06/05/2026
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06/05/2026
06/05/2026
21/04/2026
Purtroppo il fascino delle arti marziali oggi vive di un paradosso: esse si trovano ovunque (soprattutto nei social), ma spesso completamente svuotate della loro essenza. Viviamo in un’epoca in cui il "dojo" è diventato un’estensione della palestra commerciale o della ludoteca per bambini, un luogo dove il sudore è accettabile, ma il conflitto reale è un tabù.
E' una specie di Illusione del Comfort, perché per la maggior parte dei praticanti (e soprattutto di molti tecnici) l'arte marziale è diventata solo un prodotto di consumo. È il doposcuola perfetto perché insegna una disciplina edulcorata; è l'attività ideale per l'adulto sedentario perché promette di bruciare calorie senza il rischio di tornare a casa con un occhio nero.
E in questo scenario, assistiamo sempre di più a una sorta di messinscena collettiva:, quella che io chiamo "La danza delle ombre". Si eseguono forme (kata o forme prestabilite) con eleganza, convinti che la precisione estetica si traduca automaticamente in capacità difensiva; si vendono corsi di "difesa personale" lampo, illudendo persone fisicamente svantaggiate che una leva al polso o un colpo agli occhi possano neutralizzare un aggressore determinato e pesante il doppio; si lavora con partner sempre molto collaborativi che "accompagnano" la tecnica o la caduta, eliminando l'unica variabile che conta nel mondo reale: l'imprevedibilità del caos.
Tutto questo castello di carta regge finché non si parla di efficacia reale. Quando la discussione si sposta su cosa accade davvero "sotto pressione", l'entusiasmo cala drasticamente. La realtà del combattimento non è fotogenica, non è rilassante e, soprattutto, non è democratica.
L'efficacia vera richiede un prezzo che pochi sono disposti a pagare e solo quando qualcuno cerca attivamente di colpirti capisci se la tua tecnica esiste o è solo un miraggio.
E ormai manca del tutto anche il condizionamento psicologico, perché gestire l’adrenalina, la paura e il dolore non si impara facendo ginnastica ritmica vestiti con il Gi.
In realtà, sotto stress, il 90% delle tecniche spettacolari scompare; restano solo i fondamentali, quelli che richiedono anni di ripetizioni perfino brutali.
Certamente anche queste arti marziali "da doposcuola" hanno un loro valore sociale e fisico: tengono i ragazzi lontani dalla strada e aiutano a restare in forma. Il problema sorge quando si confonde il fitness a tema marziale con la capacità reale di combattere.
Perché la vera realtà delle arti marziali è cruda, faticosa e spesso sgradevole. Certo, piace a tutti l'idea di essere un guerriero, finché non ci si ritrova davanti a qualcuno che non ha letto il copione e non ha alcuna intenzione di lasciarti vincere. È in quel momento che si smette di giocare e si capisce se si è praticato uno sport, un hobby o, finalmente, un'arte marziale.
M° Giovanni Maio.
28/03/2026
Il precursore del kata Bassai Dai, ancora oggi praticato nel karate di Okinawa (Shorin Ryu), si chiamava "Passai" e la sua esecuzione era molto più legata ad una visione di combattimento reale di quanto non lo sia il modello applicativo proprosto dallo Shotokan (Bunkai).
Il kata Passai ha origini antiche, probabilmente derivante da forme cinesi ed è stato perfezionato a Okinawa.
Il termine "Dai" (grande) è stato aggiunto successivamente, in particolare con l'opera del maestro Anko Itosu, per distinguerlo da una versione più piccola o sviluppata successivamente, il "Bassai Sho" (piccolo).
Sebbene spesso tradotto come "penetrare la fortezza", l'analisi dei kanji suggerisce che in realtà il significato originale sia più vicino a "estrarre o rimuovere ostacoli". E' un kata che esprime grande potenza, ma, diversamente da Bassai Dai, molte tecniche si eseguono con le mani aperte, a significare l'azione di entrare in contatto con l'avversario per afferrarlo ed eseguire leve, sbilanciamenti e controlli ravvicinati. Una visione combattiva del tutto dimenticata nella visione dello Shotokan moderno.
M° Giovanni Maio
25/03/2026
14/03/2026
Il Karate Shotokan, così come gran parte del karate di Okinawa da cui deriva, non nasce come disciplina sportiva, ma come sistema completo di combattimento e autodifesa. Nei kata – le sequenze codificate di movimenti tramandate di generazione in generazione – non erano soltanto tecniche di pugno e calcio, ma un intero repertorio di applicazioni marziali (bunkai) che comprendevano bloccaggi articolari, leve, strangolamenti, proiezioni e controlli dell’avversario. Queste componenti erano parte integrante dell’allenamento tradizionale e rappresentavano il vero cuore pratico dei kata.
Di fatto, nella tradizione del karate di Okinawa, i kata erano concepiti come archivi di conoscenze marziali. In epoche in cui l’insegnamento era spesso riservato a piccoli gruppi o a singoli allievi, i kata costituivano un metodo efficace per conservare e trasmettere tecniche complesse, a volte perfino nascoste negli stessi movimenti del kata. Dietro ogni movimento apparentemente semplice si nascondeva una o più applicazioni pratiche.
Così, un gesto che oggi viene interpretato come una semplice parata poteva in realtà rappresentare:
una leva articolare al polso o al gomito,
un bloccaggio dell’avversario,
uno strangolamento,
oppure una proiezione a terra dopo aver sbilanciato l’attaccante.
In questo senso, il kata non era una coreografia simbolica, come avviene oggi nel karate sportivo, ma una forma condensata di combattimento reale.
Le applicazioni ravvicinate (tuite e tegumi)
Molte tecniche contenute nei kata appartengono alla dimensione del combattimento a distanza ravvicinata, dove entrano in gioco prese, controlli e squilibri. A Okinawa esisteva una forte influenza di sistemi di lotta locali, come il Tegumi, una forma tradizionale di lotta praticata anche come gioco tra giovani.
Da queste tradizioni derivavano tecniche di: leve articolari (tuite), immobilizzazioni, strangolamenti, proiezioni e atterramenti, controlli dell’avversario dopo l’impatto.
Ancora oggi, molti movimenti presenti nei kata dello Shotokan – come rotazioni del braccio, trazioni, cambi di direzione del corpo o movimenti circolari – assumono un significato molto più chiaro quando vengono interpretati come azioni di presa e manipolazione dell’avversario, piuttosto che come semplici parate lineari.
Purtroppo, con il passare delle generazioni, e l'avvento del karate sportivo, molti praticanti iniziarono a studiare i kata senza approfondire le loro applicazioni originali. I movimenti vennero interpretati soprattutto come: parate contro pugni o calci, tecniche di colpo isolate, esercizi di coordinazione e postura.
Le interpretazioni più complesse – che prevedevano prese, sbilanciamenti e controlli – finirono gradualmente per essere dimenticate o trascurate e per questo in molti dojo moderni, lo studio del bunkai si limita a versioni molto semplificate, spesso lontane dalla ricchezza tecnica che probabilmente caratterizzava l’insegnamento originario.
Negli ultimi decenni, tuttavia, si è assistito a un crescente interesse verso la riscoperta delle applicazioni originali dei kata. Ricercatori e vari maestri di karate hanno iniziato a studiare testi storici, tradizioni di Okinawa e interpretazioni alternative dei movimenti.
Certamente, se interpretati in questa chiave, i kata diventano nuovamente manuali completi di combattimento, molto più vicini allo spirito del karate tradizionale e comprendere questa dimensione permette di guardare al karate non solo come sport o disciplina fisica, ma come eredità marziale complessa, frutto di secoli di esperienza nel combattimento reale.
M° Giovanni Maio
(In foto: studio e applicazione di una tecnica di proiezione contenuta nel kata Heian Godan)
08/03/2026
Dopo tanti anni di pratica e insegnamento nel Karate, il cammino percorso assume spesso un significato ancora più profondo quando si guarda indietro e si vedono i frutti del lavoro condiviso. Come fondatore del Bushidokan Dojo, ho sempre considerato l’insegnamento non solo come trasmissione di tecniche, ma anche come un percorso umano fatto di disciplina, crescita e responsabilità.
Per questo motivo, oggi è per me un grande onore e motivo di sincera soddisfazione trovare i nomi dei tecnici che ho contribuito a formare citati nell’ultimo libro di uno studioso di arti marziali del calibro del maestro Kenji Tokitsu. Vedere riconosciuto il lavoro di allievi che negli anni hanno dimostrato impegno, passione e serietà rappresenta una delle più grandi gratificazioni per chi dedica la propria vita alla pratica e alla diffusione delle arti marziali.
Questo riconoscimento non riguarda solo i singoli tecnici, ma testimonia anche la qualità del percorso sviluppato all’interno del Bushidokan Dojo. Significa che il lavoro svolto insieme — fatto di allenamenti, studio, sacrifici e condivisione — ha lasciato un segno concreto e viene osservato e apprezzato anche da figure di riferimento nel panorama internazionale delle arti marziali.
Sapere che il nome dei miei allievi compare nelle pagine di un’opera firmata dal maestro Kenji Tokitsu non è solo motivo di orgoglio personale, ma soprattutto la conferma che il cammino intrapreso molti anni fa continua a dare i suoi frutti. È la dimostrazione che le arti marziali, quando vengono praticate con sincerità e spirito autentico, creano una continuità tra generazioni e contribuiscono alla crescita non solo tecnica, ma anche culturale e umana di chi le pratica.
A tutti coloro che hanno condiviso e continuano a condividere questo percorso va il mio più sincero ringraziamento, perché il riconoscimento che oggi vediamo riflesso in quelle pagine appartiene a tutti noi.
Grazie.
M° Giovanni Maio
16/02/2026
Nel Karate, allenare il pugno senza la finalità del “fare punti” significa interrogarsi sul senso autentico del gesto: non un semplice movimento tecnico, ma un’espressione di struttura, intenzione e anche responsabilità. Significa ricordare che, prima di diventare disciplina sportiva, il karate era un’arte per sopravvivere.
Nel To-De di Okinawa, antesignano del karate moderno, il pugno non era un mezzo per vincere una medaglia, ma uno strumento di difesa personale prima, e di formazione del carattere poi.
Nel To-De, in pratica, il pugno non era solo un gesto rapido e controllato per “sfiorare” l’avversario e ottenere un punto. Era un colpo penetrante, letale, strutturato e radicato nel corpo intero.
Ed è forse proprio in questa consapevolezza che si trova il ponte tra tradizione e modernità, tra realtà combattiva e finzione sportiva: comprendere da dove proviene un gesto tecnico per praticarlo oggi con maggiore profondità e conoscenza tecnica.
16/02/2026
HEIAN GODAN BUNKAI
Fotogrammi tratti da video tecnico Goju Shoto Ryu
12/02/2026
Finalmente, con l'interessante introduzione del maestro di Jiseido Francesco Rossena, è disponibile, dopo lunga attesa, l’ultimo libro del Maestro Kenji Tokitsu. Un’opera preziosa, intensa e profonda, che considero imprescindibile per chiunque voglia comprendere davvero il suo percorso umano e marziale.
Per me è stato un grande onore aver ospitato il Maestro Tokitsu presso il mio dojo, dando seguito alla sua scuola e ai suoi insegnamenti. Accoglierlo e contribuire alla trasmissione della sua visione della Via rappresenta un momento di grande significato nel mio cammino e in quello dei miei allievi.
Chi desiderasse riceverne una copia del suo ultimo libro può contattare direttamente la Direzione del Bushidokan Dojo.
Ma chi è Kenji Tokitsu?
Molti lo descrivono come un Maestro di arti marziali di straordinaria competenza; altri come un raffinato intellettuale che ha scelto di dedicarsi alle discipline del combattimento. C’è chi lo considera un ricercatore instancabile, chi addirittura un antico samurai proiettato nella modernità. Probabilmente è tutto questo insieme.
Ma vi è un aspetto che forse più di ogni altro lo definisce: Kenji Tokitsu è un divulgatore eccezionale. Con i suoi libri e il suo insegnamento ha saputo attrarre praticanti di discipline diverse e, soprattutto, lettori estranei al mondo marziale, offrendo loro strumenti per comprendere il significato profondo del “Dō”, la “Via”, nei suoi aspetti culturali, filosofici ed energetici.
Questa autobiografia raccoglie aneddoti, esperienze, riflessioni, insegnamenti e incontri: un mosaico vivido di Maestri e allievi, di ricerca e trasformazione. Ne emerge un ritratto affascinante di uno dei Maestri più influenti del panorama marziale degli ultimi decenni del Novecento.
Kenji Tokitsu nasce a Yamaguchi (Giappone) nel 1947 e inizia a praticare karate a quindici anni. Dopo la laurea si trasferisce a Parigi nel 1971. In seguito a molti anni di pratica nello stile Shotokan, intraprende una ricerca personale che lo conduce verso il Tai Chi Chuan e il Qi Gong, viaggiando in Cina e a Taiwan per studiare Xing Yi Quan e Bagua Quan.
Nel 1983 fonda a Parigi la scuola “Shaolin-mon Karate-dō” (che diventerà poi “Shaolin-mon Jisei Budō”), sviluppando progressivamente un metodo originale di combattimento a mano nuda: una sintesi personale delle arti marziali giapponesi e cinesi. Approfondisce inoltre lo Iaijutsu e il Kenjutsu. Negli anni Novanta collabora strettamente con il dottor Yayama, immunologo di fama mondiale.
Dal 2002, con la nascita della Tokitsu-ryū, la sua scuola, la pratica si orienta sempre più verso un lavoro energetico e corporeo capace di mantenere efficacia lungo tutto l’arco della vita, attraverso una regolazione consapevole dell’energia.
Tra le opere pubblicate in Italia da Luni Editrice ricordiamo:
- L’arte del combattere
- Lo Zen e la Via del Karate
- Il libro dei Cinque Elementi (traduzione)
- Vita di Musashi
- Storia del Karate
- Musashi e le arti marziali giapponesi
- Shaolin-mon. Verso l’arte marziale del futuro
- Kata. Forma tecnica e divenire nella cultura giapponese
- La ricerca del ki
- Il ki e il senso del combattimento
- Tai Chi Chuan
- Arti marziali: trappole e illusioni
Un’eredità ricchissima, che continua a ispirare generazioni di praticanti e studiosi della Via.
M° Giovanni Maio
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