23/09/2026
MA È DAVVERO TUTTA COLPA DEI SOCIAL?
L’episodio del tredicenne che ha accoltellato la sua professoressa a Centocelle è un fatto grave e inaccettabile. La violenza è un confine che non va mai superato, e su questo non ci possono essere ambiguità.
Tuttavia, come psicoterapeuta, osservo con molta preoccupazione il dibattito di queste ore. Si continua a cedere alla solita reazione difensiva: la ricerca del capro espiatorio. Diamo la colpa alle famiglie che non educano più, all'alienazione da social media, a un generico "disagio giovanile". Sono etichette che calmano la nostra ansia di adulti, ma non spiegano nulla.
Come analisti del comportamento umano, la domanda clinica che dobbiamo porci è un'altra: cosa ci sta dicendo un acting-out così violento? Come arriva un ragazzo di soli 13 anni a strutturare un odio così profondo e pervasivo verso una figura d'autorità?
Un gesto di questa portata non nasce nel vuoto. È la punta di un iceberg. E per comprendere quell'odio dobbiamo avere il coraggio di guardare al contesto relazionale primario in cui questo ragazzo vive la maggior parte del suo tempo: la scuola.
Oggi assistiamo sempre più spesso a un'istituzione scolastica in cortocircuito emotivo, un sistema che fatica a offrire rispecchiamento, ascolto ed empatia. Quando l'ambiente evolutivo fallisce nel riconoscere l'adolescente nella sua singolarità, quando le dinamiche istituzionali diventano rigide, svalutanti o percepite come affettivamente sorde, il vissuto profondo è quello della deumanizzazione.
La violenza esplosiva, per quanto distruttiva, è spesso l'unica forma di comunicazione disperata che un ragazzo trova di fronte a una sofferenza relazionale non vista e a una totale incapacità di metabolizzare la frustrazione. I social o la strada non sono la causa primaria: sono solo i contenitori vuoti in cui si riversa un vuoto di senso che si è creato prima, dentro le relazioni quotidiane.
Condannare l'atto è un dovere etico e civile. Ma fermarsi alla condanna morale o alla punizione è una scorciatoia rassicurante che non cura la ferita. Se non iniziamo ad analizzare le dinamiche profonde che intercorrono tra adulti e adolescenti all'interno della scuola, continuando a ignorare la qualità dei legami e del rispetto reciproco, continueremo solo a curare i sintomi di una patologia relazionale molto più ampia.
Dott.ssa Rosa Demarinis