Cose da Romanisti

Cose da Romanisti Pagina dedicata alla Roma e ai suoi tifosi. Tutti i giorni notizie, attualità e tifo giallorosso. “Ogni giorno, romanisti sul serio.”
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28/09/2026

Il comunicato stampa della Roma sul nuovo stadio!!!💛❤️

💛❤️ TRA UN CALCIO CHE CI TRATTA COME BANCOMAT, I 50 ANNI DI TOTTI E UNO STADIO CHE FINALMENTE DIVENTA REALTÀ…Amici di Co...
28/09/2026

💛❤️ TRA UN CALCIO CHE CI TRATTA COME BANCOMAT, I 50 ANNI DI TOTTI E UNO STADIO CHE FINALMENTE DIVENTA REALTÀ…

Amici di Cose da Romanisti, ben ritrovati e buon inizio settimana a tutti!

Prima di tutto vi chiedo scusa per qualche giorno di assenza: sono stato a Venezia, una città che ogni volta mi lascia senza fiato ma che ormai è diventata economicamente inavvicinabile. Diciamo pure che per passarci un fine settimana serve quasi aprire un mutuo. Ci sono andato soprattutto per visitare Homo Faber, la straordinaria rassegna internazionale dedicata all’alto artigianato. Rimarrà aperta solo fino a fine mese: se avete tempo, modo e soprattutto budget, fateci un salto perché merita davvero; altrimenti mettetela in agenda tra due anni per la prossima edizione, ve la consiglio caldamente.

⚽ Il dio denaro contro la nostra passione

Nel frattempo è passato il primo dei due fine settimana senza campionato e, soprattutto, senza la nostra Roma. Una situazione che continuo a trovare surreale. Davanti al dio denaro vengono stravolti calendari, abitudini e tradizioni, mentre noi tifosi veniamo trattati come semplici bancomat da spremere fino all'ultimo centesimo. Abbiamo aspettato tre mesi per far ripartire la stagione e, dopo appena quattro o cinque partite, ci ritroviamo già fermi per quasi un mese.
Tutto questo per fare spazio alla Nations League, una competizione nata con il solo scopo di infiocchettare le vecchie amichevoli, metterci una coppa davanti e vendere diritti televisivi per gonfiare calendari già al collasso. E noi continuiamo a parteciparvi in Lega A, nonostante la Nazionale italiana sia da tempo, per gioco, risultati e seguito, una squadra da fascia B. Tra scelte federali discutibili, convocazioni enigmatiche e palazzi del potere occupati sempre dalle stesse figure da decenni, la luce in fondo al tunnel non si vede. E conoscendo l'andazzo, se mai dovesse accendersi, ci ritroveremmo la bolletta aumentata del 30%. Stasera c'è la sfida con la Turchia: vedremo cosa combineranno sul campo.

🎂 Auguri Capitano: ma quella maglia deve tornare a vivere

Battute a parte, ieri è stata una data cerchiata in rosso per ogni romanista: Francesco Totti ha compiuto 50 anni. Avevo preparato una riflessione molto più complessa, ma ho preferito non pubblicarla per evitare le solite, inutili guerre di religione tra tifosi. Oggi voglio limitarmi al sentimento più sincero: tanti auguri, Francesco.
Ho avuto il privilegio di vivere la sua carriera dal primo all'ultimo minuto: dall'esordio di Brescia con Vujadin Boškov fino al commovente addio contro il Genoa, passando per il primo gol al Foggia, lo Scudetto e un quarto di secolo che ha coinciso con la nostra stessa giovinezza.
Un pensiero però voglio esprimerlo con il cuore in mano: quella maglia numero 10 deve tornare in campo. Non può e non deve rimanere una reliquia intoccabile. Prima di Totti l’hanno onorata leggende e grandi uomini come Picchio De Sisti, Agostino Di Bartolomei e Peppe Giannini. Il 10 della Roma deve continuare a essere un sogno vivo: ogni bambino che entra a Trigoria deve poter sperare, un giorno, di meritarselo sulle spalle.

🏟️ Pietralata: la svolta che aspettavamo da decenni

Chiudo con la notizia più importante per il futuro del club: lo stadio della Roma a Pietralata ha compiuto il passo decisivo. Con la chiusura positiva della Conferenza dei Servizi decisoria e il rilascio del titolo autorizzativo, il progetto entra nella sua fase operativa reale.

Mancano i passaggi finali, a partire dal progetto esecutivo, con l'orizzonte di posare la prima pietra nella primavera del 2027, proprio nell'anno del Centenario. Il sindaco Gualtieri ha ipotizzato come traguardo ideale la fine del 2029; l'obiettivo formale resta il 2031, con la garanzia assoluta di averlo pronto per gli Europei del 2032. Conoscendo la burocrazia italiana e romana la cautela è d'obbligo: il 2029 sarebbe un sogno, il 2031 andrà benissimo, l'importante è vederlo sorgere per davvero.

Questo traguardo riporta la memoria dritta a Dino Viola. Già alla fine degli anni Ottanta quel presidente straordinario e visionario aveva compreso ciò che il calcio italiano ha capito con decenni di ritardo: lo stadio di proprietà non è una vanità, ma il motore economico indispensabile per competere stabilmente con le grandi. Il suo progetto, come sappiamo, venne affossato dalla politica e dal malaffare: se gli avessero dato ascolto, la Roma avrebbe oggi una dimensione internazionale differente.

L'impianto da oltre 60.000 posti non trasformerà soltanto il quadrante di Pietralata, ma garantirà alla Roma quei 60, 70 o 80 milioni di ricavi strutturali aggiuntivi all'anno tra biglietteria, hospitality ed eventi. Non raggiungeremo all'istante i colossi della Premier League, e probabilmente non ci riusciremo mai, ma significa dare alla società solide basi per investire, costruire squadre competitive e sognare in grande senza dover costantemente rincorrere plusvalenze salvifiche.

Forse è proprio questa la notizia più bella: non solo una nuova casa, ma le fondamenta per rendere la nostra Roma finalmente più grande.
Buon inizio settimana a tutti. Diteci la vostra nei commenti sulla svolta dello stadio e sulla questione del numero 10.

Sempre e solo forza Roma! 💛❤️

💛❤️ 𝗟𝗔 𝗥𝗢𝗠𝗔 È 𝗩𝗜𝗩𝗔. 𝗟𝗔 𝗥𝗢𝗠𝗔 𝗖’È.💛❤️ Cari amici di Cose da Romanisti, buonanotte. Ho aspettato volutamente qualche ora di...
19/09/2026

💛❤️ 𝗟𝗔 𝗥𝗢𝗠𝗔 È 𝗩𝗜𝗩𝗔. 𝗟𝗔 𝗥𝗢𝗠𝗔 𝗖’È.

💛❤️ Cari amici di Cose da Romanisti, buonanotte. Ho aspettato volutamente qualche ora di riflessione prima di commentare questa partita, perché uscendo dallo stadio le sensazioni erano tante e credo fosse giusto lasciarle sedimentare un po’. Partiamo da una considerazione: un 2-2 all’Olimpico contro questa Inter è comunque un ottimo risultato, anche se naturalmente, dopo essere stati avanti 2-0, rimane un grandissimo rammarico. Ma ricordiamoci sempre di chi stiamo parlando: per me l’Inter è la strafavorita per la vittoria dello Scudetto ed è ormai da tre o quattro anni la squadra più forte d’Italia per qualità e soprattutto profondità dell’organico. Quest’anno, tra la riduzione del monte ingaggi della Roma, quasi 20 milioni secondo quanto dichiarato dallo stesso D’Amico, e la crescita di quello dell’Inter, la distanza economica tra le due rose è diventata ancora più evidente. I criteri di calcolo possono cambiare e quindi non voglio fare il ragioniere al centesimo, ma parliamo comunque di decine di milioni di euro di differenza.

⚽ Detto questo, la partita di questa sera ci ha raccontato una cosa molto semplice: la Roma c’è. Questa Roma è gagliarda, forte, combattiva, determinata e, secondo me, crede ancora più dello scorso anno in quello che fa. Nel primo tempo ha giocato a ritmi impressionanti, aggredendo l’Inter altissima e costringendola a una fatica enorme semplicemente per uscire dalla nostra pressione. In generale bisogna anche riconoscere che è stata una bellissima partita di calcio e immagino che per uno spettatore neutrale, magari all’estero, possa essere stata anche un ottimo spot per il calcio italiano. Per me e credo per tutti voi che state leggendo, invece, è stata soprattutto una sofferenza di quelle che conosciamo bene.

Nel secondo tempo la Roma ha certamente pagato qualcosa, ma non sono completamente d’accordo con chi riduce tutto al fatto che avremmo speso troppo nella prima frazione. È vero che abbiamo corso tantissimo, ma per liberarsi da quella pressione asfissiante anche l’Inter ha dovuto correre, ruotare continuamente i giocatori e spendere molte energie. Secondo me la vera differenza l’ha fatta soprattutto l’aspetto psicologico, perché prendere il 2-1 dopo appena 51 secondi dall’inizio della ripresa ha inevitabilmente ribaltato l’inerzia della partita. Mancini recupera un pallone altissimo nella trequarti dell’Inter, vuole giocarlo invece di liberarsene, sceglie una soluzione complicata, sbaglia e da lì nasce il gol. Gasperini ha parlato di presunzione, io non arriverei a tanto: ci vedo piuttosto troppa voglia di Mancini di trasformare quel recupero in un’occasione da gol, senza percepire fino in fondo il pericolo che poteva nascere dalla perdita del pallone.

E qui però vorrei essere molto chiaro, perché uscendo dallo stadio ho sentito anche parecchie critiche a Mancini. Mancini ha sbagliato la giocata, non l’interpretazione del ruolo. Non si trovava lì perché aveva improvvisamente deciso di fare il trequartista: si trovava lì perché Gasperini chiede ai propri difensori esattamente questo, di andare ad aggredire altissimi, accettando anche il rischio che inevitabilmente ne deriva. È la stessa interpretazione che pochi giorni fa a Torino aveva portato Mancini a essere determinante praticamente in entrambi i nostri gol. Questa sera ha recuperato ancora una volta il pallone dove l’allenatore vuole che venga recuperato, poi purtroppo ha fatto la scelta sbagliata. È una differenza sostanziale, perché possiamo criticare l’errore tecnico e decisionale, ma non possiamo contemporaneamente chiedere ai giocatori di interpretare il calcio di Gasperini e poi accusarli quando si trovano nelle zone di campo nelle quali proprio Gasperini pretende che vadano.

Il rammarico aumenta pensando che, nonostante quel gol avesse restituito immediatamente vita, convinzione e speranza all’Inter, la Roma non è affatto sparita dalla partita. Ha continuato a tenere il campo e ha avuto persino la palla gigantesca del 3-1, quando Malen ha calciato praticamente a botta sicura trovando quella parata tanto incredibile quanto involontaria di Martínez, che sostanzialmente ha respinto il pallone con il volto. Naturalmente noi abbiamo anche questa antica capacità: portieri che magari fino alla settimana precedente sembrano capaci di farsi gol da soli, contro la Roma improvvisamente scoprono una lontana parentela con Jašin. Ma questa è un’altra storia e non apriamo anche questo capitolo…

🧠 Qualche parola anche su Gasperini, perché ho sentito critiche pure sulle sostituzioni e credo che questa sera siano francamente ingenerose. Praticamente quattro dei cinque cambi, se non tutti per ragioni diverse, sono stati imposti dalla partita. Mancini dopo l’errore aveva perso un po’ di lucidità ed è stato sostituito da Ndicka, Koné aveva circa sessanta minuti nelle gambe e si è visto, Balerdi ha avuto un problema fisico, Molina non aveva ancora novanta minuti e ha dovuto lasciare il posto a Rensch, Hermoso ha chiesto il cambio. Alla fine la Roma ha terminato la partita con Koulierakis, Ndicka e Ghilardi, cioè con tre difensori completamente diversi rispetto a quelli che l’avevano iniziata.

E questo è fondamentale anche per capire il finale della partita. Gasperini è un allenatore che costruisce la propria fase difensiva partendo dagli attaccanti: la prima linea difensiva della Roma è il pressing di Dybala, Malen e Soulé. Normalmente proprio lì Gasperini interviene molto con le sostituzioni, inserendo giocatori freschi per continuare ad aggredire la costruzione avversaria. Questa sera non ha potuto farlo, perché è stato costretto a utilizzare i cambi altrove, e abbiamo finito con Dybala e Soulé sulle gambe e Malen praticamente con i crampi. Questo non significa soltanto perdere lucidità e qualità negli ultimi metri, significa soprattutto far saltare la prima pressione e permettere all’Inter di iniziare l’azione con maggiore facilità. Gasperini questa sera è stato veramente vincolato dalle sostituzioni e ha fatto di necessità virtù. Un allenatore può pianificare qualsiasi cosa durante la settimana, poi esiste il campo e il campo qualche volta ti costringe semplicemente a reagire.

🐺 Per questo io esco dall’Olimpico con rammarico, certo, ma anche con una convinzione ancora maggiore: questa Roma è forte ed è soprattutto una squadra vera. Ha carattere, ha un grande allenatore e crede profondamente in quello che fa. In altri momenti, dopo aver preso il 2-1 praticamente negli spogliatoi e aver restituito all’Inter tutta l’inerzia psicologica della partita, probabilmente una gara del genere l’avremmo persa. Questa Roma invece è rimasta dentro la partita, ha sofferto e ha continuato a giocare. E tutto questo va sempre rapportato alla grandezza dell’avversario: per me l’Inter resta una categoria, forse addirittura due, sopra quasi tutte le squadre italiane per profondità dell’organico e continuo a pensare che vincerà lo Scudetto con largo anticipo. Poi, per fortuna, esiste il campo e questa sera il campo ci ha detto che la Roma può giocarsela anche con loro.

Questo non significa che adesso dobbiamo trasformare la Roma nella favorita per lo Scudetto. Il nostro obiettivo deve essere migliorare quanto fatto lo scorso anno, fare più punti, consolidare la qualificazione in Champions e possibilmente guadagnare anche una posizione in classifica. Poi vedremo cosa succederà. Adesso arriverà questa assurda sosta di tre settimane che ci allontanerà praticamente per un mese dal campionato e alla ripresa ci aspetterà Como, altra partita difficilissima. Ma ci arriveremo sapendo qualcosa in più: la Roma c’è, la Roma è viva e questa Roma ha intenzione di esserci fino alla fine.

👏 Straordinario, ancora una volta, anche il pubblico dell’Olimpico. E proprio parlando di pubblico permettetemi una considerazione molto meno tecnica e molto più personale. Mi dispiace non aver battuto l’Inter anche per i suoi tifosi. Frequento lo stadio da oltre quarant’anni, sono abbonato da trentasei e di tifoserie ospiti ne ho viste praticamente di ogni tipo, ma poche mi sono risultate così sgradevoli come quella interista. Fischiare l’inno della Roma, come è accaduto anche questa sera, lo considero semplicemente irrispettoso. Non pretendo certamente che un interista lo canti, ma tra sostenere la propria squadra e mancare deliberatamente di rispetto ai simboli dell’avversario esiste ancora, almeno per me, una differenza enorme. E lo stesso vale per alcuni tifosi interisti sparsi negli altri settori, per esempio in Monte Mario, dove è assolutamente normale incontrare sostenitori delle squadre avversarie e dove normalmente si convive senza alcun problema. Tifare, esultare e persino sfottersi fa parte del calcio, assumere continuamente atteggiamenti irridenti, provocatori, strafottenti e maleducati è invece un’altra cosa.

E poi c’è Cristian Chivu. Qui non faccio neppure finta di essere neutrale: calcisticamente mi è profondamente antipatico. Quel doppio dito medio rivolto ai tifosi della Roma all’Olimpico il 5 maggio 2010 io non me lo sono dimenticato e credo non se lo sia dimenticato nessun romanista, tanto più perché a farlo fu un ex giocatore della Roma, uno che aveva indossato per quattro anni la nostra maglia. Per me fu quindi un gesto doppiamente maleducato, cafone e irriconoscente. La giustizia sportiva, per essere precisi, intervenne, ma la vicenda si concluse con un patteggiamento e un’ammenda di 8.000 euro, senza neppure una giornata di squalifica. Evidentemente il metro della tolleranza era piuttosto largo.

E da allenatore continuo a non sopportare quell’atteggiamento che personalmente definisco da finto prete del calcio. Quando le cose vanno bene, e con la squadra nettamente più forte d’Italia sono andate bene molto spesso, arrivano i discorsi sui valori, sui principi, sulla sportività e sulle lezioni da impartire agli altri; quando invece le cose girano male, troppo spesso spuntano proteste, recriminazioni e piagnistei. A me questi Don Abbondio del pallone non sono mai piaciuti. Preferisco quelli magari antipatici, ruvidi e arroganti, ma almeno coerenti, non quelli che salgono sul pulpito quando vincono e scoprono improvvisamente tutte le ingiustizie del mondo quando perdono.

💛❤️ Ma chiudo tornando alla cosa che davvero conta: la Roma. Cinque giornate, tredici punti, quattro vittorie e un pareggio contro quella che considero la squadra più forte d’Italia. Una Roma che questa sera ha giocato un primo tempo di enorme intensità e che, quando la partita è cambiata, ha saputo soffrire senza disunirsi. Avremmo potuto vincerla, avremmo anche potuto perderla e alla fine probabilmente il pareggio è giusto. Ma tornando a casa dall’Olimpico ho una certezza in più: questa Roma è una squadra vera. E quando undici giocatori credono fino in fondo in ciò che chiede il proprio allenatore e uno stadio intero comincia a percepire quella stessa convinzione, non ha molto senso stabilire oggi dove possa arrivare.

Non mettiamole noi un limite. Lasciamo che sia il campo a trovarlo.

💛❤️ Forza Roma, sempre!

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💛❤️
19/09/2026

💛❤️

19/09/2026

Noi così💛❤️

19/09/2026

Siamo pronti, Forza Roma💛❤️

💛❤️ 𝗤𝗨𝗔𝗧𝗧𝗥𝗢 𝗦𝗨 𝗤𝗨𝗔𝗧𝗧𝗥𝗢. 𝗤𝗨𝗘𝗦𝗧𝗔 𝗥𝗢𝗠𝗔 𝗦𝗔 𝗩𝗜𝗡𝗖𝗘𝗥𝗘 𝗗𝗔 𝗦𝗤𝗨𝗔𝗗𝗥𝗔💛❤️ Cari amici di Cose da Romanisti, ben ritrovati e, visto l’o...
14/09/2026

💛❤️ 𝗤𝗨𝗔𝗧𝗧𝗥𝗢 𝗦𝗨 𝗤𝗨𝗔𝗧𝗧𝗥𝗢. 𝗤𝗨𝗘𝗦𝗧𝗔 𝗥𝗢𝗠𝗔 𝗦𝗔 𝗩𝗜𝗡𝗖𝗘𝗥𝗘 𝗗𝗔 𝗦𝗤𝗨𝗔𝗗𝗥𝗔

💛❤️ Cari amici di Cose da Romanisti, ben ritrovati e, visto l’orario nel quale sto scrivendo e probabilmente pubblicando questo post, direi fondamentalmente buonanotte.

La Roma torna da Torino con uno 0-2 meritatissimo, ma soprattutto con una vittoria da squadra solida, matura, da vera squadra. Una di quelle vittorie che magari non finiranno nell’album delle partite più spettacolari della nostra storia, ma che personalmente considero tremendamente importanti nel percorso di crescita di questa Roma.

Perché naturalmente sono altri tre punti e questo è talmente ovvio che quasi non servirebbe scriverlo, ma alla fine del campionato la classifica non chiederà quando li hai conquistati. I punti di settembre valgono esattamente quanto quelli di aprile e maggio e averne raccolti dodici su dodici nelle prime quattro giornate, senza averne lasciato per strada neppure uno, rappresenta già qualcosa di importante. Quattro partite, quattro vittorie. Non abbiamo fatto ancora nulla, naturalmente, ma non abbiamo neppure buttato via niente. E in un campionato nel quale alla fine spesso sono proprio quei due o tre punti lasciati per strada quando meno te lo aspetti a fare la differenza, non è affatto poco.

Ma c’è soprattutto un’altra ragione per la quale considero particolarmente significativa la vittoria di questa sera.

Arriva dopo una partita di Champions League.

Noi romanisti sappiamo benissimo, perché lo abbiamo sperimentato tante volte sulla nostra pelle, quanto possano pesare le partite immediatamente successive a un impegno europeo. Valeva per l’Europa League, valeva per la Conference e vale ancora di più per la Champions, dove il livello degli avversari, il dispendio fisico e soprattutto quello mentale sono inevitabilmente superiori.

La Roma pochi giorni fa era a Istanbul contro il Fenerbahçe e questa sera è andata a Torino vincendo 2-0. È riuscita a recuperare energie fisiche e mentali, a cambiare alcuni interpreti e soprattutto a rientrare immediatamente con la testa dentro il campionato.

Ecco, secondo me questa è una delle notizie migliori della serata.

Perché se vogliamo davvero rimanere nelle zone alte della classifica, questa capacità dovremo averla per tutta la stagione.

⚽ E poi ci sono le prestazioni individuali, anche se questa sera forse parlare soltanto dei singoli sarebbe persino riduttivo.

Uno straordinario Svilar, quando è stato necessario.

Un monumentale Balerdi, che personalmente considero uno dei migliori in campo.

Un grandissimo Hermoso.

E soprattutto uno straordinario Gianluca Mancini, protagonista di una partita che secondo me racconta perfettamente cosa Gasperini chieda ai propri difensori.

Mancini, di fatto, è propiziatore di entrambi i gol della Roma.

Sul primo va a fare una pressione altissima, quasi f***e per un difensore se ragioniamo con i vecchi parametri del ruolo, e recupera il pallone con una scivolata nella quale rischia persino qualcosa fisicamente. Da quel recupero nasce l’azione che porta il pallone a Dybala e poi all’assist di Paulo per Malen.

Ma se possibile mi è piaciuto ancora di più quello che fa al novantatreesimo minuto.

La partita è praticamente finita.

Sei in vantaggio 1-0.

Hai giocato pochi giorni prima in Champions.

Sei un difensore centrale.

E cosa fai?

Vai sul fondo.

Mancini lotta, insiste, non considera mai morto quel pallone e riesce a servirlo indietro. Castro non riesce ad arrivarci, alle sue spalle arriva Pisilli e la mette dentro per il definitivo 2-0.

Ecco, per me quell’azione al novantatreesimo racconta questa Roma molto più di tante statistiche.

Mancini, Balerdi ed Hermoso stanno interpretando alla perfezione il pensiero calcistico del loro allenatore. Quella pressione altissima, quell’aggressività quasi esasperata, quella volontà di andare a prendere l’avversario anche lontanissimo dalla propria porta che naturalmente, quando viene sbagliata, può esporti a rischi enormi.

È il calcio di Gasperini.

E questi giocatori non lo stanno semplicemente eseguendo.

Lo hanno accettato, lo hanno fatto proprio e ormai sembrano crederci completamente.

È questa forse la differenza più importante, perché un sistema così aggressivo funziona soltanto quando chi deve interpretarlo non ha paura di farlo. Se un difensore comincia a pensare “e se esco e poi mi saltano?”, hai già perso metà dell’efficacia del sistema.

Questi invece escono.

Aggrediscono.

Rischiano.

E quando uno esce, gli altri sanno esattamente cosa devono fare.

Questa sera Mancini, Balerdi ed Hermoso sono stati monumentali proprio per questo.

E poi ci sono loro.

Paulo Dybala e Donyell Malen.

Ragazzi, questi due insieme stanno cominciando a diventare qualcosa di veramente importante.

Malen da quando è arrivato alla Roma ha numeri semplicemente impressionanti: 20 gol in 22 partite di campionato. E in questo inizio di stagione siamo già a 6 gol nelle prime quattro giornate.

Numeri da attaccante decisivo.

Ma oltre alla quantità dei gol c’è una caratteristica che personalmente mi impressiona ancora di più: Malen può sembrare per alcuni minuti fuori dalla partita e poi gli basta mezzo pallone per segnare.

E accanto ha un giocatore come Paulo Dybala.

L’intesa che stanno trovando è bellissima da vedere. Paulo vede spazi che spesso gli altri non hanno ancora nemmeno immaginato e Malen possiede la velocità, l’intelligenza e soprattutto l’istinto per andarci.

Quando hai due giocatori che parlano calcisticamente la stessa lingua, anche senza guardarsi, per gli avversari cominciano i problemi.

🧠 E proprio Dybala mi porta a sottolineare un’altra cosa che mi è piaciuta moltissimo questa sera: la lettura della partita di Gasperini.

Nei primi quindici, venti minuti Abate aveva preparato una mossa intelligente, chiedendo a Comuzzo, diretto avversario di Paulo, di spingersi molto in avanti. Dybala si è così ritrovato costretto per tre o quattro volte a rincorse lunghe e molto dispendiose, esattamente quello che non vuoi chiedergli per novanta minuti.

Gasperini lo ha visto e, soprattutto, non ha aspettato l’intervallo.

Ha invertito le posizioni di Dybala e Soulé, spostando Paulo dall’altra parte e modificando immediatamente quella situazione tattica.

Sono particolari, certo, ma sono proprio questi particolari che raccontano la capacità di un allenatore di leggere una partita mentre la partita sta accadendo, invece di aspettare che sia la partita a dirgli che ormai qualcosa è andato storto.

Bene praticamente tutti gli altri. Un po’ più fuori fuoco l’ingresso di Rodrigo Mora, ma qui credo serva equilibrio nei giudizi.

Parliamo di un ragazzo giovanissimo, arrivato a Roma soltanto nella seconda metà di agosto, proveniente da un altro Paese, catapultato dentro una nuova città, una nuova lingua, un nuovo calcio, un nuovo allenatore e una squadra con aspettative enormi.

A quell’età tanti ragazzi vivono ancora con la propria famiglia.

Lui deve entrare in campo con la maglia della Roma e fare la differenza, diamogli tempo.

Avrà partite meravigliose e altre nelle quali sembrerà più in difficoltà. È assolutamente normale. Il talento c’è, ma il talento deve crescere e la crescita, soprattutto a quell’età, non è mai una linea retta.

💪 E permettetemi di spendere due parole anche per Marten de Roon.

Quest’estate ho letto parecchie critiche sull’operazione. La Roma aveva ceduto un centrocampista di 25 anni come Neil El Aynaoui, certamente interessante ma anche molto discontinuo e mai realmente arrivato a livelli straordinari, e lo aveva sostituito con un giocatore di 35 anni.

E allora giù con la carta d’identità.

Come se nel calcio la data di nascita fosse improvvisamente diventata una statistica tecnica.

De Roon ha 35 anni.

Sì.

Ma è un 35enne vivo, forte, presente, intelligente, con una conoscenza del calcio di Gasperini che probabilmente potrebbe spiegare quel sistema persino nel sonno.

Ed è soprattutto un giocatore che, per quello che sta mostrando, ha ancora tanto, tanto da dare.

Il punto non è avere 25 o 35 anni, il punto è come giochi a calcio nel momento in cui scendi in campo.

Ed è anche attraverso giocatori di questo tipo che secondo me questa Roma si è arricchita di quelli che Gasperini ama definire “capitani”. Non necessariamente uomini che portano una fascia al braccio, ma giocatori che conoscono il gioco, riconoscono i momenti della partita, trasmettono personalità e aiutano gli altri a gestire le difficoltà.

🐺 Quindi sì, grande Roma e grande vittoria.

Ma adesso viene il bello.

Sabato all’Olimpico arriva l’Inter.

Roma e Inter ci arrivano entrambe con 12 punti dopo quattro giornate, dopo che i nerazzurri hanno rimontato l’Udinese dallo 0-2 fino al 5-3, restando così appaiati alla Roma in testa alla classifica, e questo dice molto anche della forza e soprattutto della profondità della loro rosa avendo segnato questi 5 gol senza aver schierato Lautaro…

Io continuo a considerare l’Inter la strafavorita per lo Scudetto. Per me il campionato può perderlo soprattutto lei, perché dispone sostanzialmente di due squadre, ha alternative di altissimo livello praticamente in ogni posizione e può permettersi rotazioni che le altre difficilmente possono sostenere.

La Roma?

Io continuo a pensare che debba lottare per le posizioni altissime, soprattutto per confermare la Champions League.

Per lo Scudetto non la considero oggi la favorita.

Poi, ragazzi…

sognare non costa niente.

E se dopo quattro giornate hai dodici punti su dodici, hai dimostrato di saper vincere giocando bene ma anche soffrendo, e soprattutto cominci ad avere chiaramente l’identità del tuo allenatore, non vedo perché dovremmo avere paura persino di guardare la classifica.

Poi sarà il campo, eventualmente, a riportarci sulla terra.

Ma lasciamolo fare al campo.

Personalmente continuo a pensare che un’altra squadra da tenere seriamente d’occhio sia il Como, che dopo quattro giornate è a quota 10. Ha qualità, ha costruito una squadra importante e soprattutto può permettersi di giocare con una leggerezza che le grandi non avranno mai, perché nessuno gli chiederà lo Scudetto, né la stampa né, tantomeno, i propri tifosi che, sostanzialmente, non esistono.

📰 E arrivo alla conclusione con quella prima pagina di Tuttosport che condivido con voi e che questa mattina mi ha fatto sorridere, ma neanche troppo.

Dopo la vittoria del Napoli si parla delle grandi occasioni per Inter e Como, mentre la Roma praticamente scompare dal ragionamento.

Ora, per carità, ognuno costruisce le proprie prime pagine come vuole.

Però c’è un piccolo dettaglio, decisamente non trascurabile: la Roma ha 12 punti, il Como ne ha 10.

Eppure, quando bisogna cominciare a immaginare chi possa stare lassù, il Como merita di essere nominato e la Roma no.

Incredibile? Per me neanche troppo.

Capisco, invece, quanto la Roma faccia paura proprio da cose come questa.

E non parlo necessariamente della paura di chi pensa che possa vincere lo Scudetto. Parlo di quella fastidiosa sensazione che produce una Roma forte in un sistema mediatico e calcistico italiano inevitabilmente dominato numericamente dal seguito delle solite tre grandi strisciate.

Una Roma forte disturba.

Una Roma forte va possibilmente ridimensionata prima ancora che il campo abbia avuto il tempo di dire quanto sia realmente forte.

E allora si può parlare di Inter, di Como, di chiunque.

La Roma magari facciamo finta che non ci sia, va benissimo così. Anzi, sapete che vi dico? Lasciamoli fare, magari portano bene…

Noi intanto abbiamo 12 punti su 12.

Sabato avremo davanti proprio l’Inter, all’Olimpico, in una partita difficilissima che rappresenterà probabilmente il primo vero grande termometro delle nostre ambizioni.

E c’è anche un tabù da sfatare.

È da troppo tempo che non battiamo l’Inter in campionato all’Olimpico.

Allora ci sentiremo naturalmente durante la settimana e arriveremo a sabato pronti, belli carichi, con il nostro stadio dietro questa squadra e con la curiosità di capire fin dove possiamo arrivare.

Poi parlerà il campo.

Per stanotte, però, godiamoci Torino.

Quattro partite. Quattro vittorie. Dodici punti.

Non abbiamo ancora fatto niente.

Ma abbiamo cominciato molto, molto bene.

💛❤️ Forza Roma, sempre!

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🕯️ 𝟭𝟭 𝗦𝗘𝗧𝗧𝗘𝗠𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟬𝟭, 𝟮𝟱 𝗔𝗡𝗡𝗜 𝗗𝗢𝗣𝗢. 𝗤𝗨𝗘𝗟 𝗕𝗜𝗚𝗟𝗜𝗘𝗧𝗧𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗛𝗢 𝗠𝗔𝗜 𝗕𝗨𝗧𝗧𝗔𝗧𝗢 𝗩𝗜𝗔💛❤️ Cari amici di Cose da Romanisti, ben ri...
11/09/2026

🕯️ 𝟭𝟭 𝗦𝗘𝗧𝗧𝗘𝗠𝗕𝗥𝗘 𝟮𝟬𝟬𝟭, 𝟮𝟱 𝗔𝗡𝗡𝗜 𝗗𝗢𝗣𝗢. 𝗤𝗨𝗘𝗟 𝗕𝗜𝗚𝗟𝗜𝗘𝗧𝗧𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗛𝗢 𝗠𝗔𝗜 𝗕𝗨𝗧𝗧𝗔𝗧𝗢 𝗩𝗜𝗔

💛❤️ Cari amici di Cose da Romanisti, ben ritrovati dopo qualche giorno di assenza, complice un breve viaggio a Londra che mi ha impedito di essere presente allo stadio per Roma-Atalanta, ma che allo stesso tempo mi ha regalato un’emozione che difficilmente dimenticherò, perché mi ha permesso di rivedere dal vivo i Bon Jovi a Wembley, chissà, magari per l’ultima volta.

Era anche la prima volta che entravo nel nuovo Wembley, quello ricostruito dopo la demolizione del vecchio impianto, e devo dire che sono rimasto letteralmente a bocca aperta. Nella mia vita mi è capitato di vedere partite e di entrare in diversi stadi anche in Inghilterra, ma Wembley è davvero un’altra cosa. Il modo in cui ci si arriva, il modo in cui vengono gestite decine di migliaia di persone, quello che trovi all’interno, l’organizzazione, la struttura. Insomma, Wembley è Wembley, e per chi ama lo sport entrarci almeno una volta credo rappresenti qualcosa di particolare.

Ma il post di oggi, in realtà, vuole avere molto poco di calcistico.

Volutamente non ho scritto nulla dopo Roma-Atalanta perché, non essendo stato allo stadio, ho preferito evitare, e non ho scritto nulla neppure dopo il pareggio di ieri sera con il Fenerbahçe, che personalmente considero un ottimo risultato. Avremo tempo per parlare ancora di calcio e di una Roma che, almeno per quello che abbiamo visto fino a questo momento, mi sembra davvero molto forte e sulla quale comincia a vedersi chiaramente il lavoro di un anno da parte di Gasperini e dei ragazzi.

Oggi, però, voglio parlare d’altro.

Perché oggi è l’11 settembre 2026 e sono trascorsi esattamente 25 anni da quel maledetto 11 settembre 2001.

Io allora avevo 23 anni e quel giorno, paradossalmente, ero felicissimo.

La sera ci sarebbe stata Roma-Real Madrid.

La Roma, fresca campione d’Italia, tornava nella grande Europa e all’Olimpico arrivava il Real Madrid. Come al solito avevo acquistato il biglietto e non vedevo l’ora che arrivasse sera.

Poi, improvvisamente, il calcio diventò una cosa piccolissima.

Quel pomeriggio stavo studiando perché il giorno successivo avrei avuto un esame all’università. A un certo punto le normali trasmissioni televisive furono interrotte e cominciarono ad arrivare quelle immagini da New York.

Non c’erano i social. Non c’era WhatsApp. Non avevamo uno smartphone in mano attraverso il quale sapere in tempo reale cosa stesse succedendo dall’altra parte del mondo.

C’era la televisione.

E davanti a quella televisione, improvvisamente, ci fermammo tutti.

Io smisi di studiare e rimasi lì, come milioni di altre persone, cercando di capire qualcosa che sembrava semplicemente impossibile. Il primo aereo, poi il secondo, il Pentagono, le notizie confuse che continuavano ad arrivare e infine quelle immagini che credo nessuno della mia generazione riuscirà mai veramente a cancellare dalla propria memoria.

Le Torri Gemelle che crollavano davanti ai nostri occhi.

Più tardi sarebbe crollato anche il World Trade Center 7.

E mentre dall’altra parte dell’oceano stava accadendo tutto questo, noi che avevamo il biglietto per Roma-Real Madrid continuavamo a domandarci se davvero quella sera avrebbero avuto il coraggio di farci giocare una partita di calcio.

Lo ebbero.

La UEFA decise di disputare le partite dell’11 settembre e soltanto il giorno successivo rinviò quelle ancora in programma. Ancora oggi, venticinque anni dopo, continuo a pensare che quella sera non si sarebbe dovuto giocare.

La Roma p***e 2 a 1, ma sapete una cosa? Di quella partita ricordo molto meno di quanto normalmente ricorderei di una Roma Real Madrid.

Ricordo invece perfettamente l’atmosfera dell’Olimpico.

Ricordo le persone intorno a me che parlavano di New York, gli sguardi, le domande, quella sensazione stranissima di trovarsi allo stadio per assistere a qualcosa che avevamo aspettato con entusiasmo e di accorgersi, una volta seduti, che improvvisamente interessava molto meno.

Era calcio.

A New York, Washington e in Pennsylvania, invece, stava accadendo la vita. E la morte.

E poi c’è quel biglietto.

Quello che vedete nella grafica che accompagna questo post.

È il mio biglietto di Roma-Real Madrid dell’11 settembre 2001.

Non l’ho mai buttato.

È rimasto per venticinque anni dentro un cassetto nel quale conservo praticamente una parte della mia vita. Ci sono 36 anni di abbonamenti allo stadio, biglietti di partite, trasferte, coppe europee, giornate bellissime e giornate terribili. In realtà la mia storia allo stadio è persino un po’ più lunga, perché prima del primo abbonamento c’erano già state altre partite, altri biglietti, altri pomeriggi passati con la Roma.

Ma quel piccolo pezzo di carta ha sempre avuto un significato diverso.

Perché non mi ricorda soltanto una partita, mi ricorda un giorno preciso.

Mi ricorda il ragazzo di 23 anni che ero, dove mi trovavo, cosa stavo facendo e il momento preciso nel quale ebbi la sensazione che il mondo che avevo conosciuto fino a quel pomeriggio fosse improvvisamente cambiato.

Ed è curioso pensare che oggi quel biglietto abbia un quarto di secolo.

Forse è proprio per questo che oggi mi sono tornate in mente alcune parole di Primo Levi, scritte dopo un’altra tragedia, enormemente diversa per storia, natura e dimensioni, ma rivolte a qualcosa che appartiene a tutte le tragedie dell’uomo: il dovere della memoria.
Parole tratte da “Se questo è un uomo” che il mio professore di italiano del liceo ci fece leggere e commentare, cosa per la quale non smetterò mai di ringraziarlo.

«Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore».

Ecco.

Scolpitele nel vostro cuore.

Forse è questo il significato di quel biglietto che conservo ancora oggi.

Non è solo conservare un pezzo di carta, è conservare il ricordo.

L’11 settembre 2001 morirono 2.977 persone. Persone innocenti che quella mattina erano semplicemente andate al lavoro, avevano preso un aereo, erano partite per un viaggio o stavano svolgendo il proprio servizio.

Padri, madri, figli, mogli, mariti, amici, colleghi, turisti, lavoratori, vigili del fuoco, poliziotti, addetti alla sicurezza.

Persone che erano uscite di casa pensando che quella sarebbe stata una giornata come tante e che a casa non tornarono mai più.

E qui arrivo forse alla cosa che, dopo venticinque anni, continua a colpirmi maggiormente.

Io penso spesso che noi esseri umani, nel corso dei secoli, siamo stati probabilmente capaci di distruggere più di quanto abbiamo costruito. Abbiamo creato arte, musica, medicina, scienza, cultura, abbiamo mandato uomini nello spazio, abbiamo costruito cose meravigliose, ma siamo stati contemporaneamente capaci di guerre, stermini, terrorismo, p***ecuzioni e di una quantità di odio che a volte sembra impossibile possa appartenere alla stessa specie.

Eppure proprio dentro l’orrore dell’11 settembre c’è anche la dimostrazione esattamente opposta di ciò che può essere un essere umano.

Mentre migliaia di persone scendevano disperatamente dalle Torri Gemelle per cercare di salvarsi, c’erano altri uomini che facevano qualcosa di apparentemente contrario a ogni istinto naturale.

Salivano.

Vigili del fuoco, poliziotti, soccorritori, addetti alla sicurezza.

Mentre tutti cercavano una via d’uscita, loro entravano.

E insieme a loro ci furono persone comuni, semplici lavoratori che invece di pensare soltanto alla propria vita decisero di fermarsi per aiutare un collega, uno sconosciuto, qualcuno che non riusciva a scendere da solo.

Molti di loro non tornarono più.

Ed è qui che mi viene in mente un’altra frase, questa volta di Leonard Cohen, tratta dalla canzone Anthem, che trovo meravigliosa e che ho sentito pronunciare in uno de tanti documentari sulla vicenda dell’11/9 dal figlio di una vittima:

«C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce».

Certamente quel giorno la crepa è stata enorme, ma dentro quella crepa la luce furono loro.

Gli uomini e le donne che rischiarono la propria vita per salvarne un’altra.

Ed è forse questa la più incredibile contraddizione della nostra specie: siamo capaci di distruggere la vita di qualcuno che non abbiamo mai conosciuto ma siamo al contrario capaci di sacrificare la nostra per salvare quella di uno sconosciuto.

E allora alla fine, inevitabilmente, torno anche al calcio.

Perché tragedie come quella dell’11 settembre dovrebbero servire anche a ricordarci quale sia il posto giusto del calcio nelle nostre vite.

Io amo la Roma da una vita. Posso arrabbiarmi per un rigore, discutere per un mercato, perdere la voce allo stadio, stare male per una sconfitta e sentirmi ancora un ragazzino quando segniamo al novantacinquesimo.

Ed è bellissimo così, ma rimane calcio.

Dobbiamo essere avversari, certamente, ma non dobbiamo mai diventare nemici.

Non per una maglia, non per una curva, non per una città.

Quando il calcio diventa odio, quando dall’insulto si passa alla violenza, agli scontri, ai ferimenti e addirittura, come purtroppo è successo e continua a succedere, alla morte, allora non è più calcio.

Forse ogni tanto abbiamo bisogno di ricordarcelo.

Per questo oggi, dopo qualche giorno di silenzio, non volevo parlare di Gasperini, di tattica, di mercato o di Champions League.

Oggi volevo semplicemente aprire quel vecchio cassetto, riprendere in mano quel biglietto e guardare ancora una volta quella data.

11 settembre 2001.

E rendermi conto che sono già passati venticinque anni, un quarto di secolo…

Questo post è soltanto per loro.

Per le 2.977 persone che quella mattina p***ero la vita e per tutti coloro che, dentro quella tragedia, decisero di mettere a rischio o sacrificare la propria per provare a salvarne un’altra.

Perché il tempo passa inevitabilmente, le generazioni cambiano (io da ragazzo sono diventato uomo e i bambini di allora sono oggi ragazzi) e i ricordi sbiadiscono.

Ma la memoria no. La memoria abbiamo il dovere di conservarla.

Come dicevo poc’anzi su Primo Levi, dobbiamo scolpirla nel nostro cuore.

Io, nel mio piccolo, ho conservato anche quel vecchio biglietto che oggi mi ha ispirato questo post, e dopo venticinque anni è ancora lì.

Dove rimarrà.

🕯️ 11 settembre 2001.

Per non dimenticare.

💛❤️ Forza Roma, sempre.

Indirizzo

Piazzale Dino Viola, 1
Rome
00128

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