11/08/2026
Era il 2004 quando ho conosciuto Alessio Sakara, il “Legionario”. A Roma lo vedevo allenarsi nella palestra di via Paleotti con il maestro Aurelio Pili. Io passavo da un turno all’altro e spesso mi capitava di incrociarlo negli spogliatoi, scambiare due parole, una battuta. Aveva già combattuto in Brasile il suo primo match da professionista e, nel suo percorso, aveva praticamente attraversato tutto il mondo degli sport da combattimento. Ricordo un ragazzo simpatico, sempre pronto alla battuta, ma appena entrava in palestra cambiava tutto: era un guerriero. Allenamento, guanti, sudore. E sinceramente… era un duro.
In quegli anni, in quella palestra, passavano tanti professionisti e giovani talenti. Tra questi c’era anche un ragazzo che sembrava avere qualcosa di speciale: Riccardo Angeletti. Un talento che, purtroppo, gli infortuni avrebbero fermato prima di poter diventare professionista. Ricordo anche i suoi match negli eventi BBT, dove arrivò a confrontarsi come main event Aob con un altro talento come Mirco Ricci. Ma torniamo ad Alessio. Davide Buccioni credeva molto in lui. E non era un periodo qualunque: Roma viveva una stagione straordinaria del pugilato, piena di nomi, storie e campioni che avrebbero lasciato il segno.
Il debutto romano di Sakara arrivò il 19 marzo 2005 al PalaLuiss. Quella sera, per chi amava il pugilato, era praticamente vietato mancare. Sul ring c’erano Sakara, Della Rosa, Demchenko, Petrucci e, nel main event, Domenico Spada per il titolo IBF Youth. Una di quelle serate che oggi, a ripensarci, sembrano fotografie di un’epoca.
Alessio vinse per KO. Come quasi tutti quella sera. L’unico a non vincere fu Petrucci, che pareggiò. Poi arrivarono altri tre match, ancora vittorie prima del limite, e a Roma cominciò a crescere l’attesa: si parlava sempre più insistentemente del suo primo vero titolo.
L’appuntamento arrivò l’8 luglio 2005. Avversario: il francese marsigliese Jean-Marc Monrose. Un avversario tosto, lanciatissimo, uno che in Francia aveva già vinto il Torneo di Francia, qualcosa di molto simile a quello che oggi conosciamo come Neo Pro. Insomma, non era certo lì per fare da comparsa.
Centrolino del Tennis. Luglio. Caldo. Tantissima gente. E noi della palestra non potevamo mancare. Anche quella sera il programma era di quelli che oggi fanno ve**re nostalgia: Sakara, Demchenko, Della Rosa, Petrucci e nel main event Giorgio Marinelli all’assalto del titolo IBF Continental.
Roma rispose presente. Una folla immensa. La BBT era protagonista assoluta.
Per Alessio, però, quella notte non andò come speravamo. Si fermò al quinto round. Da guerriero quale è sempre stato, andò giù, si rialzò e continuò a combattere. Ma una colpo, se la memoria non mi tradisce, al fegato, mise fine al match.
E forse, proprio da quella notte, iniziò un’altra storia.
Una storia che avrebbe portato Alessio verso quello che sarebbe diventato il suo vero amore sportivo: le MMA. Poco dopo arrivò il debutto in UFC e, da lì, la consacrazione nel circuito più importante del mondo.
Sono passati tanti anni. E ho avuto il piacere di rincontrare Alessio a Foggia, ospite di una serata dedicata agli sport da combattimento. La sua fama era ormai cresciuta enormemente, non solo nello sport ma anche in televisione. Gli ricordai quegli anni, quella palestra, quelle serate, quei match.
E lui, come sempre, con quel sorriso che non gli è mai mancato, mi rispose semplicemente:
“AMMAZZA COME MENAVA!”
E in quella frase, forse, c’era tutto.
C’era il ragazzo che conoscevo in palestra. C’era il guerriero che vedevo fare i guanti. C’era Alessio prima del “Legionario”.
Ogni tanto, quando mi capita di parlare di quegli anni con il maestro Aurelio Pili, finiamo sempre per ricordare qualche aneddoto e ridere. Perché il tempo passa, le carriere cambiano, i palazzetti diventano ricordi… ma certe immagini rimangono lì.
E forse è proprio questo il bello dello sport.
Non sono soltanto i titoli, le vittorie o le sconfitte a restare.
Restano le persone. Restano le palestre. Restano i profumi degli spogliatoi, il rumore dei guantoni, le voci prima di un match.
E restano quei ragazzi che un giorno hai visto allenarsi senza sapere che, davanti ai tuoi occhi, stava iniziando una storia destinata a diventare leggenda.