30/06/2026
LAVAREDO 80km 2026 - ritirato a Col Gallina dopo 56,800km e 3750mD+
Secondo tentativo e secondo ritiro 😐
Però la considero un'esperienza positiva per cui me la voglio raccontare a futura memoria ⬇️
Partiamo ed è subito salita, più di 1500m di dislivello con una pendenza abbastanza regolare da 900 a 2400. Nelle retrovie, mio habitat naturale, siamo piuttosto intruppati e ci sono continui rallentamenti. Avevo previsto una certa andatura, ma andiamo almeno 2 minuti a km più lenti. Sono molto diligente, bevo e mi alimento come programmato. Intorno ai 2000m siamo al cospetto delle star della corsa, le Tre Cime di Lavaredo. Sul colle una folla di turisti e escursionisti e un tripudio di selfie (l'organizzazione, opportunamente, ci fa trovare l'acqua). Non mi sottraggo all'inchino collettivo, e d'altra parte, sul serio, nonostante le abbia viste diverse volte, le tre sculture sul loro podio naturale, in questa giornata bellissima, sono uno spettacolo notevole.
Ormai siamo sotto il sole cattivo di questi giorni. La discesa inizia su un sentiero ripido, ma non troppo, e prosegue su una sterrata in un fondovalle in ebollizione, senza un filo d'ombra. Qui un po' d'acqua da ricaricare sarebbe stata opportuna. Sono 15km che non finiscono più, nel tratto finale costeggiando la statale tra Dobbiaco e Cortina. Arrivo al ristoro di Cimabanche dove Silvana mi assiste (nel parcheggio alla partenza eravamo certi di aver perso le chiavi della macchina noleggiata e io ho fatto questi 26km rimuginando sulle conseguenze economiche e logistiche di questa sconsiderata leggerezza: Silvana lontano dal parcheggio che mi veniva incontro mi ha letteralmente liberato di un peso aggiuntivo).
Me la prendo comoda (come al solito poi me ne pentirò) e riparto verso Malga Ra Stua. Una salita rovente (il sole in questi giorni è troppo alto nel cielo, l'ombra sui fondovalle è molto ridotta) che tira abbastanza e poi la discesa in un bosco bellissimo. Al ristoro mi prendo un'altra lunga pausa e non mi accorgo che il rilevatore dei passaggi si trova più in là della comodissima panchina in ombra che mi sono scelto, per cui risulterò uno degli ultimi a passare prima della chiusura del cancello orario.
Via in discesa nel bosco verso l'imbocco della Val Travenanzes e scoppia il temporale con tuoni e fulmini. Meno male! Mi bagno con grande soddisfazione e con il cielo che rimane coperto anche dopo la pioggia diventa tutto più accettabile. Supero il punto dove mi sono ritirato l'altra volta (in quell'occasione la corsa però partiva dalla Val Badia e il percorso iniziale era completamente diverso), più o meno a metà gara, e la fatica comincia a farsi sentire. So che la Val Travenanzes ha una br**ta fama, ma almeno non c'è il sole. D'altra parte sono attratto da questo luogo che non conosco e di cui ho sentito parlare più volte. Le mie aspettative sono ripagate perché l'ambiente è straordinario: prima una gola profondissima che bisognerebbe fermarsi a contemplare dai belvedere lungo il sentiero (non posso); poi le pareti verticali, scavate, fessurate e modellate dall'acqua, che ti fanno apparire abbastanza naturale che, con l'aggiunta di un po' di vegetazione e della fauna opportuna, questo sia stato un ambiente sottomarino; infine, più in alto, il fondovalle che si trasforma in una distesa di pietre, delimitata da due strisce di alberi alla base delle pareti, la quale, coperta, come immagino, da un manto di neve d'inverno e poi percorsa dai mille rivoli del disgelo, si presenta ora di un'aridità senza speranza, che fortunatamente non devo sperimentare sotto il sole. Su questo deserto di pietre gli ultimi trail runner procedono stancamente in ordine sparso, senza una traccia precisa, uno spettacolo singolare, anelando al ristoro idrico della Malga Travenanzes.
Non va bene, troppa fatica, non spingo più, metto solo un piede davanti all'altro, e sono pure in ritardo. É una sensazione diversa dal solito, che ho sperimentato anche l'altra volta, secondo me dovuta alla quota a cui non sono abituato (la corsa si svolge per il 40% sopra i 2000m).
Alla malga troviamo una bella fontana e il personale medico per gestire le emergenze, che qui non sono improbabili. Un volontario più anziano, forse un medico, guarda con attenzione ogni runner che arriva, come a cercare i segni di un possibile crollo imminente (qui richiederebbe l'evacuazione in elicottero). Poi si avvicina con un contenitore pieno di fette di pane con l'olio: Dio lo benedica!
Sosta troppo lunga, come al solito. Pasticcio con i carboidrati perché sono stanco e sporco tutto, poi riparto per la successiva salita che già conosco per un'escursione intorno alla Tofana di Rozes fatta anni fa con i bambini. É la tipica salita al colle che, inspiegabilmente, si trova sempre un po' più in là. Non ne ho più, devo spezzare i 500m di dislivello in due parti con un'altra pausa: così non si può andare avanti. A Col Gallina mi aspetta Silvana: a questo punto la porto a cena fuori.
Al colle mi fermo e mi copro un po'. Siamo al tramonto e io quando sono stanco vado in ipotermia anche con 16 gradi. Finalmente si scende, voglio solo arrivare al ristoro e ritirarmi. Ma quando mai! Ecco che la sterrata ricomincia a salire e, alzando lo sguardo, vedo chi mi precede abbastanza più in alto, sotto le pareti. Mi concedo un paio di parolacce e ricomincio a faticare. La sterrata pedalabile è un terreno che anche in queste condizioni di stanchezza riesco ad affrontare abbastanza bene, ma se guardo al di là della valle la salita che dovrebbe portarmi al colle tra Averau e Nuvolau, questo dovrebbe essere il percorso, che so anche essere un po' tosta, mi mancano le gambe. In cima a ridosso della parete ci sono imponenti costruzioni della Prima Guerra Mondiale in restauro. È quasi buio e incomincio la discesa su un sentiero piuttosto scomodo e bagnato. A col Gallina mi viene incontro Silvana ancora con la speranza che possa continuare, sono per due minuti dentro il cancello orario, ma io con un inequivocabile gesto all'altezza del pomo d'Adamo chiarisco che si finisce qui.
Forse questo è il momento in cui uno dovrebbe ti**re fuori energie e motivazione da una riserva ultima che sarebbe poi la vera risorsa nascosta dell'ultrarunner, quella che ti fa andare avanti quando sembra impossibile, ma in questo caso a togliermi ogni dubbio è stata la certezza che avrei inutilmente lottato con il prossimo cancello orario.
Niente, troppo tardi anche per portare Silvana a cena, poi nelle condizioni in cui sono ogni attività sociale è sconsigliabile. Rimediamo una pizza da asporto a Cortina (ometto il prezzo) e torniamo ad Auronzo di Cadore, dove risiediamo e dove era la partenza.
Non sono granché dispiaciuto, é chiaro che la preparazione non era all'altezza, ma ci voleva un test come questo per capire bene come è necessario prepararsi, soprattutto quando, come nel mio caso, non si ha un terreno simile al terreno di gara su cui allenarsi. Due anni fa ero partito con una serie di problemi che poi mi avevano portato al ritiro, questa volta era tutto a posto per cui anche senza portare a termine la gara ne ho ricavato informazioni importanti. Alla fine dei conti mi rimane il ricordo piacevole di un'esperienza, nel mio piccolo e in senso letterale, straordinaria.