17/08/2026
Mi espongo e dico la mia, senza girarci troppo intorno: per me, chi comanda la protesta dello stadio vuoto non ha motivazioni così limpide e disinteressate come vogliono far credere.
I capi ultras della Lazio sono furbi. Molto furbi. E conoscono perfettamente il terreno sul quale si muovono. Sanno che esiste una pletora di disperati da tastiera che nella vita reale non se li fila nessuno: a casa sono schifati pure dalla lettiera del gatto quando è da cambiare, in ufficio contano come il due di coppe quando la briscola è bastoni, vivono probabilmente con mogli che li sopportano più che amarli e con figli che si ricordano di loro giusto a Natale.
Senza Facebook, Instagram e compagnia bella, di molti di questi fenomeni non si accorgerebbe neppure l’AMA quando passa a raccogliere l’umido nelle calde e umide giornate di agosto.
E allora arriva la Lazio.
La Lazio diventa il loro palcoscenico. Il loro microfono. La loro occasione per sentirsi finalmente qualcuno.
Ed eccoli trasformarsi magicamente in capipopolo, strateghi, sociologi, filosofi, custodi della lazialità e giudici supremi del tifoso altrui.
“CHI VA ALLO STADIO È COMPLICE DI LOTITO!”
“CHI NON CONTESTA È UN SERVO!”
“CHI CONTINUA AD ANDARE È PARTE DEL PROBLEMA!”
Naturalmente sono le versioni educate. Quelle pubblicabili.
Perché quando qualcuno osa avere un’opinione diversa, parte immediatamente la gara a chi riesce a vomitare l’insulto più miserabile.
La cosa però che trovo più ridicola è un’altra.
Quando alla Lazio succede qualcosa di normale, quando arriva una buona notizia, quando c’è una vittoria, quando c’è qualcosa di cui essere contenti, questi grandi condottieri del popolo laziale spariscono.
Non un post.
Non un commento.
Non una parola.
Niente.
Sembrano spariti dalla faccia della terra.
Poi succede qualcosa che va storto e improvvisamente ricompaiono tutti.
Tutti.
Come i funghi dopo la pioggia.
Ieri sera, poi, sembrava quasi una festa.
Gente che dovrebbe amare la Lazio talmente tanto da averne fatto una ragione di vita che passava il tempo a godere per una sconfitta della propria squadra.
A godere.
E questo, più di qualsiasi protesta, mi fa capire tante cose.
Perché io posso essere incazzato con Lotito, posso contestare la società, posso criticare Fabiani, l’allenatore, i giocatori, il mercato e pure il magazziniere se mi gira.
Ma quando perde la Lazio, io sto male.
Punto.
Non festeggio.
Non cerco qualcuno da umiliare.
Non provo piacere perché finalmente “la società ha preso una tranvata”.
Perché io tifo Lazio, non la mia personale guerra contro chi gestisce la Lazio.
E qui secondo me sta tutta la differenza.
Perché se per dimostrare che avevi ragione devi sperare che la Lazio faccia schifo, se la sconfitta della tua squadra diventa il momento più bello della tua giornata perché finalmente puoi dire “VE L’AVEVO DETTO”, allora forse della Lazio non ti interessa poi così tanto.
Ti interessa avere ragione.
Ti interessa sentirti importante.
Ti interessa avere un nemico.
E soprattutto ti interessa avere un pubblico.
La Lazio, in tutto questo, diventa soltanto il mezzo.
E allora poveracci davvero.
Perché una cosa è contestare.
Una cosa è protestare.
Una cosa è non andare allo stadio.
Un’altra, completamente diversa, è godere delle disgrazie della propria squadra e poi presentarsi sui social con la patente di “vero laziale”, distribuendo certificati di appartenenza agli altri.
Io non accetto lezioni di lazialità da nessuno.
E soprattutto non le accetto da chi sembra ricordarsi della Lazio soltanto quando può usarla per sputare veleno sugli altri.
Forza Lazio, sempre.
Anche quando perde.
Anzi, soprattutto quando perde.
Perché è lì che si vede chi ama davvero una squadra e chi, invece, ama soltanto il proprio riflesso dentro una tastiera.
Felice Giorgio Vita
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