Fighters Life

Fighters Life Un nuovo spazio dedicato allo sport da combattimento dove troverete interviste ai campioni del presente e del passato ad affermati maestri e tutorial ...

ATTENZIONE: PRIMA DI COMMENTARE, NON FERMATEVI ALLE FIGURE E NON LEGGETE SOLTANTO IL TITOLO. LEGGETE L’ARTICOLO FINO ALL...
01/10/2026

ATTENZIONE: PRIMA DI COMMENTARE, NON FERMATEVI ALLE FIGURE E NON LEGGETE SOLTANTO IL TITOLO. LEGGETE L’ARTICOLO FINO ALLA FINE. Questa non è una provocazione. Non è una guerra contro qualcuno. E soprattutto non è una storia costruita sulle chiacchiere da bar. È un’inchiesta. Un lavoro mastodontico, nato da una domanda che da tempo mi accompagna: quanto costa realmente, oggi, diventare un pugile professionista? Perché parto da una convinzione dalla quale non mi sono mai spostato: ogni pugile, in qualunque parte del mondo, dovrebbe avere la possibilità di vivere del proprio sport. Ma è davvero così? Oppure, soprattutto all’inizio della carriera, il pugile deve prima dimostrare di avere soldi, pubblico, sponsor e capacità di vendere biglietti ancora prima di poter dimostrare quanto vale sul ring? Per molto tempo ho pensato che questo fosse soprattutto un problema italiano. Ho ascoltato tante storie di organizzatori che chiedono ai pugili di vendere biglietti. Ho sentito racconti di ragazzi costretti a sostenere economicamente il proprio avversario. Ho ascoltato storie di maestri che pagano i match dei propri ragazzi. Ho ascoltato pugili raccontare sacrifici, spese, debiti e allenamenti incastrati tra un lavoro e l’altro. E allora mi sono posto una domanda semplice: MA SUCCEDE SOLTANTO IN ITALIA? Per provare a rispondere non ho scelto Paesi casuali. Ho scelto quattro realtà di enorme rilevanza nel pugilato mondiale: REGNO UNITO, SPAGNA, GERMANIA E STATI UNITI. Sono partito da BoxRec e ho preso in esame i pugili professionisti presenti nei rispettivi database: REGNO UNITO — 1.051 pugili professionisti; SPAGNA — 224 pugili professionisti; GERMANIA — 505 pugili professionisti; STATI UNITI — 3.515 pugili professionisti. Poi ho ristretto ulteriormente il campione. Ho selezionato i pugili con un massimo di quattro incontri professionistici, indipendentemente dal risultato ottenuto. E ho iniziato a contattarli direttamente. Instagram, messaggi, audio, domande semplicissime. Mi sono presentato e ho spiegato apertamente il motivo della ricerca. Ho detto loro: “In Italia molti pugili, soprattutto all’inizio, raccontano di dover vendere biglietti e in alcuni casi sostenere personalmente alcune spese legate agli incontri. Succede anche nel vostro Paese?”. La risposta a questa domanda mi ha portato molto più lontano di quanto immaginassi. Perché dietro i numeri ci sono ragazzi. E dietro quei ragazzi ci sono storie. REGNO UNITO. Partiamo dal Regno Unito. Ed è proprio qui che l’inchiesta prende una piega che, personalmente, non mi aspettavo. La domanda era sempre la stessa: QUANTO DEVE PAGARE UN GIOVANE PUGILE PER INIZIARE A COSTRUIRSI UNA CARRIERA? Dalle testimonianze raccolte emergono cifre e meccanismi che meritano di essere raccontati. Alcuni pugili riferiscono di sostenere costi nell’ordine di 2.000-3.000 sterline per le visite mediche. Per un avversario, in alcuni casi, si arriva a 1.500-2.500 sterline. Ma c’è un altro elemento che mi ha particolarmente colpito. Alcuni pugili raccontano che l’organizzatore richieda circa 500 sterline per ogni pugile per la location. E poi arrivano i biglietti. Il pugile riceve i biglietti da vendere. Ma cosa succede se non riesce a raggiungere il budget richiesto? Secondo le testimonianze raccolte, la differenza può ricadere direttamente sul pugile. E allora la domanda diventa inevitabile: IL PUGILE STA COSTRUENDO UNA CARRIERA O STA FINANZIANDO L’ORGANIZZAZIONE DELLA PROPRIA CARRIERA? Non è una domanda retorica. È una domanda che nasce dalle testimonianze. E c’è un altro dato ricorrente. La stragrande maggioranza dei ragazzi con cui ho parlato lavora. Lavori pesanti, manovalanza, edilizia, fabbriche, altri settori. C’è chi si ritiene addirittura fortunato quando ha un lavoro meno pesante, perché significa arrivare alla sera con qualche energia in più per allenarsi. Sveglia presto. Lavoro. Allenamento. A volte una seconda seduta. Poche ore di sonno. E il giorno dopo si ricomincia. È questo il percorso di chi vuole diventare professionista? SPAGNA. Poi sono passato alla Spagna. Qui ho incontrato una testimonianza particolarmente significativa. Un ragazzo con un passato olimpico mi ha raccontato di aver sostenuto personalmente i costi dei suoi primi incontri professionistici. Ha investito cifre importanti. Poi si è posto una domanda semplicissima: QUANTO DEVO ANCORA INVESTIRE PRIMA CHE QUESTO INVESTIMENTO POSSA RIENTRARE? La risposta, nel suo caso, è stata fermarsi. Ha smesso. Non perché non amasse il pugilato. Ma perché economicamente non riusciva più a sostenere il percorso. E allora la domanda cambia ancora: QUANTI TALENTI SI FERMANO PRIMA ANCORA CHE QUALCUNO ABBIA LA POSSIBILITÀ DI SCOPRIRLI? GERMANIA. La Germania mi ha consegnato un’altra storia difficile da ignorare. Un pugile di origine turca mi ha raccontato di aver sostenuto economicamente persino alcuni incontri da dilettante. Poi il passaggio al professionismo. Primo incontro: circa 3.000 euro. Secondo incontro: altre spese. E poi? Non aveva più la possibilità economica di continuare. Oggi è fermo. Non aspetta un nuovo avversario. Aspetta qualcuno disposto a investire su di lui. Uno sponsor. Un finanziatore. Qualcuno che creda nel suo progetto. E qui arriva una delle domande più importanti di tutta questa inchiesta: QUANTO CONTA IL TALENTO E QUANTO CONTA LA POSSIBILITÀ ECONOMICA DI RESISTERE ABBASTANZA A LUNGO DA FARLO EMERGERE? STATI UNITI. E poi arriviamo negli Stati Uniti. Il Paese del sogno americano. Il Paese dove il pugilato professionistico ha costruito alcuni dei più grandi campioni della storia. Ma anche qui, ascoltando i ragazzi, emerge una realtà molto diversa da quella che spesso immaginiamo dall’Europa. La palestra si paga. L’armadietto si paga. L’attrezzatura si paga. Se arriva qualcuno dall’esterno e deve lavorare con te, può essere necessario pagarlo. E anche qui ritorna il tema dei biglietti. Il pugile deve portare pubblico. Deve vendere. Deve creare attenzione. Perché, secondo le testimonianze raccolte, se porti persone riesci più facilmente a coprire le spese. Se inizi a costruirti un seguito, puoi attirare l’attenzione dei promoter. E forse, da lì, può nascere qualcosa. Ma se non porti pubblico? Rischi di rimanere in attesa di un’opportunità. E allora un’altra domanda: NEL PROFESSIONISMO CONTEMPORANEO, IL PRIMO REQUISITO È ANCORA IL TALENTO O È DIVENTATO LA CAPACITÀ DI GENERARE ECONOMICAMENTE UN EVENTO? E POI C’È UN ELEMENTO CHE RITORNA IN TUTTI I RACCONTI. Il 99% circa dei ragazzi con cui ho parlato lavora. Non stiamo parlando di pugili già affermati. Stiamo parlando di ragazzi all’inizio. Ragazzi che lavorano durante il giorno e si allenano quando possono. Alcuni si svegliano prima per fare una prima seduta. Poi vanno al lavoro. Terminato il lavoro tornano in palestra. E spesso rinunciano a qualche ora di sonno. Perché il pugilato, almeno all’inizio, non permette loro di vivere. Devono vivere per poter fare pugilato. MA LE FEDERAZIONI? Anche questa domanda l’ho posta. E dalle testimonianze emerge un altro elemento: il professionismo, nei racconti raccolti, non viene generalmente descritto come un sistema nel quale la federazione sostiene economicamente ogni singolo atleta o ogni singolo evento. L’organizzatore organizza se dispone delle risorse necessarie. Se non le dispone, l’evento non viene organizzato. Naturalmente esistono eccezioni. Ho parlato anche con una persona vicina a un pugile di livello mondiale. Mi è stato raccontato che alcuni atleti possono avere accesso a condizioni completamente differenti. Ma parliamo di pochissimi casi. Di pugili che sono già dentro un percorso importante. E allora la domanda diventa: COSA SUCCEDE AGLI ALTRI? A QUELLI CHE NON SONO ANCORA CAMPIONI? A QUELLI CHE NON HANNO UNO SPONSOR? A QUELLI CHE NON HANNO UNA GRANDE FAMIGLIA ALLE SPALLE? A QUELLI CHE NON POSSONO PERMETTERSI DI PERDERE MIGLIAIA DI EURO? E QUI TORNO ALL’ITALIA. Perché sono partito proprio da qui. Per anni ho pensato che il problema dei pugili costretti a vendere biglietti o a sostenere economicamente il proprio percorso fosse soprattutto italiano. Oggi, dopo aver parlato con ragazzi di quattro grandi nazioni del pugilato mondiale, devo necessariamente rivedere almeno in parte quella convinzione. Questo NON significa dire che in Italia il problema non esista. Esiste. Ed è un problema che merita di essere affrontato. Ma forse dobbiamo smettere di raccontarci che tutto ciò che non funziona nel nostro pugilato accade soltanto da noi. Perché ascoltando queste testimonianze, la realtà appare molto più complessa. E forse, paradossalmente, quella che pensavamo fosse soltanto una nostra tragedia è invece una difficoltà strutturale che attraversa una parte molto più ampia del pugilato professionistico internazionale. Ma attenzione. Questa non è la conclusione. È l’inizio. Perché adesso arrivano le domande più importanti. CHI PAGA DAVVERO IL COSTO DELL’AVVIAMENTO DI UN PUGILE? È GIUSTO CHE SIA IL PUGILE A FINANZIARE I PRIMI PASSI DELLA PROPRIA CARRIERA? È NORMALE CHE UN RAGAZZO DEBBA VENDERE BIGLIETTI PRIMA ANCORA DI AVER DIMOSTRATO IL PROPRIO VALORE? QUANTI POTENZIALI CAMPIONI ABBANDONANO PERCHÉ NON POSSONO PERMETTERSI DI CONTINUARE? E SOPRATTUTTO: SE IL TALENTO È UNIVERSALE, PERCHÉ L’ACCESSO AL PROFESSIONISMO DEVE DIPENDERE COSÌ TANTO DALLA DISPONIBILITÀ ECONOMICA? Questa volta non voglio risposte basate sulle sensazioni. Voglio numeri. Voglio testimonianze. Voglio documenti. Voglio ascoltare i pugili. Perché questa inchiesta non nasce per dimostrare che l’Italia è migliore o peggiore degli altri. Nasce per capire. E dopo aver ascoltato ragazzi del Regno Unito, della Spagna, della Germania e degli Stati Uniti, una cosa posso dirla con certezza: IL PROBLEMA È MOLTO PIÙ GRANDE DI QUANTO IMMAGINASSIMO. E forse è arrivato il momento di iniziare a parlarne seriamente.Ma con dati reali non con dicerie. Chiudo con una battuta La FRANCIA non ho voluto inserirla volutamente fino alla riconsegna della Gioconda! , , , ,

01/10/2026

La giovane Italia è in partenza. 🇮🇹
Il futuro del nostro movimento sta per salire sul ring in uno degli appuntamenti più importanti della stagione: gli Europei U17.
E ogni volta che guardo questi ragazzi, prima ancora dei pugni, delle vittorie e dei risultati, guardo i loro volti. Perché dentro quegli occhi vedo una speranza: quella che proprio tra loro possa esserci chi, domani, porterà ancora più in alto il nome dell’Italia pugilistica.
Quando guardo questi giovani combattere, rivedo sogni che appartengono a generazioni intere. Rivedo ragazzi partiti dalle palestre, con una borsa sulle spalle e un sogno nel cuore, diventati poi uomini capaci di scrivere pagine indimenticabili della nostra storia.
Perché loro non sono soltanto una squadra. Sono la continuità. Sono il filo che unisce generazioni e generazioni di pugili che hanno costruito, combattimento dopo combattimento, la grande storia della boxe italiana.
E una cosa, personalmente, la sento forte: l’orgoglio con cui questi ragazzi indossano il tricolore. 🇮🇹
E sono convinto che tra questi U17, così come tra gli U19, ci siano elementi di grandissimo valore. Ragazzi che meritano di essere accompagnati, sostenuti e messi nelle condizioni di crescere.
Adesso tocca a loro.
Salite su quel ring con il cuore. Combattete con coraggio. Difendete ogni centimetro di quel quadrato.
Onorate quella canotta.
Onorate il tricolore.
Onorate chi prima di voi ha combattuto per questa maglia e ha reso grande la nostra storia.
Noi saremo lì, a tifare per voi.
Forza ragazzi.
Forza Italia. 🇮🇹🥊
Forza Italia pugilistica!

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Qualche giorno fa si sono conclusi i Campionati Italiani di Gym Boxe. Un grande successo: oltre 500 atleti e circa 1.500...
30/09/2026

Qualche giorno fa si sono conclusi i Campionati Italiani di Gym Boxe. Un grande successo: oltre 500 atleti e circa 1.500 partecipanti complessivi alla manifestazione. Basta fare una ricerca su Google per vedere quanto ogni regione abbia celebrato i propri portacolori.
E attenzione: prima che qualcuno scriva nei commenti, lo dico subito. Personalmente avallo fortemente questa parte del pugilato. La Gym Boxe permette a chiunque voglia avvicinarsi a questa disciplina di praticarla e di vivere l’emozione della competizione, mantenendo però una dimensione strettamente amatoriale.
C’è poi un altro aspetto che non va sottovalutato: l’indotto economico. Ci sono quote di partecipazione, trasferte, alberghi, ristorazione e tutto ciò che ruota intorno a una manifestazione che, numeri alla mano, porta circa 1.500 persone in un unico contesto. Quindi bene per chi organizza e bene per tutte quelle realtà che possono beneficiare economicamente di questa opportunità.
La mia riflessione nasce proprio dai numeri. Oggi, guardando queste cifre, è evidente che puntare sulla Gym Boxe può rappresentare un’opportunità concreta sia per gli organizzatori sia per chi la pratica. Si compete, ci si diverte, si crea movimento e, soprattutto, non si sale sul ring con l’obiettivo di prendere i colpi che caratterizzano il pugilato agonistico.
L’unica cosa che, secondo me, andrebbe chiarita meglio riguarda l’informazione.
Il titolo di Campione Italiano di Gym Boxe è un titolo nazionale della Gym Boxe, non il titolo italiano assoluto di pugilato. Sono due realtà diverse, con regolamenti, finalità e caratteristiche differenti.
E questo non è un problema della Gym Boxe. Il problema nasce quando chi scrive, comunica o racconta un risultato non conosce o non distingue correttamente le regole e i regolamenti delle diverse discipline.
La Gym Boxe ha una sua dignità, una sua funzione e numeri importanti. Ma il pugilato e i pugili agonisti sono un’altra cosa.
Distinguere non significa sminuire. Al contrario, significa rispettare entrambe le realtà.
E voi cosa ne pensate della Gym Boxe?
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Perché sempre più spesso praticarlo significa affrontare costi che per alcune famiglie diventano difficili da sostenere....
30/09/2026

Perché sempre più spesso praticarlo significa affrontare costi che per alcune famiglie diventano difficili da sostenere. Le strutture comunali a disposizione delle società sembrano diminuire, mentre gli insegnanti devono fare i conti con affitti e spese sempre più pesanti. E quei costi, inevitabilmente, finiscono anche sulle quote dei ragazzi ma sopratutto delle famiglie.
Ma c’è un altro aspetto sul quale credo valga la pena riflettere: le visite di idoneità agonistica.
Ieri ho contattato una struttura di medicina dello sport, fingendomi un tecnico interessato a indirizzare alcuni ragazzi per le visite. Alla fine della telefonata mi è stato indicato il loro tariffario.
E i numeri fanno riflettere.
Per un pugile AOB uomo under 35, la prima visita costa 210 euro. Per una donna 360 euro. Per un professionista uomo under 35 si arriva a 350 euro, per una donna a 450 euro.
E parliamo della prima visita. Perché una seconda visita, quando necessaria, ha comunque un costo importante. Senza considerare il rischio di un fermo medico e la necessità di ripetere gli accertamenti.
Il tariffario riportato prevede:

AOB uomo Under 35: 210 € — seconda visita 160 €
AOB uomo Over 35: 250 € — seconda visita 200 €
AOB donna Under 35: 360 € — seconda visita 260 €
AOB donna Over 35: 400 € — seconda visita 300 €
Professionisti uomo Under 35: 350 € — seconda visita 250 €
Professionisti uomo Over 35: 400 € — seconda visita 300 €
Professioniste donna Under 35: 450 € — seconda visita 330 €
Professioniste donna Over 35: 500 € — seconda visita 380 €

È vero: sulla salute non si dovrebbe risparmiare.
Ma qui la domanda è un’altra.
A questi costi bisogna aggiungere la quota mensile della palestra, l’iscrizione annuale, gli eventuali costi federali, l’attrezzatura e tutto ciò che comporta la pratica agonistica.
Con la speranza di non avere più di un figlio che pratichi questo sport�E allora viene spontaneo chiedersi:
stiamo ancora parlando di uno sport accessibile a tutti ?
Perché se per salire sul ring servono sempre più soldi, il rischio è che la selezione non avvenga più soltanto dentro la palestra, attraverso il sacrificio, la passione e il talento.
Ma prima ancora, davanti a un listino prezzi.
E questa, forse, è la cosa sulla quale dovremmo iniziare seriamente a riflettere.

PS I TESSERATI FPI HANNO UNO SCONTO DA LISTINO

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Oggi la stampa internazionale apre una riflessione importante per il pugilato italiano: Guido Vianello potrebbe rapprese...
29/09/2026

Oggi la stampa internazionale apre una riflessione importante per il pugilato italiano: Guido Vianello potrebbe rappresentare per Moses Itauma il banco di prova ideale nel momento più delicato della giovane carriera del britannico. Itauma è tornato ad allenarsi dopo la sconfitta contro Filip Hrgovic del 29 agosto e Frank Warren vuole riportarlo sul ring all’inizio del prossimo anno. Ma più della data del rientro conterà la scelta dell’avversario. Contro Hrgovic, Itauma ha mostrato nei primi round velocità ed esplosività, mettendo in difficoltà il croato. Con il passare delle riprese, però, il match è cambiato: Hrgovic ha resistito alla pressione, ha continuato ad avanzare e ha portato l’incontro sul terreno della gestione delle energie. Al nono round, la sfida era ormai compromessa. Ed è proprio qui che nasce la domanda: Itauma ha imparato a dosare le forze e ad adattarsi quando il knockout non arriva subito? Un semplice match di rientro contro un avversario destinato a cedere rapidamente potrebbe restituirgli una vittoria, ma non necessariamente delle risposte. Guido Vianello, inserito nel roster Queensberry, avrebbe caratteristiche molto diverse. L’azzurro ha esperienza, struttura fisica, sa combattere sulla distanza e, come dimostrato ad agosto contro Moses Jolly, ha la capacità di mantenere continuità per tutto l’incontro. Non sarebbe un avversario costruito per una vittoria-lampo. Lo stesso Warren ha parlato della necessità di “cambiamenti seri” dopo la sconfitta di Itauma. E proprio il matchmaking potrebbe essere uno di questi. Il dato più interessante riguarda l’esperienza sulle lunghe distanze: prima di Hrgovic, Itauma non arrivava alla campana finale dai due incontri sulle sei riprese disputati nel 2023. Nei dieci match successivi, il suo combattimento più lungo si era fermato a cinque round. Affrontare Vianello comporterebbe un rischio per un pugile di appena 21 anni reduce dalla prima sconfitta professionistica. Ma proprio per questo potrebbe essere un test significativo. Queensberry può scegliere la strada della ricostruzione prudente oppure mettere Itauma davanti a un avversario capace di costringerlo a pensare, adattarsi e gestire le energie. E forse sarà proprio il nome del prossimo avversario a dirci quale delle due strade è stata scelta. , , , ,

Forse, quando Dio pensò al pugilato, decise di creare non un solo modo di combattere, ma due.Da una parte il picchiatore...
29/09/2026

Forse, quando Dio pensò al pugilato, decise di creare non un solo modo di combattere, ma due.
Da una parte il picchiatore. Quello che avanza, che accetta lo scontro, che cerca il corpo a corpo, che trasforma ogni scambio in una battaglia. Dall’altra il tecnico. Quello che pensa, misura, anticipa, muove i piedi, sceglie il momento e prova a vincere senza concedere all’avversario ciò che desidera.
Due stili. Due filosofie. Due modi completamente diversi di interpretare la stessa arte.
E da sempre esiste questa eterna contrapposizione: forza contro tecnica, pressione contro movimento, aggressività contro intelligenza tattica.
Ma dopo secoli di pugilato, una domanda continua a rimanere senza una vera risposta: chi ha ragione?
Forse nessuno dei due.
O forse, paradossalmente, hanno ragione entrambi.
Perché il pugilato è anche questo: due visioni apparentemente opposte che, quando si incontrano, finiscono per completarsi.
Il picchiatore senza tecnica può diventare prevedibile. Il tecnico senza capacità di combattimento può andare in difficoltà quando il ring si trasforma in una tempesta.
Uno ha bisogno dell’altro. Sono due metà della stessa mela chiamata pugilato.
Io, personalmente, amo lo scontro fisico. Mi affascina quel pugilato messicano fatto di pressione, sacrificio, colpi al corpo, scambi e battaglie che sembrano non finire mai.
Ma allo stesso tempo posso rimanere incantato davanti alla bellezza di un pugilato completamente diverso: quello che sembra quasi una danza, fatto di geometrie, tempi, angoli, finte e movimenti.
Ed è forse proprio questa la magia della boxe: puoi amare una filosofia senza smettere di riconoscere la grandezza dell’altra.
Perché quando due pugili salgono sul ring non portano soltanto due paia di guantoni.
Portano due idee diverse di cosa significhi fare pugilato.
Uno vuole trasformare il ring in una guerra. L’altro vuole trasformarlo in una scacchiera.
E quando queste due anime si incontrano, nasce quella cosa che da secoli continuiamo a chiamare semplicemente… pugilato.
Ora però voglio sapere da voi, soprattutto dai pugili: quando siete sul ring, quale delle due anime sentite più vostra?
Quella del TECNICO o quella del PICCHIATORE?
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Una volta si aspettava la fine del match, o della serata, e il maestro andava dall’organizzatore a ritirare la busta con...
28/09/2026

Una volta si aspettava la fine del match, o della serata, e il maestro andava dall’organizzatore a ritirare la busta con la relativa borsa. Non diventavi ricco, certo. Ma c’era la fierezza di poter dire: “Questo me lo sono guadagnato” un compenso per i tuoi sacrifici. E, se non ricordo male, esisteva anche un tariffario sancito da regolamento, in base alle fasce d’età.
Chiamatela borsa, rimborso, contributo o come volete. Il nome conta poco. Il punto è che oggi sembra quasi un’utopia pensare che un ragazzo, alla fine di una serata, possa ricevere qualcosa per essere salito sul ring e possa tornare a casa dicendo: “Questo me lo sono guadagnato”.
Prima era qualcosa di sporadico: “Ti faccio combattere i ragazzi”. Poi è arrivato il Covid: “Non ci sono soldi, dobbiamo pagare i tamponi”. Oggi, troppo spesso, la risposta sembra essere sempre la stessa: “Non ci sono soldi, ci ho rimesso”.
Se ci rimetti una volta due tre poi viene da solo fermarsi ….oppure è lecito pensare altro!!!
Personalmente credo che il rimborso al pugile debba essere previsto e tutelato da un regolamento. E, se vogliamo fare le cose seriamente, anche il lavoro del maestro dovrebbe avere una tutela regolamentare.
Perché una domanda me la sono sempre fatta: magari i soldi per la ring girl ci sono, per il fumo, le luci strafighe, gli annunciatori, i videomaker, gli effetti speciali, i “tricche tracche” e le bombe a mano… tutto bellissimo. Ma poi al ragazzo che ha combattuto cosa rimane? Una pacca sulla spalla?
Provate, per una volta, a dare la pacca sulla spalla a tutto il contorno. E vediamo quanti sono disposti a ve**re comunque.
Perché se non si comincia dal dilettantismo, mettendo regole chiare e dignità anche economica a chi sale sul ring, poi diventa difficile pretendere che qualcosa possa davvero cambiare quando si arriva al professionismo.
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Tanto non interessa a nessuno… così si dice. Eppure, grazie ai social, ormai sappiamo praticamente tutto di Clemente Rus...
28/09/2026

Tanto non interessa a nessuno… così si dice. Eppure, grazie ai social, ormai sappiamo praticamente tutto di Clemente Russo in vista del suo rientro: quante volte va in bagno, a che ora mangia, quando va a dormire, quante scale fa in casa, quanta benzina mette, quanti caffè beve, quante volte fa p**ì, a che ora si sveglia, quando si mette a letto, quale film guarda e persino quale serie televisiva preferisce.
Però, sia chiaro: il suo match non interessa a nessuno.
E allora ecco la cosa curiosa: c’è anche chi prova a prendere qualche like proprio parlando di lui, perché evidentemente non interessa a nessuno… talmente poco che bisogna continuamente ricordarlo tutti i giorni .
Il mondo dei social è meraviglioso: più una cosa “non interessa a nessuno”, più se ne parla.

Buon inizio settimana.

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26/09/2026

ARTURO “LOBITO” TORRES NON CE L’HA FATTA. AVEVA SOLO 26 ANNI.
Una settimana fa era salito sul ring in Messico per combattere. Oggi, purtroppo, Arturo “Lobito” Torres non c’è più.
Il pugile messicano aveva affrontato Gilberto Garcia il 19 settembre. Il match si era concluso al settimo round, quando Torres era stato fermato dal suo avversario. Ma qualcosa non andava.
Rimasto nel suo angolo, Arturo è crollato. I soccorsi sono intervenuti immediatamente e il giovane pugile è stato trasportato d’urgenza all’ospedale di Mexicali, dove i medici hanno dovuto operarlo per un’emorragia e un coagulo al cervello.
Dopo l’intervento era stato posto in coma farmacologico. La sua famiglia aveva raccontato di una situazione stabile e, per qualche giorno, nel mondo della boxe si era continuato a sperare.
Poi, la notizia che nessuno avrebbe voluto ricevere.
Arturo Torres è morto a soli 26 anni.
Ventiquattro incontri da professionista, otto anni vissuti sul ring e una vita ancora tutta da scrivere.
Oggi, però, non ci sono numeri, record o vittorie da ricordare.
C’è soltanto un ragazzo di 26 anni che non è tornato a casa.
Riposa in pace, Arturo.
Che il tuo ultimo viaggio sia accompagnato dallo stesso coraggio con cui sei salito sul ring.
Ciao, “Lobito” Buon Viaggio Guerriero! , , , ,

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Rome

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