Aldo Grauso

Aldo Grauso Professionista del settore della Salute, Coordinatore Scientifico Istituzionale

"Ha una maturità incredibile per la sua età."“ Sembra già un piccolo uomo.”Lo diciamo con orgoglio. Ma a 8 anni essere t...
01/10/2026

"Ha una maturità incredibile per la sua età."
“ Sembra già un piccolo uomo.”

Lo diciamo con orgoglio. Ma a 8 anni essere troppo maturi non è un traguardo. A volte è un campanello d'allarme. ⚠️

👉 A 8 anni il bambino è nella latenza, una fase delicatissima. È normale e sano che il pensiero sia ancora magico, che creda a Babbo Natale, che guardi i cartoni animati e che si addormenti anche con il peluche. Dovrebbe evolutivamente essere così.

Ce lo hanno insegnato molti autori della psicologia evolutiva (Erikson, Winnicott): a quest'età l'autostima nasce dal giocare, non dal comportarsi da adulto, e il gioco è lo spazio in cui il bambino diventa se stesso.

Certo, fino alla metà del secolo scorso, tanti bambini già a 8 anni lavoravano, e perdevano il diritto all'infanzia. Era una necessità, non una scelta.

Oggi le condizioni socio-economiche sono cambiate e migliorate, pur con tutte le difficoltà che le famiglie oggi vivono. Quel paragone non regge più: oggi l'infanzia possiamo permettercela, e dobbiamo proteggerla.

Adultizzare significa chiedere a un bambino di capire prima, controllarsi prima, non disturbare, farci da confidente. Così impara anche a nascondere i suoi bisogni da bambino. Il rischio è ansia, perfezionismo, difficoltà a chiedere aiuto e …addio empatia.

𝐂𝐨𝐦𝐞 𝐂𝐓𝐔 𝐝𝐞𝐥 𝐓𝐫𝐢𝐛𝐮𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐎𝐫𝐝𝐢𝐧𝐚𝐫𝐢𝐨 𝐞 𝐝𝐞𝐢 𝐌𝐢𝐧𝐨𝐫𝐞𝐧𝐧𝐢 𝐝𝐢 𝐑𝐨𝐦𝐚 uno degli strumenti che uso è l'osservazione del gioco: prima tra il bambino e un genitore (gioco diadico), poi con entrambi i genitori insieme (gioco triadico).

🧩 Dal gioco riesco a comprendere il reale stadio evolutivo del bambino. E mi capita spesso di vedere bambini che sembrano già quasi adolescenti.

Sarebbe meglio che un bambino di 8 anni dimostrasse 8 anni e, paradossalmente, anche qualche anno di meno.

Dico sempre che è “𝐦𝐞𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐮𝐧 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐚𝐧𝐜𝐨𝐫𝐚 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐨 𝐢𝐧𝐟𝐚𝐧𝐭𝐢𝐥𝐞 𝐜𝐡𝐞 𝐮𝐧 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐠𝐢𝐚̀ "𝐠𝐫𝐚𝐧𝐝𝐞": il bambino che appare grande, infatti, spesso diventa in famiglia il terzo genitore, quello che media, consola e non crea problemi.

La terapia familiare lo chiama 𝐩𝐚𝐫𝐞𝐧𝐭𝐢𝐟𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 (inversione dei ruoli), e il conto, di solito, arriva più avanti.

👉 E allora diciamolo, anche se è scomodo: 𝐮𝐧 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐚𝐝𝐮𝐥𝐭𝐢𝐳𝐳𝐚𝐭𝐨 𝐟𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐚 𝐧𝐨𝐢, 𝐦𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐟𝐚 𝐛𝐞𝐧𝐞 𝐚 𝐥𝐨𝐫𝐨. 𝐌𝐚𝐢.

Ci aiuta, ci alleggerisce, non fa storie. E nei casi più delicati finisce per sostituirsi al partner che, a sua volta, da grande “gioca” a fare il piccolo.

👉 Padri e madri che diventano figli dei loro figli.

Nessun bambino dovrebbe portare un peso così grande su spalle così piccole.

💬 𝐆𝐢𝐨𝐜𝐚𝐭𝐞 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐢 𝐯𝐨𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢, 𝐠𝐢𝐨𝐜𝐚𝐭𝐞. Il tempo del gioco è breve e, prima o poi, finisce. Non facciamolo finire prima del tempo.

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𝐔𝐍𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀 𝐂𝐇𝐄 𝐀𝐒𝐂𝐎𝐋𝐓𝐀 È 𝐔𝐍𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀 𝐂𝐇𝐄 𝐏𝐑𝐎𝐓𝐄𝐆𝐆𝐄.🚨Il metal detector controlla gli oggetti. Il cartellone ascolta le emoz...
21/09/2026

𝐔𝐍𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀 𝐂𝐇𝐄 𝐀𝐒𝐂𝐎𝐋𝐓𝐀 È 𝐔𝐍𝐀 𝐒𝐂𝐔𝐎𝐋𝐀 𝐂𝐇𝐄 𝐏𝐑𝐎𝐓𝐄𝐆𝐆𝐄.

🚨Il metal detector controlla gli oggetti. Il cartellone ascolta le emozioni.

Per questo la vera prevenzione parte prima.

👉 A Roma la stiamo portando già dalle scuole primarie con la 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐂𝐢𝐫𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐄𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐚. Il primo strumento del protocollo è quello che vedete nella foto: un cartellone sulla porta della classe, che i bambini toccano per rispondere.

𝐏𝐨𝐜𝐡𝐢 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐜𝐚𝐩𝐢𝐫𝐞 𝐬𝐞 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐟𝐞𝐥𝐢𝐜𝐢, 𝐭𝐫𝐢𝐬𝐭𝐢, 𝐚𝐫𝐫𝐚𝐛𝐛𝐢𝐚𝐭𝐢 𝐨 𝐢𝐦𝐩𝐚𝐮𝐫𝐢𝐭𝐢.

👉 Ogni mattina, in fila, i bambini delle scuole che hanno aderito comunicano subito all'insegnante il proprio stato d'animo, con gesti e parole. Prima ancora di sedersi al banco.

Poi, nell'𝐨𝐫𝐚 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐢𝐦𝐚𝐧𝐚𝐥𝐞 𝐝𝐞𝐝𝐢𝐜𝐚𝐭𝐚, all'interno del monte ore di educazione civica , si va più a fondo: conoscere davvero le loro vite. Quando sono ancora aperti, imparano a:
🔹 dare un nome a ciò che sentono
🔹 gestire frustrazione e rabbia
🔹 riconoscere l'altro, con empatia e rispetto

👉 I bambini e l’insegnante parlano di loro.

Un bunker si difende. Una scuola aperta si abita.

Se non impariamo ad aprirci da piccoli, rischiamo nei prossimi dieci anni scuole che somigliano a caserme e ragazzi sempre più “interrotti”, arrivando al punto in cui un genitore, oltre a controllare se nello zaino ci sono i compiti fatti, prima di uscire dovrà verificare che non ci sia un'arma.

🔌 Interrotti da una notifica, da uno schermo, da un gruppo social, da un adulto che ha fretta e chiede "cosa devi fare?" prima di "come stai?"

La domanda che mi pongo ogni giorno come Coordinatore di questa sperimentazione è

𝐜𝐨𝐬𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐭𝐞𝐠𝐠𝐞 𝐝𝐚𝐯𝐯𝐞𝐫𝐨 𝐢 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐫𝐚𝐠𝐚𝐳𝐳𝐢 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐦𝐚𝐭𝐭𝐢𝐧𝐚?

☝️la barriera di un metal detector o un semplice gesto di pochi secondi per comunicare come stanno?

Seguimi 👉 Aldo Grauso per scoprire come sta evolvendo la sperimentazione a Roma.


⚽️ 𝐋𝐨 𝐬𝐩𝐨𝐫𝐭 𝐝𝐞𝐢 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢 𝐥𝐨 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐢, 𝐧𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 🇮🇹Dopo un po di tempo ritorno a parlare di sport  e voglio ...
17/09/2026

⚽️ 𝐋𝐨 𝐬𝐩𝐨𝐫𝐭 𝐝𝐞𝐢 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢 𝐥𝐨 𝐬𝐚𝐥𝐯𝐚𝐧𝐨 𝐢 𝐯𝐨𝐥𝐨𝐧𝐭𝐚𝐫𝐢, 𝐧𝐨𝐧 𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 🇮🇹

Dopo un po di tempo ritorno a parlare di sport e voglio partire da un dato di cui sento parlare poco: nella scuola primaria italiana, l'educazione fisica con un docente specializzato in Scienze Motorie c'è solo in quarta e quinta elementare. 🚫 Non in prima, non in seconda, non in terza.

Per 5 - 6 anni di vita , quelli in cui si costruiscono coordinazione, schemi motori di base, rapporto con il proprio corpo , i nostri bambini restano scoperti da un vero insegnamento specialistico dell'attività motoria.

📉 Nel frattempo, secondo uno studio internazionale condotto da ricercatori OMS e pubblicato su The Lancet Child & Adolescent Health, 𝐥'𝟖𝟖,𝟔% 𝐝𝐞𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐝𝐨𝐥𝐞𝐬𝐜𝐞𝐧𝐭𝐢 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐢 (𝟏𝟏-𝟏𝟕 𝐚𝐧𝐧𝐢) 𝐧𝐨𝐧 𝐫𝐚𝐠𝐠𝐢𝐮𝐧𝐠𝐞 𝐢 𝐥𝐢𝐯𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐝𝐢 𝐚𝐭𝐭𝐢𝐯𝐢𝐭𝐚̀ 𝐟𝐢𝐬𝐢𝐜𝐚 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚𝐭𝐢 , con un trend peggiorativo negli anni, sia tra i ragazzi che, ancora di più, tra le ragazze.

🚨 Un dato drammatico, che dovrebbe far riflettere prima ancora di parlare di sport agonistico: parliamo di 𝑠𝑎𝑙𝑢𝑡𝑒, 𝑝𝑜𝑠𝑡𝑢𝑟𝑎, 𝑠𝑣𝑖𝑙𝑢𝑝𝑝𝑜 𝑛𝑒𝑢𝑟𝑜𝑚𝑜𝑡𝑜𝑟𝑖𝑜, e — da psicotetepeuta lo dico con convinzione — 𝐫𝐞𝐠𝐨𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐚. Il corpo che non si muove è anche una mente che fatica a scaricare tensione e frustrazione.

È risaputo, per esempio nel 𝐬𝐞𝐭𝐭𝐨𝐫𝐞 𝐜𝐚𝐥𝐜𝐢𝐨, che allenare le squadre giovanili significa lavorare per pochi euro — spesso a malapena sufficienti a coprire benzina e materiale tecnico. Una realtà che le famiglie e gli addetti ai lavori conoscono bene, ma di cui raramente si parla fuori dagli spogliatoi.

Il tutto per un impegno che, per 1 tecnico su 3, supera le 15 ore settimanali — tra allenamenti, partite del weekend, riunioni e preparazione delle sedute — con in più la responsabilità educativa, e talvolta legale, di decine di minori affidati.

E prima ancora di guadagnare un euro, quel tecnico ha già investito. Per allenare legalmente anche i più piccoli è obbligatorio conseguire una licenza attraverso i corsi allenatori federali, con quote di partecipazione a proprio carico. A cui si aggiungono le quote annuali di tesseramento all'Albo dei Tecnici e i corsi di aggiornamento periodici, anch'essi obbligatori per mantenere l'abilitazione attiva.

👉 Dietro questi numeri c'è un tessuto enorme: oltre un milione di giovani tesserati nel settore giovanile e scolastico, distribuiti in più di 11.000 società e quasi 59.000 squadre.

E non è un caso isolato: il CONI, con oltre 114.000 società e più di 14,6 milioni di tesserati, rappresenta la più numerosa organizzazione di volontariato d'Italia.

⚖️ E qui il dato che chiude il cerchio: dal 2023 lo sport è in Costituzione. La Legge costituzionale n. 1/2023 ha aggiunto all'articolo 33 il riconoscimento del "valore educativo, sociale e di promozione del benessere psicofisico dell'attività sportiva". Sulla carta, un diritto fondamentale al pari di istruzione e cultura. 𝑁𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑝𝑟𝑎𝑡𝑖𝑐𝑎, 𝑎 𝑑𝑢𝑒 𝑎𝑛𝑛𝑖 𝑑𝑖 𝑑𝑖𝑠𝑡𝑎𝑛𝑧𝑎, 𝑟𝑒𝑠𝑡𝑎 𝐥𝐞𝐭𝐭𝐞𝐫𝐚 𝐦𝐨𝐫𝐭𝐚 , 𝑡𝑒𝑛𝑢𝑡𝑜 𝑣𝑖𝑣𝑜 𝑠𝑜𝑙𝑜 𝑑𝑎𝑙𝑙𝑒 𝑎𝑠𝑠𝑜𝑐𝑖𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑖 𝑠𝑝𝑜𝑟𝑡𝑖𝑣𝑒 𝑑𝑖𝑙𝑒𝑡𝑡𝑎𝑛𝑡𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒, 𝑙𝑎𝑠𝑐𝑖𝑎𝑡𝑒 𝑠𝑜𝑙𝑒, 𝑒 𝑑𝑎𝑖 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑡𝑒𝑐𝑛𝑖𝑐𝑖 𝑠𝑜𝑡𝑡𝑜𝑝𝑎𝑔𝑎𝑡𝑖.

💡 E se, invece di limitarci a constatare il problema, immaginassimo una soluzione strutturale? Il voucher sportivo per graduatoria ISEE, già in uso in molte Regioni e Comuni, è utile ma resta una fotografia statica del reddito — non chiede nulla al ragazzo, solo di essere nato sotto una certa soglia.

𝐔𝐧𝐚 𝐛𝐨𝐫𝐬𝐚 𝐝𝐢 𝐬𝐭𝐮𝐝𝐢𝐨 𝐬𝐩𝐨𝐫𝐭𝐢𝐯𝐚 funzionerebbe diversamente: legherebbe l'accesso a un doppio impegno, scolastico e sportivo. Non un aiuto passivo, ma un percorso che premia responsabilità e merito prima ancora del reddito — garantendo il diritto allo sport anche alle famiglie meno abbienti, non come elemosina ma come riconoscimento.

❓ La domanda, allora, è questa: senza le associazioni sportive dilettantistiche, cosa resterebbe ai nostri figli per socializzare e muoversi dopo la scuola? Quasi nulla.

𝐍𝐨𝐧 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐥𝐞 𝐬𝐨𝐜𝐢𝐞𝐭𝐚̀ 𝐬𝐩𝐨𝐫𝐭𝐢𝐯𝐞 𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐫 𝐫𝐢𝐧𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 𝐩𝐞𝐫 𝐢 𝐩𝐨𝐜𝐡𝐢 𝐜𝐨𝐧𝐭𝐫𝐢𝐛𝐮𝐭𝐢 𝐫𝐢𝐜𝐞𝐯𝐮𝐭𝐢. 𝐄̀ 𝐥𝐨 𝐒𝐭𝐚𝐭𝐨 — 𝐞 𝐬𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐮𝐧 𝐩𝐨' 𝐭𝐮𝐭𝐭𝐢 𝐧𝐨𝐢 — 𝐚 𝐝𝐨𝐯𝐞𝐫 𝐫𝐢𝐧𝐠𝐫𝐚𝐳𝐢𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐨𝐫𝐨.

Da professionista del settore, ancor prima di componente della Lega Nazionale Dilettanti della FIGC, auguro un 𝑩𝒖𝒐𝒏 𝒊𝒏𝒊𝒛𝒊𝒐 𝒅𝒊 𝒔𝒕𝒂𝒈𝒊𝒐𝒏𝒆 𝑎 𝑡𝑢𝑡𝑡𝑒 𝑙𝑒 𝑠𝑜𝑐𝑖𝑒𝑡𝑎̀ 𝑠𝑝𝑜𝑟𝑡𝑖𝑣𝑒 𝑑𝑖𝑙𝑒𝑡𝑡𝑎𝑛𝑡𝑖𝑠𝑡𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑖𝑡𝑎𝑙𝑖𝑎𝑛𝑒 𝑒 𝑎𝑖 𝑙𝑜𝑟𝑜 𝑎𝑙𝑙𝑒𝑛𝑎𝑡𝑜𝑟𝑖 𝑒 𝑑𝑖𝑟𝑖𝑔𝑒𝑛𝑡𝑖:

il vostro lavoro silenzioso vale più di quanto vi venga riconosciuto

Seguimi per dirmi le tue proposte
👉 Aldo Grauso



🏫 Migliaia di bambini si preparano a varcare per la prima volta il portone della scuola primaria. Nuova classe, nuove re...
01/09/2026

🏫 Migliaia di bambini si preparano a varcare per la prima volta il portone della scuola primaria.

Nuova classe, nuove regole, nuovi ritmi: stare seduti 5 ore, ascoltare, aspettare il proprio turno.

È normale che all’inizio sia difficile. Per tutti i bambini, non solo per qualcuno.

Eppure, dopo poche settimane, arriva spesso la stessa frase:
💬 “La maestra dice che forse dovreste farlo vedere: sembra troppo agitato, disturba, non riesce a stare fermo.”

⚠️ E qui nasce il problema.
Un bambino che al primo impatto con la scuola fatica a contenersi non ha un disturbo. Ha sei anni e sta imparando — per la prima volta nella sua vita — cosa significa stare fermo in un banco invece di muoversi liberamente all’asilo o al parco.

È un adattamento, non una patologia.

Spesso si corre a etichettare un comportamento senza neanche conoscere la storia del bambino, i suoi vissuti o il tipo di impostazione sulle regole che la famiglia ha dato fino a quel momento.

Questa visione nasce dal segno profondo lasciato dal mio maestro, il 𝐏𝐫𝐨𝐟𝐞𝐬𝐬𝐨𝐫 𝐌𝐢𝐜𝐡𝐞𝐥𝐞 𝐙𝐚𝐩𝐩𝐞𝐥𝐥𝐚, venuto a mancare proprio pochi giorni fa. Un uomo che custodisco nel cuore e che ha cambiato drasticamente la mia prospettiva sulle diagnosi. Il suo straordinario insegnamento è la linfa del Master che dirigo sui Disturbi del Neurosviluppo in ottica BioPsicoSociale, di cui è stato colonna portante; anche se oggi non è più tra noi.

È proprio qui che si rivela fondamentale il 𝗣𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗘𝗱𝘂𝗰𝗮𝘁𝗶𝘃𝗼 𝗱𝗶 𝗖𝗼𝗿𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝘁𝗿𝗮 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗮 𝗲 𝗳𝗮𝗺𝗶𝗴𝗹𝗶𝗲 — una vera alleanza pedagogica che sto promuovendo con forza nelle 𝘴𝘤𝘶𝘰𝘭𝘦 𝘥𝘪 𝘙𝘰𝘮𝘢 𝘊𝘢𝘱𝘪𝘵𝘢𝘭𝘦: prima di medicalizzare, serve parlarsi, conoscersi e fare squadra.

E il calo demografico non aiuta come si potrebbe pensare: meno nascite non significa classi meno affollate, perché gli accorpamenti scolastici spingono spesso nella direzione opposta.

𝐋𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐭𝐚 (𝐜𝐨𝐦𝐩𝐫𝐞𝐧𝐬𝐢𝐛𝐢𝐥𝐞, 𝐦𝐚 𝐩𝐞𝐫𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐬𝐚) 𝐝𝐢 “𝐧𝐨𝐫𝐦𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞” 𝐬𝐮𝐛𝐢𝐭𝐨 𝐢𝐥 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐨𝐫𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 spinge troppo spesso famiglie e insegnanti verso una scorciatoia: la diagnosi veloce.

👉 Mi capita sempre più spesso di ricevere genitori preoccupati che chiedono un appuntamento non tanto per capire il proprio figlio, quanto per ottenere un certificato utile alla scuola o attivare un supporto richiesto dagli insegnanti.

𝐋𝐚 𝐫𝐢𝐜𝐡𝐢𝐞𝐬𝐭𝐚 𝐩𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐝𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐮𝐨𝐥𝐚, 𝐩𝐚𝐬𝐬𝐚 𝐚𝐭𝐭𝐫𝐚𝐯𝐞𝐫𝐬𝐨 𝐥’𝐚𝐧𝐬𝐢𝐚 𝐝𝐞𝐢 𝐠𝐞𝐧𝐢𝐭𝐨𝐫𝐢, 𝐞 𝐚𝐫𝐫𝐢𝐯𝐚 𝐢𝐧 𝐬𝐭𝐮𝐝𝐢𝐨 trasformata in un bisogno di “carta” più che di comprensione reale del bambino.

Il risultato? Bambini etichettati a settembre per un comportamento che a novembre, con un minimo di tempo e di ambientamento, si sarebbe normalizzato da solo.

𝘌 𝘤𝘦𝘳𝘵𝘪𝘧𝘪𝘤𝘢𝘻𝘪𝘰𝘯𝘪 𝘳𝘪𝘤𝘩𝘪𝘦𝘴𝘵𝘦 𝘯𝘰𝘯 𝘱𝘦𝘳 𝘨𝘶𝘪𝘥𝘢𝘳𝘦 𝘪𝘭 𝘣𝘢𝘮𝘣𝘪𝘯𝘰 𝘯𝘦𝘭𝘭𝘢 𝘤𝘳𝘦𝘴𝘤𝘪𝘵𝘢, 𝘮𝘢 𝘱𝘦𝘳 𝘧𝘰𝘳𝘻𝘢𝘳𝘦 𝘪 𝘵𝘦𝘮𝘱𝘪 𝘥𝘪 𝘶𝘯 𝘢𝘥𝘢𝘵𝘵𝘢𝘮𝘦𝘯𝘵𝘰 𝘤𝘩𝘦 𝘳𝘪𝘤𝘩𝘪𝘦𝘥𝘦𝘳𝘦𝘣𝘣𝘦 𝘴𝘰𝘭𝘰 𝘢𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘰.

Seguimi , se anche tu credi che ai bambini vada dato il tempo di crescere, senza fretta e senza etichette.
👉 Aldo Grauso

🚨⚠️ 𝐃𝐔𝐄 𝐕𝐎𝐋𝐓𝐈 𝐃𝐈 𝐀𝐆𝐎𝐒𝐓𝐎: 𝐂𝐇𝐈 𝐓𝐎𝐑𝐍𝐀 𝐀𝐁𝐁𝐑𝐎𝐍𝐙𝐀𝐓𝐎, 𝐂𝐇𝐈 𝐍𝐎𝐍 𝐓𝐎𝐑𝐍𝐀 𝐏𝐈𝐔̀C’è chi ad agosto sfoglia le foto delle vacanze. C’è ch...
24/08/2026

🚨⚠️ 𝐃𝐔𝐄 𝐕𝐎𝐋𝐓𝐈 𝐃𝐈 𝐀𝐆𝐎𝐒𝐓𝐎: 𝐂𝐇𝐈 𝐓𝐎𝐑𝐍𝐀 𝐀𝐁𝐁𝐑𝐎𝐍𝐙𝐀𝐓𝐎, 𝐂𝐇𝐈 𝐍𝐎𝐍 𝐓𝐎𝐑𝐍𝐀 𝐏𝐈𝐔̀

C’è chi ad agosto sfoglia le foto delle vacanze. C’è chi, in questo stesso agosto, è stata seppellita.

Non è una frase a effetto: è la fotografia esatta di questo mese. 𝐃𝐚𝐥 𝐠𝐢𝐨𝐫𝐧𝐨 𝐝𝐢 𝐅𝐞𝐫𝐫𝐚𝐠𝐨𝐬𝐭𝐨 𝐚 𝐨𝐠𝐠𝐢 𝐬𝐞𝐢 𝐝𝐨𝐧𝐧𝐞 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐞 𝐮𝐜𝐜𝐢𝐬𝐞 𝐝𝐚 𝐜𝐨𝐦𝐩𝐚𝐠𝐧𝐢, 𝐦𝐚𝐫𝐢𝐭𝐢 𝐨 𝐞𝐱 𝐟𝐢𝐝𝐚𝐧𝐳𝐚𝐭𝐢 — otto se si considera l’intero mese di agosto. 

Mentre l’Italia discute di rientri, valigie e traffico in autostrada, otto famiglie non avranno nessuno da riabbracciare. Non sono “casi di cronaca”. Sono il sintomo di un 𝐟𝐚𝐥𝐥𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐜𝐨𝐥𝐥𝐞𝐭𝐭𝐢𝐯𝐨 che continuiamo a raccontarci come emergenza isolata, quando è invece una costante che si ripete quasi ogni giorno.

👉 E qui bisogna avere il coraggio di dire una cosa scomoda: questi uomini non nascono violenti. Diventano violenti. E diventano violenti spesso dentro famiglie che non hanno mai insegnato loro a riconoscere un’emozione prima che diventasse un pugno, una parola prima che diventasse una minaccia, un “no” prima che diventasse un possesso.

Non parlo di colpa individuale di un genitore: parlo di un 𝐯𝐮𝐨𝐭𝐨 𝐞𝐝𝐮𝐜𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐝𝐢𝐟𝐟𝐮𝐬𝐨, di famiglie — non poche — che scambiano il silenzio emotivo per educazione, il controllo per amore, la gelosia per premura. È un 𝐦𝐨𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐬𝐢 𝐭𝐫𝐚𝐦𝐚𝐧𝐝𝐚, e che nessuno interrompe se nessuno lo nomina.

Educare alla cura passa anche dai gesti minimi, quelli che non fanno notizia. Prima di partire per le vacanze ho salvato un piccione ferito 🐦 — un reietto tra gli animali, di quelli a cui quasi nessuno si affeziona — e l’ho portato dal veterinario per un mese di cure. Ieri ho avuto l’opportunità di liberarlo, di vederlo spiccare il volo e tornare alla vita. L’ho fatto anche per 𝐢𝐧𝐬𝐞𝐠𝐧𝐚𝐫𝐞 𝐚 𝐦𝐢𝐨 𝐟𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐮𝐧’𝐞𝐦𝐨𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐩𝐫𝐞𝐜𝐢𝐬𝐚: la commozione che si prova nel prendersi cura di chi non riceve mai attenzione, di chi non è “amabile” agli occhi del mondo, e la gioia di restituirgli la libertà. È da lì, da quella tenerezza per gli “ultimi”, che nasce il rispetto vero per l’altro — prima ancora che dai libri

💬 La domanda che dovremmo porci non è più “quando finirà”, ma “da dove si comincia a prevenirla davvero”. Non si comincia dai codici penali, che pure servono e restano necessari. Si comincia molto prima: 𝐝𝐚 𝐮𝐧 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐞𝐝𝐮𝐜𝐚𝐭𝐢𝐯𝐨 𝐜𝐡𝐞 𝐨𝐠𝐠𝐢, 𝐢𝐧 𝐭𝐫𝐨𝐩𝐩𝐞 𝐜𝐚𝐬𝐞, 𝐬𝐞𝐦𝐩𝐥𝐢𝐜𝐞𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐧𝐨𝐧 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞.

💌 È questa la scommessa della 𝘾𝙤𝙢𝙪𝙣𝙞𝙘𝙖𝙯𝙞𝙤𝙣𝙚 𝘾𝙞𝙧𝙘𝙤𝙡𝙖𝙧𝙚 𝙀𝙢𝙤𝙩𝙞𝙫𝙖 che coordino per Roma Capitale, la sperimentazione che a settembre partirà in moltissime scuole romane. E il lavoro è già iniziato: in queste settimane gli insegnanti si stanno formando sulla piattaforma predisposta per il protocollo, per essere pronti a portare in classe, fin dai primi giorni di scuola, quella grammatica emotiva che troppe famiglie, per assenza di strumenti più che per cattiva volontà, non riescono a trasmettere.

Continuare a piangere le vittime senza intervenire sulla radice del problema non è più accettabile. Non ad agosto. Non mai.

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🚨 “𝐒𝐞𝐢 𝐛𝐫𝐚𝐯𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐬𝐞 𝐯𝐢𝐧𝐜𝐢”: 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐢 𝐚𝐧𝐬𝐢𝐨𝐬𝐢. 🧠⚽📚💬 Ti sei mai sentito ...
14/08/2026

🚨 “𝐒𝐞𝐢 𝐛𝐫𝐚𝐯𝐨 𝐬𝐨𝐥𝐨 𝐬𝐞 𝐯𝐢𝐧𝐜𝐢”: 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐭𝐢𝐚𝐦𝐨 𝐭𝐫𝐚𝐬𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐧𝐝𝐨 𝐢 𝐧𝐨𝐬𝐭𝐫𝐢 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐢 𝐢𝐧 𝐩𝐢𝐜𝐜𝐨𝐥𝐢𝐬𝐬𝐢𝐦𝐢 𝐚𝐧𝐬𝐢𝐨𝐬𝐢. 🧠⚽📚

💬 Ti sei mai sentito responsabile del peso eccessivo che dai al risultato di tuo figlio? Tienilo a mente mentre leggi.

Nella mia ultima intervista rilasciata a 𝐋𝐚 𝐆𝐚𝐳𝐳𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐒𝐩𝐨𝐫𝐭, ho voluto accendere un faro su un tema tanto invisibile quanto diffuso: da dove nasce il 𝐩𝐞𝐫𝐟𝐞𝐳𝐢𝐨𝐧𝐢𝐬𝐦𝐨 𝐝𝐢𝐬𝐟𝐮𝐧𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐞?

👉 La risposta, purtroppo, affonda quasi sempre le sue radici nell'infanzia. In un modello educativo, scolastico e sportivo che premia il risultato finale dimenticandosi del percorso, i bambini assorbono un messaggio tanto sottile quanto pericoloso: “Il mio valore dipende solo da quanto produco, vinco o performo, non da chi sono.”

È così che nascono quelli che simpaticamente ma più dolorosamente definisco i nostri "𝐦𝐢𝐧𝐢-𝐅𝐮𝐫𝐢𝐨": bambini con una meticolosità fuori dalla norma, che vanno in ansia se un oggetto viene spostato di un millimetro o che rifiutano di iniziare un compito per il terrore di non farlo in modo impeccabile. Per loro, l'ordine e il controllo esteriore diventano l'unico argine a un'ansia interiore strabordante.

Cosa possiamo fare da educatori, genitori e allenatori?

1️⃣ Normalizzare l’errore: non è fallimento, è la vera porta d’accesso all’apprendimento.

2️⃣ Spostare il focus: da “Hai vinto? Che voto hai preso?” a “Cosa hai imparato? Ti sei divertito?”.

3️⃣ Puntare al “Good Enough”: l’eccellenza sostenibile batte sempre la perfezione rigida e logorante.

Restituire ai più piccoli la libertà di sbagliare e insegnare loro l'autocompassione è il passo fondamentale per smontare questa gabbia di infallibilità prima che diventi sofferenza nell'età adulta.

📌 È lo stesso principio che porto ogni giorno nel mio lavoro con le Rappresentative Nazionali della LND - FIGC e nei progetti di 𝐄𝐝𝐮𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐄𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐚 nelle scuole di Roma Capitale:

la performance si misura, la relazione educa.

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👉 Nel primo commento l’intervista completa curata da Daniela Cursi

🎾🧠 𝐒𝐢𝐧𝐧𝐞𝐫, 𝐢𝐥 𝐦𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’“𝐮𝐨𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐠𝐡𝐢𝐚𝐜𝐜𝐢𝐨” 𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐨𝐫𝐭 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨Da Sinner ad Alcaraz: campioni che...
06/08/2026

🎾🧠 𝐒𝐢𝐧𝐧𝐞𝐫, 𝐢𝐥 𝐦𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥’“𝐮𝐨𝐦𝐨 𝐝𝐢 𝐠𝐡𝐢𝐚𝐜𝐜𝐢𝐨” 𝐞 𝐥𝐚 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐨𝐬𝐭𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐚𝐧𝐜𝐚 𝐚𝐥𝐥𝐨 𝐬𝐩𝐨𝐫𝐭 𝐢𝐭𝐚𝐥𝐢𝐚𝐧𝐨

Da Sinner ad Alcaraz: campioni che continuano a fare i conti con infortuni fisici e crolli improvvisi. Ma la verità, spesso taciuta, è questa: il vero sovraccarico del tennis moderno non è solo muscolare. È mentale.

Ne ho parlato in un interessante articolo di Francesco Palma su 𝐋𝐚 𝐆𝐚𝐳𝐳𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐨 𝐒𝐩𝐨𝐫𝐭.

I giovani atleti di oggi non sono quelli di venti o trent’anni fa. Vivono immersi in una competizione spietata, in un bombardamento costante di stimoli e aspettative.

📌 Quello che vedo sul campo

Nel 𝐏𝐫𝐨𝐭𝐨𝐜𝐨𝐥𝐥𝐨 𝐝𝐢 𝐄𝐝𝐮𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐄𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐚 che porto avanti con le nazionali della Lega Nazionale Dilettanti della FIGC lavoriamo in totale sinergia con l’area medica. Perché non esiste guarigione né prevenzione atletica senza equilibrio emotivo.

👉 Negli ultimi due anni, con i nostri programmi, ho visto tantissimi giovani calciatori — già in odore di professionismo — crollare in 𝐩𝐢𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐥𝐢𝐛𝐞𝐫𝐚𝐭𝐨𝐫𝐢 durante i nostri percorsi. Solo quando si sono concessi di piangere hanno sbloccato nodi emotivi che si portavano dietro da anni.

La lezione è semplice, ma scomoda: un atleta non tutelato sul piano emotivo è un talento destinato a spezzarsi anche nel corpo.

👉 Serve una profonda riflessione critica sulla narrazione dominante che elogia Jannik Sinner perché “non mostra mai emozioni”.

📌 La mia proposta

Oggi le federazioni sportive vivono come feudi isolati. Ma 𝐬𝐞 𝐞𝐬𝐢𝐬𝐭𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐮𝐧 𝐮𝐧𝐢𝐜𝐨 𝐜𝐞𝐧𝐭𝐫𝐨 𝐝𝐢 𝐫𝐚𝐜𝐜𝐨𝐫𝐝𝐨, capace di mettere in dialogo questi patrimoni e di renderli disponibili a tutte le federazioni — a partire, per esempio, dall’esperienza che portiamo avanti con i ragazzi delle Rappresentative nazionali — lo sport italiano potrebbe fare un salto di qualità collettivo.

🔄 Non un accentramento, ma una vera e propria funzione solidale del CONI: una 𝐂𝐚𝐛𝐢𝐧𝐚 𝐝𝐢 𝐑𝐞𝐠𝐢𝐚 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐞𝐭𝐭𝐚 𝐚 𝐟𝐚𝐭𝐭𝐨𝐫 𝐜𝐨𝐦𝐮𝐧𝐞 𝐢𝐥 𝐦𝐞𝐠𝐥𝐢𝐨 𝐝𝐢 𝐨𝐠𝐧𝐢 𝐝𝐢𝐬𝐜𝐢𝐩𝐥𝐢𝐧𝐚, ad uso e consumo di tutte, dove non arriva una federazione, arriva l’altra in soccorso.

Solo così la salute mentale può smettere di essere una scelta individuale facoltativa e diventare un protocollo nazionale condiviso.

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💬 Nel primo commento il link della notizia

🤔 Lo sai che quando ti arrabbi, in realtà hai paura?E lo sai che quando sei triste, il tuo cervello rallenta e si apre a...
23/07/2026

🤔 Lo sai che quando ti arrabbi, in realtà hai paura?

E lo sai che quando sei triste, il tuo cervello rallenta e si apre all’ascolto — di te stesso e di chi ti sta accanto?

La 𝐭𝐫𝐢𝐬𝐭𝐞𝐳𝐳𝐚 attiva le aree cerebrali legate alla riflessione e all’empatia: non è un difetto da correggere, ma un meccanismo che ci aiuta a elaborare, capire, connetterci.

Dietro ogni comportamento aggressivo, invece, si nasconde quasi sempre una 𝐩𝐚𝐮𝐫𝐚 non riconosciuta: di non essere all’altezza, di essere giudicato, di perdere qualcosa o qualcuno.

𝐋’𝐚𝐧𝐧𝐨 𝐬𝐜𝐨𝐥𝐚𝐬𝐭𝐢𝐜𝐨 𝐬𝐢 è 𝐜𝐡𝐢𝐮𝐬𝐨, 𝐦𝐚 𝐢𝐥 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐨 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐢 𝐟𝐞𝐫𝐦𝐚: già in queste settimane con l’Università Telematica degli Studi IUL stiamo costruendo, per gli insegnanti, i percorsi di formazione per il prossimo anno, anche alla luce della 𝐿𝑒𝑔𝑔𝑒 22/2025, che introduce in via sperimentale lo sviluppo delle competenze non cognitive — le cosiddette 𝘴𝘰𝘧𝘵 𝘴𝘬𝘪𝘭𝘭𝘴 — nei percorsi scolastici, allineando l’Italia ai quadri di riferimento europei sulle competenze trasversali.

Per me e per tutta la squadra di ricercatori che coordino, la prima competenza non cognitiva è quella 𝐞𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐚, ancor prima di quella affettiva e sessuale. Per questo abbiamo rinnovato la sperimentazione sull’𝐞𝐝𝐮𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐞𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐚, un progetto che resta unico a livello istituzionale nel panorama italiano.

𝐔𝐧 𝐫𝐢𝐜𝐨𝐧𝐨𝐬𝐜𝐢𝐦𝐞𝐧𝐭𝐨 𝐝𝐨𝐯𝐮𝐭𝐨 𝐚 𝐥𝐨𝐫𝐨: gli insegnanti svolgono un lavoro di enorme responsabilità in una società che spesso non restituisce loro l’autorevolezza che meritano. Non a caso “maestro”, nel suo significato letterale, indica chi sa guidare — ed è proprio questa guida silenziosa a plasmare, ogni giorno, le mappe emotive dei nostri ragazzi.

👉 Perché la 𝐂𝐨𝐦𝐮𝐧𝐢𝐜𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐂𝐢𝐫𝐜𝐨𝐥𝐚𝐫𝐞 𝐄𝐦𝐨𝐭𝐢𝐯𝐚 — il protocollo, senza costi per la collettività, sviluppato dal gruppo di Coordinamento su bullismo e cyberbullismo di Roma Capitale che ho il privilegio di coordinare — non è un intervento spot, ma un percorso che si consolida anno dopo anno nelle 𝘀𝗰𝘂𝗼𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗮𝗿𝗶𝗲 𝗲 𝘀𝗲𝗰𝗼𝗻𝗱𝗮𝗿𝗶𝗲 𝗱𝗶 𝗽𝗿𝗶𝗺𝗼 𝗴𝗿𝗮𝗱𝗼 della nostra città.

Fare ricerca per aiutare i bambini è una delle cose più belle che possa capitare a un professionista che opera al servizio della comunità.

E con grande piacere stiamo ricevendo, moltissime adesioni degli Istituti Scolastici, grazie all’ attivismo di Giovanni Zannola e al prezioso contributo di raccordo tra Dipartimento, Assessorato e i Municipi territoriali.

Quando si fa squadra si vince!

📩 Se sei un insegnante o un dirigente scolastico di Roma e vuoi inserire il tuo Istituto nella sperimentazione, contatta l’Assessorato alla Scuola del tuo Municipio.

Insegniamo ai ragazzi a leggere una cartina geografica, a orientarsi tra capitali e confini di stati lontani.

🧭 Ma quanti sanno leggere la mappa che hanno dentro?

E se non gliela insegniamo noi, la disegneranno da soli, spesso nel modo peggiore, finendo per adattarsi a una società sempre più egoista e priva di empatia.

Aldo Grauso

⚖️ 📸 Una fotografia non salva un bambino.Ogni volta che varco le porte del Tribunale Civileo del Tribunale per i Minoren...
17/07/2026

⚖️ 📸 Una fotografia non salva un bambino.

Ogni volta che varco le porte del Tribunale Civile
o del Tribunale per i Minorenni di Roma,

sento lo stesso peso sulle spalle.

Sia quando rappresento il Giudice , che quando rappresento l Avvocato.

Dietro ogni fascicolo non c’è un caso:

c’è un 𝐛𝐚𝐦𝐛𝐢𝐧𝐨/𝐚 che aspetta.

una 𝐦𝐚𝐝𝐫𝐞 che ha paura.

un 𝐩𝐚𝐝𝐫𝐞 che rischia di perdere il legame più importante della sua vita.

👉 E c’è una cosa che va detta chiaramente: trovarsi coinvolti in una valutazione tecnica d’ufficio può capitare a chiunque.

Non esiste un livello culturale, economico o sociale che metta al riparo da questo.

Per questo la CTU in ambito minorile non deve mai trasformarsi in un giudizio sulla persona o sulla coppia , ma restare uno strumento al servizio della famiglia, chiunque essa sia.

🔄 La mia visione: la CTU trasformativa
Da anni lavoro secondo un principio non negoziabile: valutare E cambiare, nello stesso momento.

✅ Attivazione, non solo diagnosi — il percorso peritale deve diventare uno spazio dove si sperimentano già nuove modalità di comunicazione tra i genitori. Ora, non tra un anno in sentenza.

✅ Il tempo dei bambini non aspetta la giustizia — intervenire solo a fine perizia significa rubare tempo prezioso a un’infanzia che non torna indietro.

✅ Alleanza vera, non solo formale — con i consulenti di parte, che devono sentirsi al servizio dell’oggetto reale della CTU (il minore, non il proprio assistito), e con il Servizio Sociale, quando attivo: il lavoro di rete non è un’opzione, è un dovere.

E per riuscirci serve uno sforzo profondo, che non si limita alla competenza tecnica: serve scienza, coscienza, e — non abbiate paura di questa parola in un contesto giudiziario — cuore.

🎓 Ed è proprio per questo che dirigo da quest’anno, insieme a Università Niccolò Cusano, un Master innovativo dedicato ai 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐢 𝐀𝐮𝐬𝐢𝐥𝐢𝐚𝐫𝐢 𝐝𝐞𝐥 𝐆𝐢𝐮𝐝𝐢𝐜𝐞 sull’𝘢𝘴𝘤𝘰𝘭𝘵𝘰 𝘥𝘦𝘭 𝘮𝘪𝘯𝘰𝘳𝘦 𝘦 𝘴𝘶𝘭 𝘳𝘪𝘧𝘪𝘶𝘵𝘰 𝘨𝘦𝘯𝘪𝘵𝘰𝘳𝘪𝘢𝘭𝘦 secondo la Riforma Cartabia. Perché questa visione deve diventare una competenza diffusa, non un’intuizione isolata.

Portare questa sensibilità nei Tribunali italiani è una battaglia difficile, quotidiana, spesso silenziosa.

💬 La CTU non può essere un punto d’arrivo. Deve essere l’inizio di un percorso concreto di trasformazione della famiglia nel supremo interesse del minore.

Aldo Grauso

🥺 🫂 Quando la diagnosi arriva prima di conoscere il bambino e la sua famigliaQuando parliamo di ADHD, Autismo o altri di...
08/07/2026

🥺 🫂 Quando la diagnosi arriva prima di conoscere il bambino e la sua famiglia

Quando parliamo di ADHD, Autismo o altri disturbi del Neurosviluppo, il rischio più grande non è solo quello di non vedere abbastanza — è anche quello di vedere troppo, e troppo in fretta.

🎓 Oggi ho avuto il piacere di presiedere la discussione di tesi di moltissimi studenti e studentesse proprio dentro questa prospettiva, che hanno presentato lavori innovativi e sperimentali secondo questo approccio,

condividendo proprio l’importanza di una clinica dal volto umano, che sa 𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐩𝐫𝐢𝐦𝐚 𝐝𝐢 𝐯𝐚𝐥𝐮𝐭𝐚𝐫𝐞.

Un Master che era partito con una visione in controtendenza e che non avrei mai immaginato potesse raggiungere, in questi anni, un numero di iscritti così imponente.

👉 L’approccio biopsicosociale ci ricorda una cosa semplice ma spesso dimenticata: non esiste un sintomo senza una persona, e non esiste una persona senza una famiglia, una storia, un contesto.

Una diagnosi affrettata, costruita solo sull’osservazione di alcuni tratti, rischia di “ingabbiare” un bambino dentro un’etichetta prima ancora di aver davvero conosciuto lui, la sua famiglia e il suo ambiente.

Negli ultimi anni sono sempre più le famiglie che arrivano da me chiedendo aiuto, esauste da un vortice senza fine di valutazioni continue,

senza un vero confronto, senza sentirsi davvero prese in carico.

Genitori lasciati soli a rincorrere appuntamenti, rivalutazioni, day-hospital dove capita di essere 𝐨𝐬𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚𝐭𝐢 𝐩𝐢𝐮̀ 𝐜𝐡𝐞 𝐚𝐬𝐜𝐨𝐥𝐭𝐚𝐭𝐢 (e molte volte da specializzandi con poca esperienza), senza che nessuno si fermi davvero a spiegare loro:

il chi, il cosa, il come e il perché,

di quello che sta succedendo al proprio figlio.

Non è un caso che tra i docenti di questo Master ci sia il prof. Michele Zappella, luminare della neuropsichiatria, ed amico che da sempre sostiene un principio tanto semplice quanto trascurato:

👉 Prima di ogni diagnosi viene l’empatia, il buon senso clinico, il tempo.

Tempo per ascoltare la famiglia in colloqui davvero approfonditi , per osservarne davvero le interazioni.

Solo dopo — non prima — diventa possibile arrivare a una diagnosi che abbia senso.

Per questo, in molti casi, ciò che serve davvero non è correre verso una diagnosi definitiva, ma prendersi il tempo giusto:

🔹 Un tempo fatto di condivisioni multidisciplinari ( in special modo con gli insegnanti della scuola )
🔹 Un tempo di ascolto reale.
🔹 Un tempo per un percorso di psicoterapia sistemico-relazionale che coinvolga tutto il nucleo familiare sia nel pre e soprattutto nel post diagnosi.

Non per negare una difficoltà, ma per capirla nel suo contesto reale, prima di trasformarla in un’etichetta clinica.

È questo l’equilibrio che porto avanti nel mio lavoro clinico: 𝐢𝐧𝐭𝐞𝐠𝐫𝐚𝐫𝐞 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐬𝐩𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐧𝐞𝐮𝐫𝐨𝐩𝐬𝐢𝐜𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐢 𝐜𝐨𝐧 𝐪𝐮𝐞𝐥𝐥𝐢 𝐩𝐬𝐢𝐜𝐨𝐝𝐢𝐧𝐚𝐦𝐢𝐜𝐢 𝐞 𝐫𝐞𝐥𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐚𝐥𝐢,

senza perdere di vista la persona dietro il sintomo — e la famiglia che la accompagna.

💬 “𝐼𝑙 𝑏𝑎𝑚𝑏𝑖𝑛𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑒̀ 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑜𝑠𝑎 𝑑𝑖 𝑟𝑜𝑡𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑣𝑎 𝑎𝑔𝑔𝑖𝑢𝑠𝑡𝑎𝑡𝑜, 𝑚𝑎 𝑞𝑢𝑎𝑙𝑐𝑢𝑛𝑜 𝑑𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑟𝑒𝑛𝑑𝑒𝑟𝑒 — 𝑝𝑒𝑟𝑐ℎ𝑒́ 𝑡𝑟𝑜𝑝𝑝𝑜 𝑠𝑝𝑒𝑠𝑠𝑜 𝑑𝑖𝑎𝑚𝑜 𝑝𝑒𝑟 𝑠𝑐𝑜𝑛𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑙𝑒 𝑑𝑖𝑛𝑎𝑚𝑖𝑐ℎ𝑒 𝑓𝑎𝑚𝑖𝑙𝑖𝑎𝑟𝑖 𝑒 𝑙𝑒 𝑓𝑜𝑟𝑚𝑒 𝑑𝑖 𝑎𝑐𝑐𝑢𝑑𝑖𝑚𝑒𝑛𝑡𝑜 𝑛𝑢𝑙𝑙𝑎 𝑐’𝑒𝑛𝑡𝑟𝑖𝑛𝑜 𝑐𝑜𝑛 𝑙’𝑖𝑛𝑠𝑡𝑎𝑢𝑟𝑎𝑟𝑠𝑖 𝑑𝑖 𝑐𝑒𝑟𝑡𝑖 𝑐𝑜𝑚𝑝𝑜𝑟𝑡𝑎𝑚𝑒𝑛𝑡𝑖 𝑎𝑡𝑖𝑝𝑖𝑐𝑖.”

Aldo Grauso

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