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07/06/2026

Andrea Parentela, un nome una garanzia.

Nel calcio dilettantistico esistono allenatori che costruiscono il proprio percorso senza scorciatoie, affidandosi esclusivamente al lavoro, alle idee e alla capacità di creare gruppi vincenti. Andrea Parentela appartiene a questa categoria.

Dopo una lunga carriera da calciatore tra Serie C, Serie D ed Eccellenza, il tecnico calabrese ha intrapreso la carriera in panchina dimostrando fin da subito competenza e personalità. Il primo grande risultato arriva con il Cutro, dove conquista il campionato di Promozione e il salto di categoria, mettendo in mostra qualità che gli permettono di affermarsi nel panorama regionale.

Negli anni successivi guida piazze importanti come Sersale, Soriano, Isola Capo Rizzuto e Cotronei Caccuri, costruendo sempre squadre organizzate, competitive e riconoscibili. Le sue formazioni si distinguono per compattezza, spirito di sacrificio e forte identità, caratteristiche che rappresentano il marchio di fabbrica del tecnico.

Il risultato più prestigioso della sua carriera recente arriva però con la Deliese. Nella stagione 2025-2026 conduce il club amaranto a una storica promozione in Eccellenza, riportando la società nel massimo campionato regionale dopo oltre vent’anni. Un traguardo raggiunto al termine di una stagione vissuta sempre ai vertici e coronata dal successo nello spareggio decisivo contro il Gioiosa Jonica.

Parentela rappresenta la figura dell’allenatore moderno che sa unire competenze tecniche e capacità di gestione del gruppo. Le sue squadre non dipendono mai dai singoli, ma dalla forza del collettivo, dalla disciplina e dalla convinzione di poter raggiungere gli obiettivi attraverso il lavoro quotidiano.

La sua storia dimostra che nel calcio dilettantistico esistono ancora percorsi costruiti con serietà, sacrificio e risultati concreti. Ed è proprio questa credibilità, conquistata stagione dopo stagione, ad aver fatto di Andrea Parentela uno degli allenatori più apprezzati del panorama calcistico calabrese.

07/06/2026

Il calcio emozionale: il segreto nascosto delle grandi imprese

Nel calcio moderno si parla spesso di budget, strutture, organici e nomi altisonanti. Si analizzano moduli, statistiche e mercato, ma troppo spesso si dimentica un elemento che ha sempre fatto la differenza nelle più belle favole sportive: il calcio emozionale.

Esiste infatti un calcio che va oltre la tattica e oltre il valore dei singoli giocatori. È quel calcio che nasce quando all’interno di uno spogliatoio si crea un legame autentico tra le persone. Un rapporto che unisce giocatori, allenatori, dirigenti, staff e società in un’unica direzione. Quando questo accade, la squadra smette di essere un insieme di individui e diventa una comunità.

Le grandi imprese sportive, quelle che restano nella memoria per anni, raramente sono il risultato esclusivo della forza economica o della presenza di campioni. Molto più spesso sono il frutto di un gruppo che ha sviluppato un’identità forte, un senso di appartenenza e una fiducia reciproca fuori dal comune. Sono quelle squadre che corrono un metro in più per il compagno, che resistono nei momenti difficili e che trovano energie impensabili quando tutto sembra perduto.

Il calcio emozionale si costruisce ogni giorno. Nasce nei rapporti umani, nella credibilità dell’allenatore, nella vicinanza della dirigenza, nella capacità di un presidente di far sentire tutti parte di un progetto. Nasce quando il risultato non è l’unica cosa che conta e quando ogni componente percepisce di avere un ruolo importante all’interno della squadra.

In questi contesti il valore del gruppo diventa superiore a quello dei singoli. I nomi passano in secondo piano. Le etichette, i curriculum e le copertine lasciano spazio alla condivisione degli obiettivi e alla forza delle relazioni. È proprio in queste situazioni che spesso nascono le sorprese più belle del calcio: squadre considerate inferiori sulla carta che riescono a superare avversari più ricchi e più attrezzati.

Dietro ogni cavalcata vincente che sorprende gli addetti ai lavori c’è quasi sempre una componente invisibile agli occhi. È la forza del legame umano. È l’emozione condivisa che diventa energia collettiva. È il calcio emozionale, quello che non compare nelle statistiche ma che continua a essere, oggi come ieri, uno degli ingredienti più potenti per costruire il successo.

Nel calcio si possono acquistare i giocatori, ma non si può comprare l’anima di una squadra.

05/06/2026

Nel calcio serve soprattutto visione

Nel calcio si parla spesso di moduli, schemi, preparazione atletica, mercato e risultati. Tutti aspetti importanti, certamente. Eppure c’è un elemento che viene spesso sottovalutato e che invece rappresenta il vero punto di partenza di ogni progetto vincente: la visione.

La differenza tra chi costruisce e chi rincorre sta proprio qui. Avere una visione significa essere in grado di guardare oltre la partita di domenica, oltre la classifica del momento, oltre l’emergenza quotidiana. Significa immaginare dove si vuole arrivare tra uno, tre o cinque anni e iniziare oggi a percorrere quella strada.

Troppo spesso nel calcio si vive nell’immediato. Una sconfitta genera rivoluzioni, una vittoria crea illusioni. Si cambia direzione continuamente, si prendono decisioni dettate dall’emotività e non dalla programmazione. In queste condizioni diventa impossibile costruire qualcosa di duraturo. Chi non ha una visione è destinato a inseguire gli altri, a rincorrere le idee altrui, a cercare continuamente scorciatoie che raramente portano lontano.

La visione riguarda ogni aspetto di una società. Riguarda la scelta degli allenatori, dei giocatori, del settore giovanile, delle strutture e persino della cultura che si vuole trasmettere. Una società che sa dove vuole andare riesce a dare un senso a ogni decisione. Una società che non ha una direzione chiara, invece, finisce per navigare a vista.

Anche gli allenatori devono possedere questa qualità. Non basta preparare bene una partita. Occorre immaginare l’evoluzione della squadra, capire quali margini di crescita esistono e quali competenze sviluppare nel tempo. I risultati più importanti non nascono quasi mai dall’improvvisazione, ma da idee chiare coltivate con pazienza e coerenza.

La storia del calcio è piena di esempi che lo dimostrano. Dietro ogni ciclo vincente c’è sempre stata una visione forte, condivisa e sostenuta nel tempo. Al contrario, dietro molti fallimenti si trovano spesso cambi di rotta continui, scelte contraddittorie e assenza di progettualità.

Per questo, nel calcio moderno, la vera risorsa non è soltanto il denaro e non è nemmeno il talento. La risorsa più preziosa è la capacità di vedere prima degli altri. Perché chi ha una visione costruisce il futuro. Chi ne è privo, invece, passa il proprio tempo a rincorrerlo.

05/06/2026

SALVATORE TELESCA, L’UOMO DEI SUCCESSI COSTRUITI CON IL LAVORO

Nel calcio esistono allenatori che vincono e allenatori che lasciano un segno. Salvatore Telesca appartiene a entrambe le categorie. Negli ultimi anni il tecnico piemontese ha costruito un percorso straordinario che lo colloca di diritto tra gli allenatori più vincenti e apprezzati del panorama dilettantistico regionale.

La sua carriera è costellata di successi importanti. A partire dalla vittoria del campionato con il Settimo, impresa che riportò la società ai vertici regionali e che rappresentò una delle prime grandi affermazioni del tecnico torinese.
Successivamente sono arrivati altri traguardi prestigiosi, come la vittoria del campionato di Eccellenza con il Saluzzo e il percorso vincente costruito con l’Alba, squadra che ha guidato per 27 partite e culminata con la conquista del campionato di Eccellenza.

Ma il nome di Telesca resterà soprattutto legato a un’impresa difficilmente ripetibile: la conquista di quattro Coppe Italia di Eccellenza consecutive, tre con l’Alba e una con il Saluzzo. Un record che lo ha consacrato come il vero “Re di Coppa” del calcio piemontese.

Dietro questi risultati non c’è mai stato il caso. Chi conosce Salvatore Telesca sa quanto lavoro ci sia dietro ogni stagione. Preparazione minuziosa, attenzione ai dettagli, studio degli avversari e una capacità rara di costruire gruppi solidi e competitivi. Le sue squadre hanno sempre avuto un’identità precisa, riconoscibile, frutto di una metodologia che negli anni ha continuato ad evolversi senza perdere efficacia.

Il suo segreto è probabilmente racchiuso nella passione. Una passione autentica per il calcio che lo accompagna ogni giorno e che trasmette ai propri giocatori attraverso l’esempio, il sacrificio e la competenza. Telesca non ha mai cercato scorciatoie né protagonismi. Ha sempre preferito lasciare parlare il campo.

E il campo, nel suo caso, parla chiaramente: campionati vinti, promozioni conquistate, coppe alzate e squadre valorizzate. Numeri che raccontano una carriera importante, ma che non riescono comunque a descrivere completamente il valore di un allenatore che ha fatto del lavoro quotidiano la propria filosofia e della crescita continua la propria forza.

Per questo motivo Salvatore Telesca rappresenta oggi uno dei tecnici più vincenti e rispettati del calcio piemontese, un professionista che ha trasformato la sua passione in una lunga serie di successi costruiti con competenza, serietà e dedizione.

03/06/2026

Costruire una squadra:
Nel calcio esiste una convinzione molto diffusa: basta prendere i giocatori migliori e metterli insieme per costruire una squadra vincente. In realtà non è così. Costruire una squadra è probabilmente l’operazione più complessa che esista nel nostro sport.

Che si parli di Serie A, Serie C, Eccellenza o Terza Categoria, il principio non cambia. Bisogna individuare calciatori che abbiano le caratteristiche giuste per competere in quella specifica categoria. E questa è una valutazione tutt’altro che semplice.

Spesso ci si lascia influenzare dal curriculum. Si guardano le categorie disputate, il numero di presenze, i gol segnati o le società in cui un giocatore ha militato. Sono informazioni utili, ma non sempre raccontano la verità. Il calcio non è una scienza esatta e il passato non garantisce il futuro.

Un giocatore dominante in una categoria può incontrare enormi difficoltà in quella superiore. Al contrario, esistono calciatori che magari passano inosservati nei dilettanti e che, una volta inseriti in contesti più competitivi e organizzati, riescono a esprimere qualità che nessuno aveva intuito.

Per questo motivo il lavoro degli addetti ai lavori è fondamentale. Bisogna saper osservare oltre l’apparenza. Valutare la tecnica, certo, ma anche la velocità di pensiero, la personalità, la capacità di adattamento, la mentalità competitiva, la disponibilità al sacrificio e la possibilità di crescita.

Quando arrivano undici calciatori nuovi, magari provenienti dall’estero, dai dilettanti o da campionati differenti, nessuno può avere la certezza assoluta del risultato. Ogni scelta contiene una percentuale di rischio. È qui che entrano in gioco competenza, esperienza e conoscenza del calcio.

La differenza tra una squadra costruita bene e una costruita male non dipende soltanto dal valore dei singoli. Dipende dall’equilibrio, dalla complementarità delle caratteristiche e dalla capacità di creare un gruppo che possa competere a quel livello.

In fondo, la vera bravura non è riconoscere un giocatore forte. Quello lo sanno fare in molti. La vera bravura è capire se quel giocatore sarà forte nella categoria in cui dovrà giocare.

02/06/2026

La sosta estiva non è tempo perso

La fine del campionato coincide spesso con un periodo di meritato riposo per i calciatori. Tuttavia, la sosta tra la conclusione della stagione e l’inizio della preparazione rappresenta una fase molto importante, soprattutto per i giovani atleti, ma anche per chi gioca nelle prime squadre.

Recuperare energie fisiche e mentali è fondamentale, ma interrompere completamente l’attività può portare a una perdita significativa delle qualità atletiche costruite durante l’anno. Capacità aerobica, potenza aerobica e forza muscolare tendono infatti a diminuire se non vengono mantenute con una minima continuità di lavoro.

Per questo motivo i mesi di giugno, luglio e l’inizio di agosto dovrebbero essere accompagnati da un programma di mantenimento. Non si tratta di svolgere allenamenti pesanti o di replicare i carichi della stagione agonistica, ma di preservare la condizione fisica attraverso attività mirate e ben dosate.

La componente aerobica è sicuramente quella più importante. Mantenere allenato il sistema cardiovascolare consente di arrivare alla preparazione estiva con una base già consolidata, facilitando il lavoro successivo e permettendo all’atleta di raggiungere più rapidamente una buona condizione.

Accanto al lavoro aerobico è utile inserire esercitazioni di forza a bassa intensità, finalizzate al mantenimento della muscolatura. Lavori a corpo libero, esercizi di stabilizzazione e circuiti funzionali aiutano a conservare quelle qualità indispensabili per affrontare al meglio la nuova stagione.

Un atleta che arriva alla ripresa con una buona base fisica non solo rende meglio durante la preparazione, ma riduce anche il rischio di infortuni. Muscoli, tendini e articolazioni rispondono infatti in maniera più efficace ai carichi di lavoro quando non provengono da lunghi periodi di inattività.

La sosta estiva, quindi, non deve essere considerata un momento per smettere di allenarsi, ma una fase diversa della programmazione annuale. È proprio in questi mesi che si costruiscono le basi per affrontare con successo il campionato che verrà.

01/06/2026

Il calcio sul sintetico: un altro sport nella stessa partita

Chi sostiene che il calcio sia uguale ovunque probabilmente non ha mai vissuto davvero la differenza tra un campo in erba naturale e uno in erba sintetica. Perché giocare sul sintetico e giocare sull’erba è come vivere in due dimensioni parallele: il regolamento è lo stesso, il pallone è lo stesso, ma cambiano tempi, spazi, velocità e persino le scelte tecniche dei calciatori.

L’erba naturale rappresenta ancora oggi l’essenza del calcio. È il terreno sul quale questo sport è nato, cresciuto e si è sviluppato. Le grandi partite, le grandi finali e i grandi campioni hanno sempre avuto come palcoscenico il prato verde naturale. Su questi campi il pallone vive, rallenta, accelera, rimbalza in modo meno prevedibile e costringe i giocatori a interpretare continuamente le situazioni.

Sul sintetico, invece, tutto cambia.

La prima caratteristica che emerge è la velocità. La palla scorre più rapidamente, mantiene la traiettoria con maggiore precisione e premia chi possiede una tecnica di base elevata. Un controllo sbagliato o un passaggio impreciso vengono puniti immediatamente, perché il terreno concede pochi margini di errore. Sul sintetico il pallone va dove viene indirizzato: non ci sono zolle, non ci sono irregolarità che possano modificare la traiettoria.

Per questo motivo le squadre che giocano abitualmente su questi campi sviluppano spesso una maggiore qualità nel palleggio e nella circolazione della palla. I tempi di gioco si accorciano e le decisioni devono essere prese più velocemente. Anche la preparazione atletica assume un ruolo importante, perché il ritmo elevato richiede continuità di corsa e concentrazione costante.

Ma attenzione: non tutti i sintetici sono uguali.

I moderni campi di ultima generazione hanno raggiunto livelli qualitativi molto elevati. Consentono uno sviluppo del gioco vicino a quello dell’erba naturale, garantendo sicurezza, fluidità e prestazioni tecniche di alto livello. Su queste superfici è possibile esprimere un calcio moderno, rapido e spettacolare.

Diverso il discorso per i sintetici di vecchia generazione. In questi casi il pallone può assumere comportamenti imprevedibili, accelerando o rimbalzando in modo anomalo. A volte sembra quasi un “pallone impazzito”, difficile da controllare e interpretare. In queste condizioni la tecnica deve lasciare spazio all’adattamento e all’esperienza.

Anche dal punto di vista tattico esistono differenze significative. Sul sintetico il pressing può essere più efficace perché la velocità della palla riduce i tempi di pensiero dell’avversario. Le transizioni diventano più rapide e le squadre devono essere organizzate per coprire gli spazi in maniera differente rispetto a quanto avviene sull’erba naturale.

Per gli allenatori, quindi, preparare una partita sul sintetico non può essere una semplice replica di ciò che si farebbe su un campo tradizionale. Occorre studiare la superficie, comprenderne le caratteristiche e adattare principi, ritmi e scelte tecniche.

Questa è la nuova frontiera del calcio moderno. Sempre più società professionistiche utilizzano superfici sintetiche e anche nei campionati di alto livello il loro numero è in crescita. Per questo motivo saper giocare sul sintetico non è più una semplice capacità di adattamento, ma una competenza fondamentale.

Resta però una convinzione condivisa da molti uomini di calcio: il vero fascino di questo sport continua a vivere sull’erba naturale. Il profumo del prato, le sue imperfezioni, il rapporto diretto tra il pallone e il terreno rappresentano ancora oggi l’anima più autentica del gioco.

Il calcio resta sempre calcio. Ma tra erba naturale e sintetico cambia il modo di interpretarlo. E capire questa differenza significa comprendere una delle evoluzioni più importanti del calcio contemporaneo.

01/06/2026

Pensa che alcuni li mettono per allenare.

31/05/2026

LE ETICHETTE NEL CALCIO: IL PIÙ GRANDE ERRORE CHE POSSIAMO FARE

Nel calcio siamo abituati a mettere etichette su tutto e su tutti. È quasi una necessità. Ci aiuta a semplificare, a catalogare, a dare un giudizio veloce. E così sentiamo parlare di allenatori difensivisti, allenatori offensivi, tecnici da settore giovanile, allenatori da Promozione, da Eccellenza, da Serie D o da professionisti.

Ma la verità è che il calcio non funziona così.

Il calcio è uno solo. Le regole sono le stesse ovunque. Il campo è lo stesso. Le porte sono le stesse. Cambiano gli interpreti, cambiano le qualità dei calciatori, cambiano le risorse a disposizione, ma il gioco resta identico.

Un allenatore non è offensivo o difensivo per definizione. Un allenatore cerca semplicemente di valorizzare le caratteristiche della squadra che ha a disposizione. Chi oggi viene definito offensivo, magari domani, con giocatori diversi, sarà costretto a giocare in modo più prudente. E chi viene etichettato come difensivista, se avesse a disposizione calciatori di altissimo livello tecnico, probabilmente esprimerebbe un calcio completamente diverso.

Le etichette spesso raccontano più i pregiudizi di chi osserva che il reale valore di chi lavora.

Lo stesso discorso vale per le categorie. Sentiamo spesso dire: “È un allenatore da settore giovanile”, oppure “È un allenatore da dilettanti”. Come se esistesse un confine invalicabile tra una categoria e l’altra. In realtà le competenze, la preparazione, la leadership, la capacità di organizzare una squadra e di gestire un gruppo sono qualità che non hanno categoria.

Ci sono allenatori straordinari che lavorano nei dilettanti e allenatori mediocri che lavorano ad alti livelli. Così come esistono tecnici preparatissimi nei settori giovanili che potrebbero tranquillamente allenare una prima squadra e viceversa.

Il problema nasce quando si giudica una persona in base all’etichetta invece che al lavoro che svolge ogni giorno.

Nel calcio, come nella vita, bisognerebbe imparare a guardare oltre le definizioni. Le idee non hanno categoria. La competenza non ha categoria. La passione non ha categoria.

Alla fine, il calcio resta sempre un gioco fatto di spazi, tempi, decisioni, relazioni e persone. Tutto il resto sono semplicemente sfumature.

Forse dovremmo smettere di chiederci se un allenatore sia offensivo o difensivo, se sia da giovani o da adulti, se sia da dilettanti o da professionisti. Dovremmo invece chiederci se è competente, se studia, se migliora ogni giorno e se riesce a trasmettere qualcosa ai suoi giocatori.

31/05/2026

I rigori decidono il trofeo, ma non sempre raccontano la partita

Al termine di una finale equilibrata, le immagini più forti sono state quelle dei due allenatori. Da una parte Mikel Arteta, visibilmente amareggiato e deluso per aver visto sfumare il sogno Champions League. Dall’altra Luis Enrique, travolto dalla gioia per un successo atteso e meritato sotto il profilo del risultato finale.

Eppure, osservando la partita nel suo complesso, viene spontanea una riflessione. Le emozioni estreme che accompagnano una vittoria o una sconfitta ai calci di rigore spesso non sono proporzionate a ciò che si è visto in campo. La finale non è stata spettacolare, ma è stata molto equilibrata. Nessuna delle due squadre è riuscita a prevalere nettamente sull’altra e, probabilmente, il pareggio era il risultato che meglio rappresentava l’andamento della gara.

I rigori sono necessari per assegnare un vincitore, ma assomigliano quasi a un altro sport. In novanta o centoventi minuti contano organizzazione, strategia, lettura delle situazioni, gestione degli spazi e delle emozioni collettive. Ai rigori, invece, tutto si riduce a una sfida individuale tra chi calcia e chi para.

Per questo motivo si potrebbe pensare a una soluzione diversa. Non abolire i rigori, ma utilizzarli solo come ultima risorsa. In una finale terminata in parità, si potrebbe prevedere una seconda gara da disputare dopo tre o quattro giorni, lasciando che sia ancora il calcio giocato a determinare il vincitore.

Forse sarebbe più giusto. Perché vedere un allenatore passare dalla più grande gioia alla più profonda delusione per una serie di tiri dal dischetto lascia sempre una sensazione particolare. I rigori assegnano il trofeo, ma non sempre raccontano davvero ciò che è accaduto durante la partita.

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