08/09/2026
Sport e legalità è un binomio che negli ultimi anni accompagna molti interventi pubblici, soprattutto nelle periferie. Ma la questione vera è quale modello di sport si sceglie di finanziare, chi gestisce gli impianti e quali effetti produce nei territori.
I gruppi sportivi statali sono nati per occuparsi soprattutto di alto rendimento e investono poco nello sport di base. Allo stesso tempo sono sempre più presenti nella gestione di strutture realizzate con risorse pubbliche, mentre associazioni e società sportive radicate nei quartieri continuano a lavorare con pochi spazi e risorse limitate.
È un modello che tende a ripetersi. Il pubblico finanzia la realizzazione degli impianti e spesso interviene nuovamente per sostenerne la gestione. Una volta attraverso il CONI, un’altra attraverso la Regione, un’altra ancora attraverso il Comune.
Con il PNRR e il Decreto Caivano questa impostazione si è ulteriormente estesa.
Qui sta una delle contraddizioni principali. Nelle emergenze lo sport viene presentato come strumento di inclusione, prevenzione e coesione sociale. Nella gestione ordinaria, invece, le associazioni sportive che presidiano quotidianamente i quartieri vengono troppo spesso lasciate ai margini delle scelte, degli spazi e delle risorse.
Anche la presenza ricorrente della boxe non è casuale. Costa relativamente poco, ha una lunga tradizione nei gruppi sportivi militari e delle forze dell’ordine e si presta bene a una narrazione fondata sulla disciplina, sul rispetto delle regole e sul riscatto sociale. Ma una politica per le periferie non può ridursi alla ripetizione di un modello simbolico.
Lo sport di base dovrebbe essere considerato una componente stabile delle politiche pubbliche, non una risposta da attivare solo quando esplode un’emergenza sociale. Le risorse dovrebbero servire prima di tutto a rendere accessibili gli impianti, sostenere le realtà che già lavorano nei territori e garantire continuità alle attività rivolte a bambini, ragazzi e famiglie.
Prima di aprire altre “palestre della legalità” sarebbe quindi utile verificare quanto costano, quante persone raggiungono, quanto sono realmente accessibili e cosa restituiscono ai quartieri.
Perché il punto non è aggiungere un’altra etichetta alla parola sport. È decidere se lo sport di base debba essere trattato come un pezzo del welfare territoriale oppure come una funzione da evocare solo quando serve.