
Strano che non si sia portato Lele e Totò.

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