17/09/2026
Grillo parlante
❤️💙 Ci sono temi dei quali, nello sport giovanile, forse dovremmo metterci la faccia e parlarne un po’ di più. Uno di questi riguarda ciò che accade quando un ragazzo decide, insieme alla propria famiglia, di voler provare un’esperienza diversa.
Può succedere per tanti motivi.
Per cercare nuovi stimoli. Per confrontarsi con un livello differente. Per avere maggiori possibilità di giocare. Per provare un’altra categoria. Per ragioni logistiche. Perché cambiano gli orari della famiglia. Oppure semplicemente perché, a un certo punto del proprio percorso, si sente il bisogno di vedere cosa c’è dall’altra parte.
Nello sport giovanile dovrebbe essere una cosa normale. E invece qualche volta quel momento diventa soprattutto una questione economica.
Vengono richieste somme di denaro per consentire a un ragazzo di andare altrove e, in alcuni casi, si arriva a cifre che per una famiglia possono rappresentare un ostacolo importante.
Non vogliamo entrare nelle singole situazioni e non vogliamo parlare di società, persone o casi specifici. Esistono regolamenti federali e istituti che disciplinano tesseramenti, trasferimenti e rapporti tra società e vanno naturalmente rispettati. La nostra riflessione è un’altra!
Quando parliamo di bambini e ragazzi, qual è il punto nel quale il legittimo interesse di una società rischia di diventare un ostacolo alla loro possibilità di fare esperienza? È una domanda che crediamo meriti di essere posta.
Una società investe sui propri giovani. Investe allenatori, tempo, spazi, organizzazione e risorse. È giusto riconoscerlo e sarebbe superficiale far finta che tutto questo non abbia un costo.
Ma qual è, allora, il reale costo di un ragazzino?
Un ragazzo non è un investimento finanziario. Il valore del lavoro fatto con lui non può essere misurato semplicemente nella cifra richiesta nel momento in cui decide di provare un’esperienza diversa. Chi lavora con i giovani dovrebbe avere un’ambizione più grande: accompagnarli per tutto il tempo nel quale scelgono di stare con noi e, se un giorno decidono di andare altrove, sperare di aver lasciato loro qualcosa.
Magari torneranno.
Magari non torneranno mai.
Magari scopriranno che quella scelta non era quella giusta. Oppure troveranno proprio altrove l’ambiente che permetterà loro di fare un salto in avanti. Fa parte della crescita.
E questo principio assume ancora più valore in un territorio nel quale praticare uno sport come la pallanuoto è già complicato.
Gli spazi acqua sono pochi. Gli orari non sempre sono semplici. Ci sono famiglie che ogni settimana organizzano lavoro, scuola, automobili e trasferte pur di permettere ai propri figli di allenarsi. Ci sono ragazzi che percorrono chilometri semplicemente per poter entrare in piscina.
Prima ancora di parlare di appartenenza a una società, dovremmo allora preoccuparci di una cosa molto più elementare: fare in modo che quei ragazzi continuino a fare sport.
Perché se un giovane trova altrove un’opportunità che noi in quel momento non possiamo offrirgli, forse dovremmo aiutarlo a coglierla. Se può confrontarsi con ragazzi più grandi, lasciamolo provare. Se può vivere un’esperienza diversa, lasciamolo crescere.
Se un’altra società può offrirgli qualcosa che noi oggi non abbiamo, non significa necessariamente che qualcuno abbia perso e qualcun altro abbia vinto. Ha vinto lo sport se quel ragazzo continua a praticarlo. Le società possono avere colori, nomi, storie e obiettivi differenti senza necessariamente considerare ogni spostamento di un atleta come una sottrazione.
Un ragazzo che fa un’esperienza altrove non cancella il lavoro di chi lo ha formato.
Al contrario, spesso, se porta con sé qualcosa di ciò che gli è stato insegnato, quel percorso rappresenta anche il risultato del lavoro fatto prima.
Naturalmente servono regole. Servono correttezza tra società, rispetto dei tesseramenti, trasparenza nei rapporti con le famiglie e rispetto delle norme federali. Ma dentro quelle regole dovrebbe esserci sempre spazio per il buon senso.
Perché possiamo discutere di cartellini, prestiti, trasferimenti, indennità e compensi. Poi però, dietro ogni pratica, c’è un ragazzo. C’è una famiglia. C’è qualcuno che magari esce da scuola, mangia qualcosa in macchina e percorre decine di chilometri per arrivare in tempo all’allenamento.
E forse, quando parliamo di settore giovanile, dovremmo partire sempre da lì. Le società sono importanti. I risultati sono importanti. Anche tutelare il lavoro svolto è importante.
Ma i ragazzi vengono prima.
E se diciamo davvero di voler costruire più sport, più opportunità e settori giovanili più forti, allora dovremmo fare tutto ciò che possiamo perché le porte rimangano aperte e non trasformarle in cancelli invalicabili. ❤️💙