11/09/2026
🕯️ 𝟭𝟭 𝗦𝗘𝗧𝗧𝗘𝗠𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟬𝟭, 𝟮𝟱 𝗔𝗡𝗡𝗜 𝗗𝗢𝗣𝗢. 𝗤𝗨𝗘𝗟 𝗕𝗜𝗚𝗟𝗜𝗘𝗧𝗧𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗛𝗢 𝗠𝗔𝗜 𝗕𝗨𝗧𝗧𝗔𝗧𝗢 𝗩𝗜𝗔
💛❤️ Cari amici di Cose da Romanisti, ben ritrovati dopo qualche giorno di assenza, complice un breve viaggio a Londra che mi ha impedito di essere presente allo stadio per Roma-Atalanta, ma che allo stesso tempo mi ha regalato un’emozione che difficilmente dimenticherò, perché mi ha permesso di rivedere dal vivo i Bon Jovi a Wembley, chissà, magari per l’ultima volta.
Era anche la prima volta che entravo nel nuovo Wembley, quello ricostruito dopo la demolizione del vecchio impianto, e devo dire che sono rimasto letteralmente a bocca aperta. Nella mia vita mi è capitato di vedere partite e di entrare in diversi stadi anche in Inghilterra, ma Wembley è davvero un’altra cosa. Il modo in cui ci si arriva, il modo in cui vengono gestite decine di migliaia di persone, quello che trovi all’interno, l’organizzazione, la struttura. Insomma, Wembley è Wembley, e per chi ama lo sport entrarci almeno una volta credo rappresenti qualcosa di particolare.
Ma il post di oggi, in realtà, vuole avere molto poco di calcistico.
Volutamente non ho scritto nulla dopo Roma-Atalanta perché, non essendo stato allo stadio, ho preferito evitare, e non ho scritto nulla neppure dopo il pareggio di ieri sera con il Fenerbahçe, che personalmente considero un ottimo risultato. Avremo tempo per parlare ancora di calcio e di una Roma che, almeno per quello che abbiamo visto fino a questo momento, mi sembra davvero molto forte e sulla quale comincia a vedersi chiaramente il lavoro di un anno da parte di Gasperini e dei ragazzi.
Oggi, però, voglio parlare d’altro.
Perché oggi è l’11 settembre 2026 e sono trascorsi esattamente 25 anni da quel maledetto 11 settembre 2001.
Io allora avevo 23 anni e quel giorno, paradossalmente, ero felicissimo.
La sera ci sarebbe stata Roma-Real Madrid.
La Roma, fresca campione d’Italia, tornava nella grande Europa e all’Olimpico arrivava il Real Madrid. Come al solito avevo acquistato il biglietto e non vedevo l’ora che arrivasse sera.
Poi, improvvisamente, il calcio diventò una cosa piccolissima.
Quel pomeriggio stavo studiando perché il giorno successivo avrei avuto un esame all’università. A un certo punto le normali trasmissioni televisive furono interrotte e cominciarono ad arrivare quelle immagini da New York.
Non c’erano i social. Non c’era WhatsApp. Non avevamo uno smartphone in mano attraverso il quale sapere in tempo reale cosa stesse succedendo dall’altra parte del mondo.
C’era la televisione.
E davanti a quella televisione, improvvisamente, ci fermammo tutti.
Io smisi di studiare e rimasi lì, come milioni di altre persone, cercando di capire qualcosa che sembrava semplicemente impossibile. Il primo aereo, poi il secondo, il Pentagono, le notizie confuse che continuavano ad arrivare e infine quelle immagini che credo nessuno della mia generazione riuscirà mai veramente a cancellare dalla propria memoria.
Le Torri Gemelle che crollavano davanti ai nostri occhi.
Più tardi sarebbe crollato anche il World Trade Center 7.
E mentre dall’altra parte dell’oceano stava accadendo tutto questo, noi che avevamo il biglietto per Roma-Real Madrid continuavamo a domandarci se davvero quella sera avrebbero avuto il coraggio di farci giocare una partita di calcio.
Lo ebbero.
La UEFA decise di disputare le partite dell’11 settembre e soltanto il giorno successivo rinviò quelle ancora in programma. Ancora oggi, venticinque anni dopo, continuo a pensare che quella sera non si sarebbe dovuto giocare.
La Roma p***e 2 a 1, ma sapete una cosa? Di quella partita ricordo molto meno di quanto normalmente ricorderei di una Roma Real Madrid.
Ricordo invece perfettamente l’atmosfera dell’Olimpico.
Ricordo le persone intorno a me che parlavano di New York, gli sguardi, le domande, quella sensazione stranissima di trovarsi allo stadio per assistere a qualcosa che avevamo aspettato con entusiasmo e di accorgersi, una volta seduti, che improvvisamente interessava molto meno.
Era calcio.
A New York, Washington e in Pennsylvania, invece, stava accadendo la vita. E la morte.
E poi c’è quel biglietto.
Quello che vedete nella grafica che accompagna questo post.
È il mio biglietto di Roma-Real Madrid dell’11 settembre 2001.
Non l’ho mai buttato.
È rimasto per venticinque anni dentro un cassetto nel quale conservo praticamente una parte della mia vita. Ci sono 36 anni di abbonamenti allo stadio, biglietti di partite, trasferte, coppe europee, giornate bellissime e giornate terribili. In realtà la mia storia allo stadio è persino un po’ più lunga, perché prima del primo abbonamento c’erano già state altre partite, altri biglietti, altri pomeriggi passati con la Roma.
Ma quel piccolo pezzo di carta ha sempre avuto un significato diverso.
Perché non mi ricorda soltanto una partita, mi ricorda un giorno preciso.
Mi ricorda il ragazzo di 23 anni che ero, dove mi trovavo, cosa stavo facendo e il momento preciso nel quale ebbi la sensazione che il mondo che avevo conosciuto fino a quel pomeriggio fosse improvvisamente cambiato.
Ed è curioso pensare che oggi quel biglietto abbia un quarto di secolo.
Forse è proprio per questo che oggi mi sono tornate in mente alcune parole di Primo Levi, scritte dopo un’altra tragedia, enormemente diversa per storia, natura e dimensioni, ma rivolte a qualcosa che appartiene a tutte le tragedie dell’uomo: il dovere della memoria.
Parole tratte da “Se questo è un uomo” che il mio professore di italiano del liceo ci fece leggere e commentare, cosa per la quale non smetterò mai di ringraziarlo.
«Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore».
Ecco.
Scolpitele nel vostro cuore.
Forse è questo il significato di quel biglietto che conservo ancora oggi.
Non è solo conservare un pezzo di carta, è conservare il ricordo.
L’11 settembre 2001 morirono 2.977 persone. Persone innocenti che quella mattina erano semplicemente andate al lavoro, avevano preso un aereo, erano partite per un viaggio o stavano svolgendo il proprio servizio.
Padri, madri, figli, mogli, mariti, amici, colleghi, turisti, lavoratori, vigili del fuoco, poliziotti, addetti alla sicurezza.
Persone che erano uscite di casa pensando che quella sarebbe stata una giornata come tante e che a casa non tornarono mai più.
E qui arrivo forse alla cosa che, dopo venticinque anni, continua a colpirmi maggiormente.
Io penso spesso che noi esseri umani, nel corso dei secoli, siamo stati probabilmente capaci di distruggere più di quanto abbiamo costruito. Abbiamo creato arte, musica, medicina, scienza, cultura, abbiamo mandato uomini nello spazio, abbiamo costruito cose meravigliose, ma siamo stati contemporaneamente capaci di guerre, stermini, terrorismo, p***ecuzioni e di una quantità di odio che a volte sembra impossibile possa appartenere alla stessa specie.
Eppure proprio dentro l’orrore dell’11 settembre c’è anche la dimostrazione esattamente opposta di ciò che può essere un essere umano.
Mentre migliaia di persone scendevano disperatamente dalle Torri Gemelle per cercare di salvarsi, c’erano altri uomini che facevano qualcosa di apparentemente contrario a ogni istinto naturale.
Salivano.
Vigili del fuoco, poliziotti, soccorritori, addetti alla sicurezza.
Mentre tutti cercavano una via d’uscita, loro entravano.
E insieme a loro ci furono persone comuni, semplici lavoratori che invece di pensare soltanto alla propria vita decisero di fermarsi per aiutare un collega, uno sconosciuto, qualcuno che non riusciva a scendere da solo.
Molti di loro non tornarono più.
Ed è qui che mi viene in mente un’altra frase, questa volta di Leonard Cohen, tratta dalla canzone Anthem, che trovo meravigliosa e che ho sentito pronunciare in uno de tanti documentari sulla vicenda dell’11/9 dal figlio di una vittima:
«C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce».
Certamente quel giorno la crepa è stata enorme, ma dentro quella crepa la luce furono loro.
Gli uomini e le donne che rischiarono la propria vita per salvarne un’altra.
Ed è forse questa la più incredibile contraddizione della nostra specie: siamo capaci di distruggere la vita di qualcuno che non abbiamo mai conosciuto ma siamo al contrario capaci di sacrificare la nostra per salvare quella di uno sconosciuto.
E allora alla fine, inevitabilmente, torno anche al calcio.
Perché tragedie come quella dell’11 settembre dovrebbero servire anche a ricordarci quale sia il posto giusto del calcio nelle nostre vite.
Io amo la Roma da una vita. Posso arrabbiarmi per un rigore, discutere per un mercato, perdere la voce allo stadio, stare male per una sconfitta e sentirmi ancora un ragazzino quando segniamo al novantacinquesimo.
Ed è bellissimo così, ma rimane calcio.
Dobbiamo essere avversari, certamente, ma non dobbiamo mai diventare nemici.
Non per una maglia, non per una curva, non per una città.
Quando il calcio diventa odio, quando dall’insulto si passa alla violenza, agli scontri, ai ferimenti e addirittura, come purtroppo è successo e continua a succedere, alla morte, allora non è più calcio.
Forse ogni tanto abbiamo bisogno di ricordarcelo.
Per questo oggi, dopo qualche giorno di silenzio, non volevo parlare di Gasperini, di tattica, di mercato o di Champions League.
Oggi volevo semplicemente aprire quel vecchio cassetto, riprendere in mano quel biglietto e guardare ancora una volta quella data.
11 settembre 2001.
E rendermi conto che sono già passati venticinque anni, un quarto di secolo…
Questo post è soltanto per loro.
Per le 2.977 persone che quella mattina p***ero la vita e per tutti coloro che, dentro quella tragedia, decisero di mettere a rischio o sacrificare la propria per provare a salvarne un’altra.
Perché il tempo passa inevitabilmente, le generazioni cambiano (io da ragazzo sono diventato uomo e i bambini di allora sono oggi ragazzi) e i ricordi sbiadiscono.
Ma la memoria no. La memoria abbiamo il dovere di conservarla.
Come dicevo poc’anzi su Primo Levi, dobbiamo scolpirla nel nostro cuore.
Io, nel mio piccolo, ho conservato anche quel vecchio biglietto che oggi mi ha ispirato questo post, e dopo venticinque anni è ancora lì.
Dove rimarrà.
🕯️ 11 settembre 2001.
Per non dimenticare.
💛❤️ Forza Roma, sempre.