ALTA Associazione Lagunari Truppe Anfibie - Sezione Trieste

ALTA Associazione Lagunari Truppe Anfibie  - Sezione Trieste

Condividi

Informazioni di contatto, mappa e indicazioni stradali, modulo di contatto, orari di apertura, servizi, valutazioni, foto, video e annunci di ALTA Associazione Lagunari Truppe Anfibie - Sezione Trieste, Squadra sportiva, Via XXIV Maggio 4, Trieste.

Photos from Custodi del Gonfalone's post 23/04/2026

Capo Parodi PRESENTE ! San Marco

Photos from Lagunari - ALTA Presidenza Nazionale's post 03/04/2026
22/02/2026

Articolo sul Piccolo di Trieste per la conferenza stampa tenuta presso la Casa del Combattente per illustrare il progetto Redemptio Juris per il reinserimento nella vita civile degli ex detenuti . L'ha illustrato il Presidente della Sezione ALTA Associazione Lagunari Truppe Anfibie - Sezione Trieste dott. Gianfranco Drioli alla presenza del dott. Enrico Sbriglia garante dei detenuti e del consigliere regionale avv. Claudio Giacomelli Lagunari - ALTA Presidenza Nazionale Esercito Italiano Margherita Paglino Riccardo Ledi Corrado Sitar Gianfranco Drioli Rudy Cucciolo

07/02/2026

Manca poco….
🇮🇪⚓️🦁

ATTENZIONE!!! 2026
Il 15/2/26 si avvicina, ricordatevi di iscrivervi!

04/02/2026

Lagunari - ALTA Presidenza Nazionale

Photos from ALTA Associazione Lagunari Truppe Anfibie  - Sezione Trieste's post 04/02/2026

Ecco le foto del nostro Associato Giorgio Calcara che ha avuto l'onore di portare la Fiamma Olimpica a Trieste. Per regolamento non poteva mostrare alcun simbolo o stemma non approvato dal CIO - sotto la tuta però c'era il nostro MAO San Marco ! Lagunari - ALTA Presidenza Nazionale

04/02/2026

VERITA' !!! _ SEMPRE E SOLO SAN MARCO

31/01/2026

IL PUMA

Si è vociferato molto sulla scelta del blindato Puma dell’Esercito alla Stazione Termini di Roma nell’ambito dell’Operazione “Strade Sicure”, e quindi adesso vi spieghiamo il mezzo, perché qui non stiamo parlando di un mistero tecnologico né di un oscuro complotto militare, ma di un veicolo che fa esattamente ciò per cui è nato e soffre tremendamente quando gli si chiede di fare altro. È un mezzo concepito quando il mondo era ancora convinto che la guerra fosse una faccenda ordinata, con linee del fronte tracciate col righello, mappe piegate con cura e mine segnate col teschietto, oppure al massimo con le bandierine rosse di “Campo Minato” su Windows ’95.

Il Puma nasce negli anni in cui l’Italia decide che le serve un blindato leggero, ruotato, economico, facile da mantenere e che non faccia piangere il bilancio della Difesa ogni volta che si gira la chiave. Deve accompagnare la Centauro, non farle concorrenza; deve portare uomini e farli arrivare vivi fino a un certo punto, poi arrangiatevi. È figlio di un’epoca in cui l’AK rappresentava la minaccia standard e l’IED non era ancora diventato la divinità principale dei teatri operativi moderni. È un mezzo onesto, quasi candido, come chi entra in un bar convinto di bere un caffè e si ritrova intrappolato in un’assemblea condominiale con gente che urla.

Sotto il cofano anteriore non c’è magia nera né elettronica vendicativa, ma un onesto motore Iveco diesel da circa sei litri di cilindrata, roba che beve gasolio come un sottufficiale in licenza ma lo fa con dignità. È un motore pensato per durare, non per emozionare, che ti porta in giro a una velocità massima che supera di poco i 100 km/h su strada, più che sufficiente per farsi odiare dagli autovelox e arrivare in fretta dove serve. I consumi sono quelli di un blindato leggero di vecchia scuola: in città brucia gasolio con una certa allegria, perché peso, stop-and-go e aria condizionata (se presente e funzionante) fanno il loro; fuori città diventa quasi ragionevole, sempre per gli standard di una scatola corazzata che pesa diverse tonnellate. In fuoristrada consuma come un animale stressato, perché non è nato per fare trial ma per muoversi su sterrati decenti, piste battute e strade che una volta erano asfaltate e ora sono archeologia.

La meccanica è Iveco vecchia scuola, roba che se apri il cofano non trovi un algoritmo ma bulloni, tubi e soluzioni pratiche. È quel tipo di motore che capisci a colpo d’occhio, che se tossisce gli dai due pacche sulla spalla, una parolaccia in sardo, una bestemmia in veneto e un’imprecazione creativa in romano, e riparte. È la meccanica che il graduato ama perché si ripara con il martello, il filo di ferro, il nastro adesivo, le forbici dalla punta arrotondata e l’esperienza maturata a bestemmiare su mezzi ancora peggiori. Non è raffinata, non è silenziosa, non è elegante, ma funziona. Finché funziona, e quando smette te ne accorgi senza bisogno di una laurea.

Davanti, il conducente vive in una posizione che definire spartana è un complimento. Sta incassato, con una visibilità affidata a feritoie e periscopi, strumenti essenziali e nessuna concessione al comfort, apparentemente progettati da qualcuno che nutriva un odio cordiale per i colli e gli incroci urbani. Ogni manovra è un atto di fede nella propria esperienza e nella capacità altrui di non mettersi esattamente dove non dovrebbero. Il capocarro è leggermente più in alto, dietro il conducente e in posizione centrale, con la responsabilità di vedere e controllare tutto, spesso con una dotazione che unisce ottica, radio e, non ufficialmente ma spiritualmente, il classico santino di Padre Pio incollato da qualche parte. Non perché sia previsto dal manuale, ma perché è l’unico sistema di protezione passiva che sembra funzionare sempre.

L’armamento è quello che è. Una mitragliatrice da 7,62 o da 12,7 mm, su ralla o su stazione remotizzata, a seconda della versione e dell’epoca. Sufficiente per dire “non avvicinarti troppo”, insufficiente per qualsiasi cosa che assomigli anche solo vagamente a uno scontro serio. Non è un mezzo che fa fuoco di supporto, non è un mezzo che sfonda: accompagna e spera di non dover dimostrare troppo. Sul piano difensivo dispone di lanciafumogeni, protezione NBC e accorgimenti pensati quando la minaccia era lineare e prevedibile. Contro un IED moderno, tutto questo vale quanto un ombrello in mezzo a un uragano.

All’interno, lo spazio è una bestemmia architettonica. I fanti sono stipati come se qualcuno avesse deciso che il comfort fosse una debolezza morale. Sedili duri, spazi ridotti, equipaggiamento che non sai mai dove mettere e che finisce puntualmente per colpirti nei punti sbagliati, posture che un fisioterapista definirebbe crimini contro l’umanità. Ogni chilometro si sente. Ogni buca si imprime nella memoria, soprattutto quelle romane, risalenti ai tempi di Settimio Severo e profonde come crateri lunari. È un interno progettato per portarti dal punto A al punto B nel minor tempo possibile, non per farti arrivare fresco, riposato o anche solo di buon umore. Scendi che sei operativo, più o meno, ma anche leggermente più basso di quando sei salito.

I pregi del Puma sono quelli di un mezzo che non finge di essere altro. È veloce su strada, si muove bene in ambiente urbano, consuma il giusto, costa relativamente poco e non terrorizza la popolazione come farebbe un IFV con il cannone che guarda storto il bar di fronte. È affidabile, prevedibile, fa ciò che promette e nulla di più. Per pattugliare, trasportare e fare presenza è perfetto. È il cane da guardia: abbaia, morde se serve, ma non va a caccia di leoni.

I difetti, però, sono ovunque e non fanno nulla per nascondersi. La protezione è limitata, il fondo piatto lo rende vulnerabile a tutto ciò che esplode sotto e racconta chiaramente l’età progettuale del mezzo, come una foto imbarazzante degli anni Ottanta che riaffiora su Facebook; l’armamento è simbolico, lo spazio interno è ridicolo e l’ergonomia sembra studiata per selezionare solo i più motivati o i più rassegnati. In scenari esteri moderni, saturi di mine e IED, il Puma diventa un errore concettuale ambulante. Non perché sia costruito male, ma perché è nato in un mondo che non esiste più.

In Afghanistan e in contesti simili il Puma era semplicemente fuori posto, come andare a un rave con le scarpe buone. Non era colpa sua: era il mondo a essere cambiato, ma il risultato restava lo stesso. Non proteggeva abbastanza, non reagiva abbastanza, non assorbiva abbastanza. Lì servivano MRAP, fondi a V, protezioni aggiuntive, elettronica e concetti che il Puma non ha mai conosciuto, perché quando è nato nessuno immaginava che la guerra sarebbe diventata una caccia al convoglio.

Eppure, alla Stazione Termini, il Puma è perfettamente nel suo habitat. Lì non deve resistere a cariche sagomate né a ordigni telecomandati. Il massimo che può capitargli è essere rigato con le chiavi della macchina, preso a calci da qualche frustrato o, nel peggiore dei casi, minacciato con coltelli da quattro soldi branditi da maranza del c***o che si sentono Pablo Escobar con la tuta acetata. Le armi di piccolo calibro, ammesso che esistano davvero e ammesso che non siano a salve o da fiera di paese, rientrano perfettamente nella categoria di minacce per cui il Puma è stato pensato. In questo contesto il mezzo è più che adeguato: visibile, protettivo, sufficientemente intimidatorio senza trasformare la stazione in un checkpoint di guerra, anche se qualche dubbio cosmico rimane.

Il Puma non è un eroe, non è un simbolo di modernità e non è un mezzo che fa sognare. È un veicolo vecchio, scomodo, superato e pieno di difetti che, però, nel posto giusto continua a fare il suo lavoro senza creare danni collaterali. A Termini non serve un mezzo in grado di resistere a una mina anticarro, ma uno che faccia presenza, che sia riconoscibile, che protegga chi sta dentro e che non trasformi la stazione in Falluja. È il contesto in cui non viene umiliato dalle sue stesse limitazioni, ma valorizzato per ciò che è: un vecchio blindato onesto, un po’ stanco, con più difetti che pregi, ma ancora perfettamente capace di stare dove la guerra non c’è, mentre la sicurezza sì. E probabilmente è l’ultima cosa che gli si possa chiedere con un minimo di dignità, e senza essere stronzi.

~Babbu Mannu

29/01/2026

orgogliosi di esser stati selezionati nelle foto del roll up della nostra Sezione Corrado Sitar Claudio Cante Giorgio Calcara Marzio Meneghetti e Claudio Cendach Lagunari - ALTA Presidenza Nazionale

Photos from Ministero della Difesa's post 23/01/2026

L'Esercito Italiano è intervenuto a fianco della popolazione nei territori colpiti dalla tempesta Harry Lagunari - ALTA Presidenza Nazionale

Photos from ALTA Associazione Lagunari Truppe Anfibie  - Sezione Trieste's post 13/01/2026

il nostro associato Giorgio Calcara avrà l'onore di portare la Fiamma Olimpica a Trieste il giorno 23 gennaio - il suo tratto sarà alle 18 e 46 in Campi Elisi 246 - direzione Piazza dell'Unità d'Italia - San Marco ! Lagunari - ALTA Presidenza Nazionale

Vuoi che la tua azienda sia il Palestra più quotato a Trieste?

Clicca qui per richiedere la tua inserzione sponsorizzata.

Ubicazione

Digitare

Indirizzo


Via XXIV Maggio 4
Trieste
34123

Orario di apertura

Lunedì 18:00 - 20:00
Giovedì 18:00 - 20:00