01/10/2026
TARANTO – NOVOLI: LA SENSAZIONE DI ESSERE ALTROVE
“non sembra di stare a Taranto” e altre variazioni del tema. C’è chi lo afferma, chi annuisce e chi semplicemente lo tiene per sé. La sensazione è quella dello spaesamento, quella che aveva accompagnato chi aveva già attraversato il “nuovo” stadio in occasione dei Giochi del Mediterraneo, anche se in quel caso si trattava di manifestazioni diverse, per certi versi uniche, quindi lo straniamento era parte naturale delle cose. Però poi c’è la prova del nove, quella di vedere come funziona quando c’è il Taranto in campo e le persone nelle vesti del suo popolo sostenitore. Ma il risultato non mente: cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia e la sensazione è quella. La carenza di ambientamento coinvolge anche la squadra ma questa assenza – tutte le componenti, in campo e fuori – cerchiamo di riempirla con le armi migliori che abbiamo, lucidate per l’occasione: voce, battimani e sbandierate sugli spalti, grinta e gamba dentro. In comune: voglia di vincere. Il boato ai gol non può mentire: la festa è un esito dipendente esclusivamente dal risultato.
“non sembra neanche di stare a Taranto” lo abbiamo pensato da subito, appena saliti i gradoni. Mancano i punti di riferimento, quelli che quando ti senti a casa ti permettono di attraversarla ad occhi chiusi. Dove ci sistemiamo? Come? Qui va bene? Proviamo a stare più in mezzo. Tutti i piani vanno in fumo, l’organizzazione degenera prima della sua applicazione, la birra al bar termina che la partita deve ancora iniziare. Quando la squadra termina il riscaldamento, un gioco di luci alimenta il disorientamento che viene subito contrastato dal tributo al pezzo di storia più simbolico della piazza, quella figura che, insieme alla “maglia”, è capace di compattare una società altrimenti lacerata: Iacovone, rappresentato dalla moglie Paola, piange lei, piange la gente sugli spalti, piange chi non può esserci ma è davanti alla TV mentre spera che chi invece è lì restituisca il giusto peso al momento. Che è enorme. Catarsi collettiva, ma niente di sfarzoso, che spesso fa rima con farsesco ma, proprio per questa sua spontaneità, risulta genuino, sentito, vero, autentico. Come la coreografia della nord, con i bandieroni a creare l’anello di congiunzione tra gradoni e rettangolo verde. Alle pompose coreografie del nord europa, quelle tanto elaborate che poi alla fine rimangono opera di un manipolo di soggetti, la semplicità messa in atto dalla collettività eterogenee che si uniscono nel desiderio ha una potenza espressiva che non ha eguali.
Non sembra di stare a Taranto per il rimbombo delle coperture, che favorisce anche la prestazione di tifo dei novolesi, un centinaio di cui una cinquantina compatti dietro ad alcuni striscioni, ospiti rossoblù che si fanno sentire col loro incitamento per tutta la gara, storica per una società seria, di categoria, e una tifoseria che abbiamo già apprezzato l’anno scorso che è tanta roba per la categoria e per le dimensioni dell’abitato che si fregia di rappresentare, stimolati dalla prestazione di una squadra. Che, come altre in questo girone, non tira indietro la gamba, corre, pressa e fa girare il pallone, non rinuncia a giocare al pallone. Tutt’altro calcio rispetto a quello da cui eravamo ripartiti, più di trent’anni fa, il dilettantismo che allora era solamente palla-fa-tu.
E non sembra di stare a Taranto anche perché la partita si incanala nel verso giusto, nonostante una traversa iniziale del Novoli, al punto che uno dei cori più partecipati come “Segna per noi, dobbiamo vincere!” non viene cantato perché decontestualizzato. E poi il gol che mette le cose a posto che porta a trovarsi con i calciatori faccia a faccia, anche quando un paolosestino doc come Taurino congela il match sul 3 a 0, si fa tutto il campo per baciare la maglia sotto la curva e regala il suo nome alla storia. Così come i festeggiamenti a fine partita, esagerati se ci limitassimo a pensare a questa partita come a una semplice disputa, che potevano essere castrati dai soliti benpensanti in divisa vietano ai ragazzi di avvicinarsi, ma la squadra se ne sbatte e abbraccia il settore lo stesso.
Tutto questo disorientamento allora non deve restituirci alcuna nostalgia. Il passato glorioso è così lontano che è diventato un fantasma, che aleggia sui nostri cuori spezzati più come monito che come speranza. Il blasone, un peso da cui ormai ci dobbiamo liberare. Certo, non rinneghiamo ciò per cui abbiamo combattuto. La sconfitta non rende una causa ingiusta e dobbiamo ricordarlo sempre. Ma guardare avanti, adesso, subito, senza mai voltarsi indietro. Quella dev’essere l’unica via. Allora ben venga il disorientamento, ben venga questa rivoluzione. I rapporti di forza devono essere ancora praticati e ci sono tutte le carte in regola per farli valere. Verrà il momento del ripensare e riorganizzarsi, anzi lo è già, della pericolosità dei seggiolini, del fastidio della musica che sovrasta e reprime il boato al gol - per fortuna l’audio era deficitario in quasi tutto lo stadio. Ma per ora ci basta goderci un momento storico, dove tutto è sembrato allinearsi. Una storia bella, ancora minuscola, ma bella. E, a sto giro, almeno per stavolta, dobbiamo anche imparare a godercela, riabituarci alla gioia, alla felicità, alla bellezza. Che non è un concetto da contemplare, ma una realtà da sperimentare.
Chi prende il treno, chi aspetta un altro, chi tra poche ore è già a lavoro. Ci salutiamo, ancora intorpiditi dall’emozione, non ancora del tutto consci di aver fatto esperienza di una serata storica che in molte persone lascerà un’impronta nella memoria tale da renderlo un momento comune. Riflettiamo sulla composizione sociologica di chi era sugli spalti: donne, bambine, piccoli tifosi sulle spalle dei padri. Nessuna di queste componenti è più una novità a Taranto, non lo è stata neanche a Massafra. Uno spot, un manifesto, da sb****re in faccia a quei benpensanti che pensano alle tifoserie come coacervo di testosterone, applicando come unico modello le tifoserie delle “strisciate”. Per conoscere certi luoghi e certi spazi, bisognerebbe praticarli, senza scandalo né morale, che per questi sentimenti non c’è spazio nelle eterotopie. La prima volta, nei luoghi dell’altrove, lascia un’impronta che col tempo diventa un fossile nell’anima.
Non c’è sembrato di stare a Taranto, dicevamo, e allora sai che ti dico? “uagnù, bella questa trasferta”
📷 Fabio Mitidieri